Sabato 11 luglio 2026
Nel contesto della geopolitica africana vi sono Paesi che ricoprono un ruolo chiave. A questo proposito, la nostra tradizionale rubrica “Hic Sunt Leones” può costituire uno spazio di riflessione sulla drammatica crisi che interessa il settore orientale e nordorientale della Repubblica Democratica del Congo (Rdc).
Come abbiamo già scritto in altre circostanze, quanto sta avvenendo in quei territori non può essere considerato né una tradizionale crisi armata tra opposti schieramenti, né un conflitto che persiste per mancanza di strumenti diplomatici adeguati. Siamo, infatti, di fronte a un contesto segnato da instabilità strutturale, nel quale guerra, competizione per le risorse, fragilità istituzionale e collasso umanitario si rafforzano reciprocamente.
La tesi centrale è che il Congo orientale non sia soltanto uno spazio devastato dall’assenza di pace ma un ordine politico-economico in cui molti attori — locali, regionali e globali — traggono vantaggi concreti dalla prosecuzione della crisi o, quantomeno, non sostengono costi sufficienti a essere indotti a modificarne realmente la traiettoria. Non è un caso se, il 31 gennaio 2023, Papa Francesco lanciò dalla capitale congolese un monito ancora oggi di grande attualità: «Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo! Giù le mani dall’Africa!».
In questo quadro, l’attuale posizione del presidente Félix Tshisekedi costituisce un primo nodo critico. La sua strategia internazionale si è fondata sulla denuncia dell’aggressione ruandese e sul tentativo di presentare il governo di Kinshasa come vittima di una violazione della propria sovranità territoriale. Tale impostazione ha prodotto risultati non trascurabili: dalle pressioni diplomatiche su Kigali alle sanzioni occidentali fino ai rapporti delle Nazioni Unite sulla presenza militare ruandese e al ricorso alla Corte internazionale di giustizia.
Tuttavia, questa architettura diplomatica rischia di essere compromessa dall’ipotesi di una revisione costituzionale funzionale a consentire un’ulteriore permanenza al potere del presidente congolese. Il Senato della Rdc ha infatti adottato, nel giugno 2026, un disegno di legge che potrebbe aprire la strada a un referendum costituzionale e, indirettamente, a un nuovo mandato per Tshisekedi, già formalmente al suo secondo e ultimo mandato. Il problema non è solo giuridico, ma anche politico, soprattutto se si considera il contesto nazionale. Stiamo parlando, infatti, di un Paese segnato da una fiducia molto fragile nei processi elettorali, motivo per cui la possibilità di una manipolazione costituzionale potrebbe delegittimare seriamente lo Stato e offrire al Rwanda una contro-narrazione efficace.
Ciò che Kinshasa presenta come difesa della sovranità nazionale contro un’aggressione esterna rischia così di apparire, agli occhi della comunità internazionale, come il conflitto tra due poteri regionali entrambi attraversati da logiche di conservazione politica. Tale dinamica è particolarmente pericolosa perché, quando l’alternanza legale viene percepita come impraticabile, l’opposizione può essere spinta verso forme extralegali o armate di mobilitazione, alimentando quello stesso circuito di militarizzazione del dissenso che ha contribuito per decenni alla proliferazione dei gruppi ribelli nell’est del Paese.
Il secondo asse della crisi riguarda la competizione per le commodity del sottosuolo e, in particolare, la difficoltà degli Stati Uniti e dei loro partner di ridurre nel breve periodo la dipendenza dalla Cina.
Il tema è particolarmente delicato, poiché rame, cobalto, grafite e terre rare sono risorse essenziali per batterie, reti elettriche, tecnologie digitali e sistemi di difesa. Tuttavia, la questione non si esaurisce nell’accesso alle miniere. Il controllo effettivo della catena del valore si colloca soprattutto nelle fasi di raffinazione, trasformazione e integrazione industriale. L’Agenzia internazionale per l’energia ha rilevato che la concentrazione della raffinazione dei minerali energetici critici è aumentata tra il 2020 e il 2024 e che la crescita dell’offerta raffinata è dipesa in larga misura da un unico fornitore dominante: la Cina per cobalto, grafite e terre rare.
Ne consegue che l’acquisizione di partecipazioni in miniere congolesi o la firma di accordi preferenziali non bastano a modificare la geografia reale della dipendenza. Se il minerale estratto in Congo continua a essere raffinato in Cina, la proprietà formale dell’asset cambia ma il controllo industriale della filiera rimane sostanzialmente invariato.
La presenza cinese nella Rdc, inoltre, non è episodica né puramente commerciale: si fonda su due decenni di investimenti, infrastrutture, reti logistiche, relazioni con autorità locali e capacità operative radicate sul territorio.
Il Corridoio ferroviario di Lobito rappresenta, da questo punto di vista, l’unico elemento potenzialmente trasformativo poiché mira a collegare le aree minerarie congolesi e zambiane al porto atlantico angolano di Lobito, offrendo una rotta alternativa rispetto ai circuiti logistici oggi più esposti all’influenza cinese.
Nel giugno 2026, lo Zambia e gli Stati Uniti hanno ampliato l’uso di un programma da 491 milioni di dollari per includere infrastrutture legate ai minerali critici lungo tale corridoio. Tuttavia, la chiusura finanziaria del progetto è prevista soltanto per la fine del 2027, segno che i suoi effetti strategici non potranno essere immediati.
Il terzo elemento, di cui abbiamo già scritto in più circostanze su questo giornale, è l’epidemia di Ebola, che rende ancora più evidente la natura sistemica della crisi. L’attuale focolaio, causato dal virus Bundibugyo, si sviluppa in un ambiente già segnato da conflitto armato, sfollamento di massa, sfiducia comunitaria e accesso umanitario intermittente.
Secondo gli aggiornamenti disponibili all’8 luglio 2026, i casi confermati nella RDC sono saliti a 1.708, con 580 decessi, mentre l’epidemia interessa soprattutto Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, cioè le stesse province attraversate dall’attività dell’M23, delle forze ruandesi, dell’ADF, delle milizie locali e dell’esercito congolese.
La specificità del ceppo Bundibugyo aggrava ulteriormente la risposta, poiché non esistono ancora vaccini o terapie approvate con la stessa solidità disponibile per il ceppo Zaire. Non a caso, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha avviato nel luglio 2026 una sperimentazione clinica su trattamenti specifici in un contesto però reso estremamente fragile dall’insicurezza. La guerra impedisce ciò che ogni risposta efficace all’Ebola richiede: isolamento dei pazienti, tracciamento dei contatti, continuità delle cure, trasporto dei campioni biologici, presenza prolungata degli operatori sanitari e costruzione di fiducia nelle comunità.
Quando i civili fuggono dagli attacchi, quando gli aeroporti vengono chiusi per ragioni di sicurezza, quando le milizie controllano aree minerarie illegali e percepiscono la presenza umanitaria come una minaccia alla propria economia clandestina, la sanità pubblica cessa di essere una questione esclusivamente medica e diventa un problema di ordine politico e militare.
Gli aggiornamenti più recenti confermano, purtroppo, che gli accordi diplomatici non hanno modificato in modo sostanziale il comportamento degli attori coinvolti. Un rapporto di esperti Onu, ripreso dall’Associated press, segnala violazioni diffuse dell’accordo di pace da parte di tutti i principali soggetti: la persistente influenza del Rwanda sull’M23, il mancato ritiro dei ribelli, il contrabbando minerario e la continuazione dei legami tra l’esercito congolese e gruppi armati come le Fdlr.
La conclusione è, dunque, che la guerra in Congo si protrae nel tempo non perché nessuno sappia cosa occorrerebbe fare ma perché nessuno degli attori capaci di incidere davvero sulla crisi è disposto a sostenere il prezzo politico, economico e diplomatico necessario per farlo. In sintesi: il Rwanda continua a beneficiare dell’accesso indiretto alle risorse dell’est congolese; Kinshasa utilizza la narrativa dell’aggressione esterna per rafforzare la propria legittimazione interna; Washington privilegia accordi transazionali su minerali, sicurezza e influenza; Pechino conserva la propria centralità industriale senza dover assumere il costo politico della stabilizzazione; le milizie locali trasformano il disordine in economia di sopravvivenza e potere territoriale. Nel frattempo, la popolazione civile rimane intrappolata fra guerra, epidemia, sfollamento e abbandono internazionale.
La crisi congolese è quindi una delle emergenze più trascurate non perché sia invisibile ma perché la sua visibilità non basta a renderla politicamente urgente. Essa continua perché, per troppi attori, il costo della sua soluzione è superiore al costo della sua permanenza.
Padre Giulio Albanese, mccj – L’Osservatore Romano