In Pace Christi

Nani Giuseppe Egidio

Nani Giuseppe Egidio
Geburtsdatum : 01/10/1909
Geburtsort : Lanzada (SO)/I
Zeitliche Gelübde : 01/11/1928
Ewige Gelübde : 07/10/1932
Datum der Priesterweihe : 09/07/1933
Todesdatum : 31/10/2000
Todesort : Milano/I

P. Nani è nato a Lanzada il 1° ottobre 1909, diocesi di Como e provincia di Sondrio, primo di due fratelli. Dopo le elementari fu indirizzato al seminario diocesano. Come scolaro aveva dimostrato doti d’intelligenza e di volontà non comuni, come chierichetto anche quelle di pietà e di … una scatenata vivacità.

“A 9 anni – racconta una nipote riferendo ciò che si tramanda in famiglia (ma è confermato anche da Mons. Giordani, suo compaesano) – Giuseppe scalò il campanile della chiesa, che è alto 44 metri, e si mise a cavalcioni del globo che regge la croce. Era con lui un altro ragazzino, di un anno più giovane, che si sarebbe fatto missionario comboniano, (P. Luigi Moizi, morto a Wau nel 1966 all’età di 57 anni). Quando scese dal campanile, la mamma gli mollò uno scapaccione e gli disse: ‘E’ ora di andare in seminario’. Giuseppe si limitò a dire: ‘Ci voleva la scalata al campanile, per farti decidere?’. E partì contento”.

Scrive Mons. Giovanni Giordani:

“Era la prima domenica di ottobre del 1918, festa del Rosario. Il parroco, don Gervasio, dall’altare della Madonna aveva fatto la vestizione da seminarista a Bepi, futuro apostolo in Patagonia, e al sottoscritto. Con la nostra veste nuova si dovette aspettare più di un mese per entrare in seminario, ossia fin dopo l’armistizio perché nel Sant’Abbondio c’erano i prigionieri austriaci. In paese facevano un po’ impressione questi due pretini in veste talare, e qualcuno tra i ragazzi, come per abbassare la nostra superbia, ci gridava: ‘Cérek, cérek (chierico)’. Tra questi ricordo proprio Egidio Nani di 9 anni con un suo coetaneo. Due anni dopo, avrebbero preso la stessa via del seminario”.

Come carattere era vivacissimo, tenace e generoso. Aveva ereditato di più da suo padre, Angelino, che dalla mamma, Ersilia Parolini. Il papà era stagnino. Aggiustava le pentole e girava per la Lombardia e la Svizzera. Un lavoro che lo teneva lontano dalla famiglia per mesi, costringendolo a vivere una vita di disagi. Solitamente, per dormire, trovava posto in qualche fienile di contadini e mangiava ciò che poteva, facendo la massima economia. Questo stile di vita diede un’impronta anche ai figli che impararono, fin dalla più tenera età, la lezione del sacrificio e della rinuncia alle comodità. La mamma era casalinga.

“Del carattere tedesco, se già ne aveva, - precisa Giordani – ne aggiunse una buona dose. La disciplina era di regola e gli ordini non si davano mai due volte. Un giorno in cui Giuseppe si azzardò a disobbedire, fu legato ad un albero come un somarello e lasciato lì per un bel po’ di tempo. Allora non esisteva il telefono azzurro.

In seminario il profitto spirituale e intellettuale di Giuseppe era molto evidente. Nel 1926 il nostro giovanotto era già in liceo. In quell’anno, la santa Sede volle tastare il polso ai seminari lombardi, e inviò come visitatore l’abate Schuster (il futuro arcivescovo di Milano e oggi beato). Arrivò anche al Seminario di Sant’Abbondio di Como. Entrò nell’aula dei liceisti. Era l’ora di greco.

‘Bene, bene!’. L’Abate con vocina delicata e due occhi che sprizzavano intelligenza, si rivolse al professor Baini e: ‘Faccia lei, professore’. Questi invitò Egidio a continuare la lettura del testo greco e poi a fare la traduzione. Fu un lavoro perfetto che fece rimanere ammirato l’Abate, soddisfatto il professore, e naturalmente il seminarista per le parole di compiacimento ricevute”.

Mons. Giordani ricorda le vacanze che i nove seminaristi di Lanzada trascorrevano al paese, ricorda le pratiche di pietà vissute come in seminario, guidati dal loro parroco don Gervaso, sotto l’occhio vigile del vice rettore del seminario, don Pio, pure di Lanzada, ricorda le passeggiate sui monti e le allegre riunioni. Ricorda anche… “La casa della mia mamma, Rosin, che era il luogo di ritrovo di noi seminaristi. Lì, a volte, succedevano vari scherzi. Un giorno Giuseppe Nani giocò un po’ pesante con un compagno che, punto sul vivo, si lanciò all’inseguimento ‘per fargliela pagare’. Giuseppe infilò la scala che portava al piano superiore, percorse il corridoio fino alla terrazza e poi, saltata la ringhiera, si lanciò nel vuoto e via a gambe levate. Le mie sorelle, ora suore, si misero le mani nei capelli. Ma non era successo niente. Davvero Giuseppe sognava una vita spericolata…”.

Novizio a Venegono

In seminario a Como i superiori parlavano spesso delle missioni, perciò si era sviluppato tra i seminaristi un vero entusiasmo in questo senso. Ogni anno, uno o due partivano per entrare nell’Istituto delle Missioni Estere di Milano o dai Saveriani di Parma o dai Gesuiti, e in particolar modo dai Comboniani che avevano aperto la casa di Vengono, ad una trentina di chilometri da Como.

Dalle lettere di questo periodo, sappiamo che Giuseppe fece la prima domanda di ammissione all’Istituto comboniano in prima liceo, e che i genitori furono favorevoli alla sua scelta missionaria. Il Vescovo di Como gli accordò pure il permesso “nella certezza che il Signore avrebbe mandato altre vocazioni al seminario, per la diocesi”.

Il 18 settembre 1926, dopo gli esami di prima liceo, Giuseppe entrò nel noviziato di Venegono ed ebbe come angelo custode (così si chiamava il novizio anziano che insegnava al postulante gli usi del noviziato) proprio Giovanni Giordani. “Il mio compito – scrive Giordani - si limitò principalmente a frenare i bollenti spiriti di questo indomito puledro”.

Giuseppe emise i primi Voti il 1° novembre 1928. Carattere vivace e brillante, oltre che giovane esemplare, fu inviato come assistente dei seminaristi nel seminario comboniano di Troia. Qui assorbì la devozione alla Madonna e accentuò il suo zelo missionario alla scuola del Servo di Dio P. Bernardo Sartori.

“Nel 1928 a Troia io ci stavo da un anno – scrive Mons. Giordani. – Già avevamo una trentina di aspiranti. Altri sarebbero arrivati presto. Feci presente a P. Sartori che era ormai indispensabile un altro assistente, e feci il nome di del neoprofesso Giuseppe Nani. Lo mandarono, così passammo quasi tre anni in buona compagnia, fino all’autunno del 1931 quando Nani entrò a Verona per terminare la teologia, mentre io ero inviato a Roma. Praticamente non ci trovammo più insieme, ma soltanto saltuariamente”.

L’ordinazione sacerdotale avvenne a Verona il 9 luglio 1933. Date le sue capacità intellettuali e la facilità di approccio con i ragazzi, fu inviato a Sulmona come insegnante. Vi rimase altri tre anni.

Tra i primi in Inghilterra

Nel 1936 Giuseppe frequentò, in Inghilterra (a Southempton) i corsi d’inglese in preparazione alla missione del Sudan. Erano gli anni in cui le autorità britanniche esigevano dai missionari un adeguato tempo di preparazione, con rispettivo documento, per ottenere l’idoneità all’insegnamento nelle colonie. P. Nani fu uno dei primi comboniani a recarsi in quella nazione per studiare. Prima di partire, la sua mamma gli diede un bel pollo cotto che gli servisse per il viaggio, che intraprese con altri due confratelli. Ad un certo punto, dissero:

“Cosa vuoi che ne facciamo di un pollo! In Inghilterra il cibo non manca e sarà pure saporito”, e lo gettarono dal finestrino. Giunti in Inghilterra lo rimpiansero amaramente, perché avevano una fame da lupi e da mangiare, per quella prima sera, non trovarono proprio niente.

Nell’ottobre del 1937 P. Nani giunse a Khartoum con il suo documento d’abilitazione all’insegnamento in tasca. Dovette, però proseguire il suo viaggio fino alla missione di Tonga che aveva visto l’eroismo di P. Beduschi, di Fr. Giosuè dei Cas, di Fr. Giovanni Motter. Vi rimase un anno, fino alla chiusura della missione e delle altre (Lul, Detwok, Yoinyang) sulla sinistra del Nilo per ripicca del governo inglese dopo l’invasione italiana in Abissinia. Al posto dei Comboniani arrivarono i missionari inglesi di Mill Hill. P. Nani fu deviato a Khartoum dove fece la sua prima esperienza d’insegnante al Comboni College (1938-40).

Nel Bahr el Gebel

La nostalgia della prima linea era forte in P. Nani e fu felice quando i superiori gli dissero che poteva partire per il Sudan meridionale. Mons. Stefano Mlakic, che aveva preso il posto di mons. Zambonardi, lo accolse a braccia aperte e lo destinò all’insegnamento nel seminario di Okaru (1941-48). Ma ebbe anche la gioia di dedicarsi al ministero diretto, quello che aveva sempre sognato, nella missione di Lafon (1942-44).

Il suo zelo, qualche volta eccessivo, lo tradì e poi i missionari di allora si curavano di tutto, eccetto che della salute, per questo molti si ammalarono. Poi c’era un’altra cosa: la mancanza di mezzi. Molto spesso l’unico sistema per mettere qualcosa nello stomaco era la caccia. P. Nani aveva buona mira; quando usciva con il fucile, tornava sempre con qualche faraona o anatra selvatica. Più raramente con qualcosa di più sostanzioso.

Il clima, l’impegno nel ministero, i disagi di una vita durissima, incisero ben presto sulla sua salute perciò, nel gennaio del 1949, dovette tornare in Italia. Fu destinato, prima a Brescia come “propagandista missionario” (gennaio-maggio 1949) e poi a Firenze come animatore. Due anni di aria buona sulle colline fiorentine gli giovarono per cui, nel 1951, poté tornare da Okaru dove coprì anche l’incarico di superiore della comunità.

Si gettò nuovamente nel lavoro e nel ministero bruciato dalla passione di salvare le anime. Ma il suo male, un forte esaurimento, tornò in una forma assai più forte della precedente. Allora passò a Palotka (1951-52). Ma la salute non migliorava, per questo fu inviato a Lowoi (1953-54) con il ruolo di superiore. Era con lui Fr. Riccardo Bonfanti. “Erano tempi difficili - dice P. Xillo. - Disagi, zanzare… Alle volte mancava perfino l’indispensabile per la tavola, e Fr. Bonfanti arrivava alla missione centrale a prendere un po’ di cibo.

Una tragedia, scoppiata tra cristiani, gli provocò il tracollo psichico. Il Vescovo lo portò a Juba in modo da nutrirlo decentemente, ma lui passava il tempo studiando e scrivendo le tesi di san Tommaso in una ricerca spasmodica che non era normale. Dovette essere accompagnato in Italia. Era il gennaio del 1955. Il Padre aveva 46 anni”.

Come una Via crucis

“Nel 1955 era di nuovo in Italia – scrive Mons. Giordani. – ma in che stato! Era accompagnato perché da solo non sarebbe arrivato. La testa non gli lavorava bene. Era stata tremendamente offesa per non aver potuto evitare una carneficina di indigeni di differenti tribù molti dei quali erano cristiani.

Passando da Roma gli avevano parlato del compaesano che stava a Firenze come padre maestro. Vi giunse e si fermò per alcuni giorni, finché egli stesso chiese di continuare il viaggio. Lo condussi a Verona. Voleva che mi fermassi anch’io. Uscimmo, il giorno dopo, per fare due passi, su, verso le mura. Silenzio, solitudine. P. Nani fu preso come da uno strano terrore per cui si dovette rientrare in casa in tutta fretta… Dov’era finito il ragazzo coraggioso di un tempo? Regali della missione!”.

Da allora il Padre visse nelle comunità d’Italia, ma senza mai perdere il desiderio di ritornare in missione. (La sua ultima lettera con la richiesta di essere mandato a Rongai, in Kenya, è del 30 marzo 1992. Aveva 83 anni). Dopo una massiccia cura, passò a Rebbio dove rimase fino al 1957 come addetto al ministero. Ricordando questi giorni di Rebbio, diceva scherzando:

“Mi credevano matto, ma mio padre mi ha guarito con le sue medicine: salame, pane e panna”. Si riprese bene, perciò dal 1957 al 1960 i superiori lo mandarono a Brescia, sempre incaricato del ministero. Il suo calvario, però, non era finito. Percependo il ritorno del male, chiese di tornare a Rebbio, nella sua terra, dove c’erano tanti amici dei tempi del seminario, ora parroci, che lo accoglievano con palesi segni di ammirazione e di gioia. Ciò gli fece bene anche alla salute.

Nella sua predicazione durante le giornate missionarie, insisteva sull’importanza della diffusione del messaggio evangelico e sulla necessità di avere operai per la Vigna del Signore. Il “guai a me se non evangelizzo” di San Paolo, era diventato il suo motto. Non voleva mai improvvisare le prediche, anche a poche persone. Si preparava e faceva uno schema. Aveva un modo facile e accessibile a tutti di esporre la verità, con il tono giusto, suscitando apprezzamenti nella gente. Il Padre, a sua volta, si sentiva gratificato.

Dopo due anni, nel 1963, poté tornare a Brescia, questa volta come insegnante. “Le sue lezioni di geografia e di storia ai piccoli seminaristi comboniani di Brescia – assicura P. Eugenio Rusteghini - avevano un senso scherzoso ed erano impostate sullo stile dei quiz, perciò l’apprendimento da parte degli scolari era molto facilitato”.

La salute, intanto, andava continuamente migliorando, tanto che poté continuare il suo ruolo d’insegnante per ben 10 anni, fino al 1972, anno in cui fu nuovamente dirottato a Rebbio a riallacciare le vecchie amicizie con i parroci e ad insegnare. Nel 1979 fu inviato a Padova come incaricato della chiesa annessa alla sede dei Comboniani. Lavorò molto bene, con piena soddisfazione dei fedeli e dei confratelli.

Nel 1991 passò da Padova a Gordola e vi rimase fino al 1999, anno in cui fu trasferito al centro Ambrosoli di Milano. Nonostante le tante peripezie di cui era stata costellata la sua vita, mantenne sempre vivo il desiderio di tornare in missione. Il suo segreto, infatti, era quello di morire in Africa, e di esservi sepolto.

La testimonianza di P. Antonino Orlando

“E’ il Padre che portava sempre la veste”. Così dissero alcune signore fedeli alla messa mattutina nella cappella dei Comboniani di Gordola.

Scrive P. Antonino Orlando: “E’ vero! Così era stato anche per noi e, nella nostra comunità, gli si riconosceva una certa peculiarità per questo dettaglio. Ma non era l’unico. Benché quasi novantenne, volle sempre il suo turno quale presidente alla santa Messa per poter fare alla gente il suo fervorino che era sempre ricco di contenuti e forbito nel linguaggio. Ed era commovente udirlo, lui novantenne, asserire che tutti abbiamo bisogno di mamma, parlando della Madonna.

Per noi della casa, era di grande sollievo durante tutta la mattinata perché, subito dopo colazione, si metteva nella sala comune per essere pronto, pur leggendo il giornale o di tanto in tanto sonnecchiando, alla chiamata di chi voleva confessarsi.

Personalmente mi sono chiesto come mai un missionario, ricco di tante energie e di tante doti, si fosse adattato a rimanere in Italia, dopo l’ultimo suo rientro dal Sudan nel 1956, quando non aveva che 47 anni! Mi ricredetti in seguito quando venni a conoscere quali preziosi servizi aveva reso all’Istituto, sia come insegnante degli apostolini a Brescia e a Rebbio, che quale rettore alla chiesa annessa alla casa di Padova.

Tutto ad majorem Dei gloriam! Questo era sempre stato il suo motto. P. Nani era molto arguto e vivace d’ingegno. Conosceva per nome tutti i monti che circondano Gordola. Aveva una battuta pronta per ogni scherzo a suo carico. Confesso che era un vero spasso sentirlo raccontare degli aneddoti. L’ultimo anno, però, sentiva il peso dell’età. ‘Mi sento molto stanco’, ripeteva spesso. Si capiva che l’angelo bianco gli era ormai vicino. Fu un giorno triste, per noi, quel 15 luglio 1999 quando P. Piotti venne a prenderlo per portarlo a Milano. Egli, invece, era sereno, grazie alla sua fede e alla piena accettazione della volontà di Dio”.

Un uomo di studio

“Era il filosofo, anzi, il teologo della casa - dice Fr. Pelucchi - ortodosso, papista, ben saldo sulle posizioni tradizionali della Chiesa. Scrisse anche al teologo Sartori dicendo che non condivideva qualche sua posizione, e allo scrittore Messori precisando alcune sue affermazioni. Ed essi gli rispondevano”.

Quando era in attività, prendeva parte ai raduni dei settori della Congregazione e si poteva stare sicuri che il suo apporto non mancava mai.

Assertore convinto delle sue idee, che documentava con citazioni appropriate (era un ammiratore di San Tommaso d’Aquino), non si arrabbiava con chi non la pensava come lui. Per essere aggiornato, leggeva, studiava, prendeva appunti. Sfogliando i libri nelle biblioteche delle case dove è passato, ci s’imbatte in foglietti inseriti tra le pagine come segnalibro, con note e precisazioni, scritte da lui.

Tra le sue carte ci sono plichi di studi fatti su vari argomenti teologici e missionari. Ne aveva preparato anche in vista di una eventuale pubblicazione, ma non ebbe mai la soddisfazione di vedere un suo scritto dato alle stampe. Ciò gli costò parecchio.

Commentava le lettere che i superiori maggiori diffondevano attraverso il Bollettino, normalmente compiacendosi e condividendo, altre volte precisando. Faceva questo anche con i documenti dei Vescovi. Tanto per fare un esempio e per capire il suo modo di procedere, riportiamo alcune battute di una lettera scritta al vescovo di Padova, in occasione della preparazione al Convegno sull’impegno missionario del 1990.

“Trovo, in generale, molto opportuno ed attuale il richiamo che il Sussidio rivolge a tutti per una più viva collaborazione a ciò che riguarda l’opera di promozione umana che la Chiesa compie. Trovo forse un po’ esagerata quella tendenza che il Sussidio mostra nel sottolineare il carattere di ‘novità’ che la Missione dovrebbe avere. Trovo fuori luogo quell’esortazione del Sussidio a ‘superare una visione ecclesiastica della Missione’ Quest’affermazione andrebbe molto chiarita. L’attività missionaria, infatti, tende a portare l’umanità a Cristo ed alla sua Chiesa…”. La lettera di P. Nani prosegue citando il Concilio e chiarendo altre affermazioni. Insomma, era uno che si documentava e perciò non parlava mai a casaccio.

Uomo di allegria

In comunità difendeva tutti, anche se sapeva che c’erano delle tensioni. Non lo si è mai sentito parlare male di nessuno e sapeva condire la vita comune con tanta allegria. Sovente, proprio le sue dispute teologiche a tavola e i suoi dibattiti, diventavano motivo d’ilarità. Era sempre disponibile per il ministero, specie per le confessioni, sia in casa, sia fuori, anche di sera. Voleva annunciare la salvezza in tutti i modi, in tutte le situazioni. Era preoccupato delle anime, dell’annuncio di salvezza. Consigliava, illuminava. Si sentiva missionario sempre e dovunque. E per essere preciso, continuava a studiare e a tenersi aggiornato.

Negli ultimi anni ripeteva spesso: “Devo prepararmi all’incontro col Signore”, ma non demordeva dai suoi impegni anche se l’età gli avrebbe permesso un po’ di tregua. Il suo impegno quotidiano è stato la diffusione dell’amore di Dio tra gli uomini.

“In P. Nani – conclude Mons. Giordani – ho ammirato la fedeltà alle sane tradizioni, la saldezza nella fede, l’attaccamento alla Congregazione e al senso d’amicizia. E’ stato un uomo di grande carità e di un’altrettanto grande capacità di accettazione della croce che il Signore gli ha messo sulle spalle. Che Dio lo ricompensi”.

Voglio tornare a casa

Percorrendo la strada Gondola-Milano per essere ricoverato al Centro Ambrosoli, parlò a lungo e affabilmente con P. Piotti che era andato a prenderlo. Ad un certo punto disse: “Voglio tornare a casa, e tu mi porti nell’anticamera del paradiso; ma sono contento, sai! Sì, ad un certo punto si desidera chiudere la pagina terrena per aprire quella celeste. Sono sicuro che lassù ci attendono tante cose meravigliose, e vedremo finalmente nella realtà ciò che abbiamo studiato con tanta passione sui libri e meditato nella preghiera”.

“Davvero – commenta Piotti – stavo portando a Milano un uomo sereno, soddisfatto, in atteggiamento di ringraziamento al Signore per i doni che aveva ricevuto, eppure la sua vita era stata segnata da tanta sofferenza. Realmente poi, portò una ventata di allegria tra i confratelli del Centro”.

A Milano P. Nani ha intensificato la sua preparazione all’incontro col Signore con tanta preghiera e con piccoli gesti di carità con i confratelli, se non altro intrattenendosi volentieri a scambiare qualche chiacchiera o ricordo di missione, finché il cuore, logorato da altri malanni, cominciò a cedere, perciò dovette mettersi a letto. E’ spirato, consunto dagli anni, dopo una settimana di agonia, all’una di martedì 31 ottobre 2000.

P. Giuseppe ci lascia un esempio di serenità, di studio e di preghiera. I suoi ultimi mesi furono un’attesa gioiosa del Signore che venne a prenderselo, carico di anni e di meriti. Ora riposa nel cimitero del suo paese.   P. Lorenzo Gaiga

Da Mccj Bulletin n. 210, aprile 2001, pp. 76-83