In Pace Christi

Gasparini Francesco

Gasparini Francesco
Geburtsdatum : 07/10/1923
Geburtsort : Càvalo VR/I
Zeitliche Gelübde : 15/08/1944
Ewige Gelübde : 23/09/1949
Datum der Priesterweihe : 03/06/1950
Todesdatum : 09/09/1988
Todesort : Verona/I

            La vocazione missionaria di p. Franco Gasparini comincia davanti alla statua della Madonna della chiesa di Càvalo, sul cui altare il piccino è stato deposto da mamma Teresa in segno di consacrazione alla Madre di Dio.

            Franco, infatti, venne al mondo dopo notevoli peripezie e travagli da parte della mamma, per cui la sua nascita fu vista come una grazia del cielo. Dopo di lui, in barba ai consigli del medico, arrivarono due sorelle.

            Càvalo, nel comune di Fumane, è un piccolo borgo della montagna veronese. Al tempo dell'infanzia di Franco, la gente si dedicava al pascolo delle mucche sugli ampi pendii e all'attività estrattiva della pietra da costruzione. Lavori magri, per cui papà Antonio, di mestiere muratore, trascorreva gli inverni in Germania dove i lavori stagionali assicuravano un discreto tenore di vita alla famiglia, anche se a costo di notevoli sacrifici. Andò anche in Svizzera e nelle miniere della Francia.

            Nel 1932 la famiglia Gasparini emigrò da Càvalo e si trasferì a Dossobuono, presso un parente che aveva della buona terra da lavorare. Papà Antonio, però, si sentiva muratore per cui, dopo due anni di vita contadina, mise su casa a San Massimo, alla periferia di Verona, continuando il suo lavoro di muratore.

            Intanto Franco aveva terminato la quinta elementare. A differenza di tanti compagni che amavano solo i giochi, egli chiese al papà di poter continuare a studiare. Ma come fare? La famiglia non era in grado di mantenere agli studi il piccolo Franco. D'altra parte i genitori si dicevano disponibili ad affrontare qualsiasi sacrificio pur di accontentare il figlio, tanto più che la maestra aveva assicurato che il bambino era dotato di buon ingegno e grande intelligenza. Mentre la mamma si dibatteva in questi pensieri, una notte fece un sogno (che raccontò lei stessa, come assicurano le sorelle di p. Franco). Vide la Madonna che si venera a Càvalo che le disse: "Perché ti preoccupi per tuo figlio? Non ricordi che è un dono mio, nato nel giorno della mia festa? A lui penserò io. Tu non preoccuparti". La mattina dopo, la donna sentì in sé una grande pace e serenità.

            "Non so se questo è un segno di vocazione - dicono le sorelle - ma, da piccolo, Franco amava giocare con gli altarini. Egli celebrava la messa e noi facevamo da chierichetti".

            Fin dai primi giorni della sua presenza in paese Franco entrò in pieno nella vita della parrocchia. Divenne chierichetto e leggeva con avidità i libri che il parroco gli passava.

            A San Massimo c'era un certo fervore missionario portato dai Comboniani di Verona che, di tanto in tanto, vi si recavano per ministero. Essi, naturalmente, facevano animazione vocazionale favoriti dal parroco.

            Un giorno un missionario chiese ai chierichetti chi di loro volesse diventare missionario. Molti alzarono la mano dicendo: "Io, io!".

Per la conversione degli infedeli

            Nel settembre del 1936, Franco partì per Padova. Il dolore del distacco dalla famiglia fu attutito dal fatto che a partire furono in tanti. (Di essi solo Gasparini e Miglioranzi perseverarono). La mamma visse quel distacco come la risposta della Madonna ai desideri del figlio.

            Il giovane seminarista si impegnò a fondo, prima per gli esami di ammissione alle medie e poi per le medie stesse. Nel biglietto che aveva firmato prima di entrare era scritto: "Mosso dal desiderio di consacrarmi al Signore per la conversione dei poveri infedeli dell'Africa, chiedo di essere accettato nell'Istituto". Per Franco quelle parole erano impegnative e giustificavano tutti i sacrifici che il nuovo genere di vita gli avrebbe chiesto.

            Dopo la terza media a Padova, passò a Brescia per il ginnasio.

"Ragazzo tanto sensibile, sincero e delicato, per cui anche i piccoli torti lo fanno soffrire. Egli però sa superarsi molto bene grazie al forte attaccamento alla sua vocazione e alla preghiera", scrissero di lui gli educatori.

            Il 14 agosto 1942, vigilia dell'Assunta, Franco entrò nel noviziato di Venegono Superiore, applicandosi con impegno per vivere la Regola dell'Istituto e assorbirne lo spirito.

            Dopo due anni di intenso lavoro spirituale, p. Antonio Todesco, maestro dei novizi, scriveva: "Si è sempre mantenuto di buona volontà ed ha sempre mostrato grande desiderio di camminare nella via della virtù. Il progresso è buono. Come carattere è alquanto debole, ma ha una forte volontà di vincere se stesso. Fa propositi generosi. Qualche volta è esagerato nella pietà. Osserva scrupolosamente le regole. E' obbediente e sincero. Un po' timido e tanto sensibile, sarà esposto alle sofferenze della vita. E' un tipo adatto alla vita di comunità".

            Nella domanda di ammissione ai Voti temporanei, Franco scrisse: "Dopo aver considerato la bellezza della triplice vocazione : religiosa, sacerdotale e missionaria, mi sento spinto a fare questa domanda, vedendo nei santi Voti il mezzo più sicuro e più facile per arrivare a quella santità cui Dio mi chiama. So che troverò delle difficoltà, sia in Italia come in missione, so che dovrò soffrire per vivere da vero religioso e missionario, ma confido unicamente in Gesù Cristo e nella Madonna. Con loro sono certo di riuscire vittorioso e di diventare uno strumento adatto a condurre tante anime al Cuore di Gesù. Questa vita di sacrificio e di rinuncia continua mi attira sempre di più e spero, con l'aiuto di Dio, di trasformarla in mezzo di salvezza per me e per altri".

            Emise i Voti il 15 agosto 1944. P. Franco ricorderà questa data, insieme a quella della nascita, a quella dell'entrata in noviziato e a tante altre, tutte coincidenti con una festa della Madonna, come un segno di benedizione della Madre di Dio sul suo sacerdozio e sulla sua attività missionaria.

Salvarsi l'anima e predicare

            Dopo la professione Franco andò a Rebbio di Como per completare il liceo. Vi rimase fino al 1946. Dal '46 al '50 fu prima a Verona e poi a Venegono Superiore per lo studio della teologia. Per comprendere questi spostamenti dobbiamo tener presente che la Casa Madre di Verona, durante la guerra, era occupata dai tedeschi, e che il noviziato, nel 1948, spostò le sue tende da Venegono a Gozzano per lasciare posto, appunto, a coloro che studiavano teologia.

            Franco, data la sua sensibilità e timidezza, era il classico vaso di creta costretto a viaggiare insieme a quelli di ferro. Non era perciò, il suo, un viaggio delizioso. Nelle domande per la rinnovazione dei Voti annuali, egli sottolineava questo fatto che, tuttavia, affrontava in una prospettiva di fede. "...Sebbene la vita religiosa missionaria, vissuta in tutta la sua profondità, comporti sacrifici e rinnegamento di se stessi, sono risoluto, con la grazia del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, a essere sempre fedele alla mia vocazione e alle promesse fatte. Il pensiero di essere missionario del Cuore di Gesù è per me una forza potente, capace di sostenermi nelle difficoltà".

            Il 3 giugno 1950, nel Duomo di Milano, venne ordinato sacerdote. "Il Signore non nega la grazia che si chiede durante la prima messa - confidò ai familiari -. Io ne ho chieste due: che noi cinque ci troviamo tutti, un giorno, insieme in paradiso, e che io sia capace di trasmettere chiaramente e senza distorsioni la Parola di Dio nella predicazione".

Studente e maestro

            Subito dopo l'ordinazione p. Franco fu inviato a Londra per apprendere bene la lingua inglese. Il suo destino, infatti, pareva ormai stabilito: insegnante. Lo destinarono a tale compito perché era intelligente, studioso e capace di trasmettere le verità, anche più difficili con parole semplici e adatte all'intelligenza degli scolari.

            Dal 1951 al 1952 fu a Zahle, in Libano, per lo studio dell'arabo. In un anno riuscì ad apprenderlo bene in modo da essere in grado di scrivere, parlare e insegnare in quella lingua.

            Alla fine del '52 era ad Omdurman e poi a Dilling, nel Sudan del nord, come addetto al ministero e all'insegnamento. I superiori non si erano sbagliati: p. Franco ci sapeva fare per cui, dal '55 al '63, fu trasferito ad Atbara, sempre come insegnante.

            Sarebbe errato pensare che l'insegnamento esaurisse tutta l'attività del Padre. Nei momenti liberi andava nei villaggi per incontrare la gente e insegnare catechismo ai ragazzi; con molta disponibilità e allegria si prestava a predicare ritiri e a fare conferenze alle comunità delle suore comboniane. Una di queste dice: "Anche se aveva tanto da fare nella scuola, non diceva mai di no a nessuna richiesta. A chi gli obiettava che forse lo si disturbava troppo, egli rispondeva che si era fatto missionario prima di tutto per predicare la Parola di Dio".

Sui sentieri del Comboni

            In Sudan p. Franco percepiva la presenza speciale di mons. Comboni. "Quando cammino per queste strade, dico fra me: Certamente da qui è passato anche mons. Comboni. Egli ha visto queste pietre, questi monti, questi sassi, questo fiume. E' meraviglioso e ciò mi dà una forza tutta particolare e mi aiuta spiritualmente. Quando sento che il sole picchia forte e mangia le energie, penso che anche Comboni ha sofferto lo stesso caldo... e lui non aveva, alla sera, la birretta fresca o il ventilatore in camera... Quando incontro qualche povero o qualche ammalato penso che, forse, Comboni ha aiutato o ha curato suo nonno o suo bisnonno e allora sento anch'io tanta compassione per questa povera gente... Quando la sete brucia la gola o la polvere della strada entra nel naso, negli occhi e nelle orecchie penso alla sete che Comboni avrà sofferto e alla polvere che anche lui avrà respirato. Credo che sia un privilegio per un missionario comboniano esercitare il suo ministero in questa zona di Africa. Qui tutto parla del nostro fondatore. I nomi delle località che leggevo nella biografia di Comboni hanno, ora, un contorno ben definito. Un poco alla volta spero di poter battere tutti i sentieri e le strade che lui ha percorso. Vorrei avere anche il suo spirito, il suo zelo, il suo amore per questa gente".

            P. Franco si sforzava realmente di riprodurre in sé i sentimenti del fondatore. P. Antonio Figini, suo superiore, scrisse di lui: "Ha buona volontà di lavorare con frutto al bene delle anime. Ha un notevole dominio del proprio carattere, un serio attaccamento al suo dovere, generosissimo di cuore, molto obbediente e cortese nel trattare con la gente che gli vuole bene. Si diletta in fotografia nel desiderio di 'fermare' i paesaggi, gli ambienti e le persone, che gli ricordano il Comboni. Con i confratelli è molto cordiale per cui la vita di comunità è facilitata dalla sua presenza".

            P. Franco rimase in Sudan fino al 1963. Dalla sua mente e dal suo cuore uscirono schiere di studenti che oggi, grazie a lui, occupano posti importanti nella società. Egli li ha amati, li ha stimati, li ha aiutati, perché era persuaso che proprio loro potevano costruire un'Africa migliore. Comboni aveva detto: "Salvare l'Africa con l'Africa".

Padre spirituale

            Dal settembre del 1963 al settembre del 1964, p. Franco coprì l'incarico di padre spirituale dei seminaristi comboniani di Thiene. Era delicato e gentile con i ragazzi. Vedeva in essi i futuri missionari che avrebbero continuato l'opera di evangelizzazione e di promozione umana nel mondo. Egli sapeva trasmettere ai ragazzi l'entusiasmo missionario, l'amore alla vocazione e alla missione di cui egli era ricco. I giovani seminaristi lo seguivano volentieri e si aprivano con lui senza difficoltà, in quanto lo consideravano come un vero amico, capace di stare con loro, di pregare con loro e di giocare con loro.

            Ad un certo momento p. Franco venne a trovarsi sulle sabbie mobili della discordia. Il 1968 con le sue arie innovatrici era ancora lontano, tuttavia a Thiene già si respirava aria di contestazione. Non tra i ragazzi, bensì tra gli educatori. Chi diceva che bisognava rinnovarsi, chi insisteva per la linea tradizionale, linea sicura e convalidata dall'esperienza, chi tergiversava non sapendo da quale parte stare non dando, in questo modo, una mano alla pacificazione degli animi.

            Il padre spirituale si appellava alla sua esperienza di giovane seminarista a Padova, e gli pareva che quel metodo fosse quello giusto. Contemporaneamente temeva che queste discussioni, per lui inutili, potessero diventare causa della perdita della vocazione per qualche ragazzo. Ciò lo preoccupava molto. Ritenendosi inadatto ad affrontare la situazione, chiese ai superiori di essere esonerato dall'incarico. Alla fine dell'anno, tuttavia, poté scrivere a p. Leonzio Bano, incaricato delle vocazioni in Congregazione: "I ragazzi mi sembrano molto contenti e sereni della loro vocazione. Tuttavia sono certo che lei vorrà comprendere la mia difficile situazione".

            A Thiene p. Franco si fece stimare dalla gente che frequentava il santuario tenuto dai missionari. Trascorreva parecchie ore al confessionale e, in breve, la fama di quel Padre buono e comprensivo si diffuse tra i fedeli. Intercalava il ministero con la predicazione di qualche giornata missionaria, durante la quale raccontava le esperienze missionarie dei suoi confratelli, illustrando i loro sacrifici e rinunce in terra d'Africa. Non parlava mai di sé, tanto che un giorno un fedele gli chiese se lui, in Africa, vi fosse andato per turismo, dato che i sacrifici li avevano fatti solo gli altri. Egli sorrise e si giustificò dicendo: "Sa, io facevo principalmente scuola. E nelle aule non batte il sole e anche la polvere vi entra meno".

In Brasile

            Nel 1964 c'era una forte richiesta di missionari per il Brasile che si trovava in una fase di espansione. "L'Africa è sempre l'Africa, ma vado volentieri anche in Brasile", rispose p. Franco alla proposta del p. generale di partire per il Brasile.

            Vi arrivò nel novembre del 1964 e fu assegnato alla parrocchia di Conceicao da Barra, diocesi di San Matteo. Imparò la lingua e si dedicò al ministero tra la gente. P. Franco godette quel periodo perché, finalmente, poteva fare il missionario a tempo pieno, poteva intrattenersi con la gente e con i ragazzi, poteva visitare i villaggi in groppa al cavallo. Fu un bravo organizzatore delle comunità ecclesiali e si adoperò con tutte le sue forze per preparare gli incaricati della catechesi e della preghiera, in modo che anche nei villaggi dove il sacerdote poteva arrivare solo qualche volta, non mancasse mai la preghiera e l'istruzione catechistica.

            Scrive p. Galimberti: "La parrocchia di Conceicão da Barra è una delle più povere della diocesi di S. Mateus. Il paese si affaccia sull'Atlantico e si compone di casette miserabili, dalle pareti intonacate di fango e coperte di paglia. Spesso, su una superficie di 20 metri quadrati, vive un'intera famiglia composta di 15-20 persone, in una promiscuità deplorevole. Gli abitanti sono per la maggior parte pescatori, costretti ad affrontare l'Oceano su povere imbarcazioni. La pesca a volte è fruttuosa, a volte misera; ma anche quando è buona resta il problema della vendita del pesce a prezzo conveniente. Vi sono degli incettatori che pagano prezzi di fame, e la fame crea nuova fame. Torme di bambini sottoalimentati affollano tutto il giorno la spiaggia, in attesa di qualche pesce da portare a casa alla mamma.

            Di fronte a questa dolorosa situazione, il parroco di Conceicão, p. Gasparini, pensò di organizzare una cooperativa di pescatori. In poco tempo riuscì a mettere insieme una quarantina di iscritti. Molta buona volontà, ma scarse le attrezzature: qualche barca a remi, qualche rete...

            Per affrontare l'Oceano occorreva un battellino a motore, capace di resistere al mare grosso, ed un autocarro frigorifero per trasportare il pesce in città. La pesca in alto mare è più redditizia, anche se più pericolosa; la pesca poco lontano dalla spiaggia rovina facilmente le reti, a causa dei rifiuti trasportati dalla bassa marea. P. Franco sperava che qualche benefattore l'aiutasse a realizzare i sogni dei suoi pescatori".

            Col 1968 fu trasferito a Rio de Janeiro come procuratore delle missioni. Era un lavoro di coordinamento e di responsabilità che cercò di disimpegnare tenendo soprattutto d'occhio le necessità dei confratelli che dipendevano da lui per il buon andamento della loro situazione economica. Pur restandovi solo un anno, fece in tempo a farsi stimare ed amare. Negli ultimi giorni della vita un confratello, venuto dal Brasile, andò a trovarlo e gli disse: "In Brasile ti ricordano ancora e vorrebbero che tu tornassi perché eri benvoluto, preparato e stimato".

            Dieci giorni dopo il suo ritorno dal Brasile, la mamma partì per il cielo. "Ho chiesto alla Madonna di vederti ancora una volta prima di morire - aveva detto al figlio abbracciandolo -. La Madonna, alla quale ti ho consacrato e ti ho donato volentieri quando hai chiesto di farti missionario, mi ha fatto il regalo".

La lunga giornata italiana

            Nell'ottobre del 1969 p. Gasparini venne in Italia con il compito di economo della Casa Madre. Era un lavoro difficile in quanto c'era tanta gente da accontentare e con esigenze diverse. Mostrò subito una cura particolare per gli ammalati. Voleva che a loro non mancasse niente, non solo dello stretto necessario, ma anche di quel "quid" che serviva a rendere meno pesante la loro situazione. "I malati - diceva - sono la porzione più eletta della Congregazione. Devono essere trattati meglio". L'economo non è solo colui che amministra e spende i soldi, ma anche colui che va a cercarli, mediante le giornate missionarie e mantenendo i rapporti con i benefattori. "Costano tanti sudori e anche qualche umiliazione, questi soldi - diceva -, ma quando si pensa per quale causa sono chiesti e poi spesi anche questo lavoro diventa gradevole".

            Nel 1974 il padre generale gli fece la proposta di andare in Portogallo come animatore missionario. "I pochi padri portoghesi è bene che vadano in Mozambico dove noi italiani non possiamo andare per difficoltà poste dal governo portoghese. Tu, p. Gasparini, conosci bene il portoghese essendo stato in Brasile. Le case del Portogallo hanno bisogno di qualcuno che le incrementi, sia come vocazioni, sia come aiuto economico".

            In quel frattempo, però, il provinciale d'Italia (p. Malugani) fu colpito da un brutto infarto per cui le decisioni rimasero in sospeso. E p. Gasparini? Fu inviato a Trento come economo e animatore. Anche lui, però, rischiò di andare a trovare san Pietro. Una domenica mattina, mentre si recava a celebrare una giornata missionaria nel veronese fu coinvolto in un incidente stradale che gli disintegrò l'auto ed egli fu portato all'ospedale con la rottura del femore, della gamba, del piede e di costole varie; botte e contusioni dappertutto. Ne ebbe per alcuni mesi.

L'ora del Getzemani

            Scrivendo al p. generale nel 1984, p. Franco disse: "Dopo l'incidente del 1975 non sono mai stato bene in salute. La colpa è mia, perché non ho mai eseguito le prescrizioni del medico per motivi di lavoro, e anche dei superiori che non mi hanno mai chiesto della salute".

            Gasparini era un uomo fatto così: soffriva e taceva. Ma almeno si fosse curato o avesse scalato qualche marcia nella sua attività! Stringeva i denti e andava avanti anche se, per forza, il ritmo non poteva più essere quello di un tempo. Ed ecco che una sofferenza, ben più sottile dei dolori fisici, venne a battere alla sua porta. Qualcuno disse che non aveva più voglia di fare giornate missionarie e attività di animazione. Ciò fu motivo di qualche incomprensione da parte dei superiori. P. Franco non era uomo di lotta, non era uno che rispondeva a un graffio con un'azzannata, piuttosto subiva e soffriva proprio come aveva predetto il suo maestro in noviziato. "Come può, padre, - scrisse al provinciale nel 1978 -giudicare il mio stato di salute senza interpellarmi? La realtà, alle volte, è diversa da come appare a prima vista; non mi sono mai lamentato ed ho sofferto nel mio intimo. Chieda ai miei confratelli, qui, se sono stato un fannullone... Nel febbraio del '77 ho dovuto subire una seconda operazione... I dolori che ora sento, forse non li sentirei se fossi stato al mare come mi aveva prescritto il medico, ma non ho mai avuto tempo: dovevo lavorare per le giornate missionarie. Mi creda, mi sento un emarginato. L'11 maggio inizia la prima udienza del processo per il mio incidente. Proprio oggi ricorre il terzo anniversario dell'incidente. Qualche volta mi viene da chiedere se non fosse stato meglio che fossi morto... Dopo l'incidente, quando mi capita qualche sofferenza morale, mi si blocca lo stomaco e continuo a rigettare per molto tempo. Non posso andare avanti a base di pastiglie. L'unica medicina, per me, è trovare serenità nell'ambiente in cui vivo".

            P. Franco trovò la serenità che cercava nella comunità di Gozzano, dove fu destinato alla fine del 1978. Il suo lavoro fu quello di animatore e propagandista. Per fare giornate missionarie si spingeva fino in Valle d'Aosta. Tornava stanco, ma contento. Insieme a p. Biolo, superiore, si diede all'animazione giovanile. A Gozzano, allora, c'era un bel gruppo di giovani che facevano capo alla sede dei Comboniani. Fu testimone del cambiamento di casa, dalla parte vecchia a quella restaurata (1982) e, purtroppo, anche allo sfaldamento del GIM.

            Durante la settimana p. Franco non stava in ozio. O era in giro a raccogliere carta e stracci, che poi vendeva con un discreto ricavato per le missioni, o lavorava nell'orto insieme a p. Simonelli. Non restava un minuto con le mani in mano.

            Scrive don Carlo Grossini, parroco di Gozzano e buon amico di p. Franco: "Era da tutti conosciuto il suo impegno per la raccolta degli stracci, come per la coltivazione dell'orto della casa. Al punto che arrivavano macchine ad ogni ora e depositavano davanti alla porta o in qualche altro angolo i loro sacchi, o pacchetti, o pacconi e se ne andavano sapendo che poi p. Franco avrebbe suddiviso, scartato e ritirato il tutto. Non si risparmiava la fatica, neppure al momento del carico del camion degli stracci: 'Io li sistemavo sul camion - testimonia Fornara di S. Stefano - e lui li caricava tutti da solo: lavorava come un operaio di quelli buoni...'

            Ma c'era un'altra faccia meno conosciuta, nella fatica quotidiana di p. Franco. La sua permanenza a Gozzano è coincisa con gli anni difficili della grande ristrutturazione della casa e, conseguentemente, con il tempo del trasloco e della sistemazione nei locali rinnovati, approntati per i padri nella parte sud del grande Istituto fino allora tutto occupato per l'attività missionaria. Si possono immaginare i disagi fisici di quel tempo di convivenza con i muratori e di sistemazione provvisoria, ma, certamente, più grandi sono stati per p. Franco le sofferenze morali. Era dispiaciuto di non poter utilizzare a fin di bene, per attività pastorali e sociali, quel palazzo un tempo centro così fiorente di spiritualità e di educazione. Condivise con i confratelli le fatiche del trasloco, ma spesso si trovò troppo solo, sostenuto soltanto dalla saggezza di p. Simonelli, a lottare contro il progressivo degrado della casa sempre più abbandonata e facile preda di avidi antiquari. Ma a ben guardare anche questa umile e nascosta dedizione al lavoro materiale lasciava intravedere altri amori.

            L'attenzione alla casa era in verità amore alla propria famiglia religiosa, alla tradizione e all'impegno pastorale di chi era venuto prima. Era rimasto in p. Franco, forse eredità degli anni di insegnamento, una fine sensibilità ai problemi della cultura intesa come storia e come vita. Così che ogni tanto arrivava in casa parrocchiale con una rivista, un ritaglio di giornale o un libro e diceva: 'Hai letto qui?' e si abbandonava a confidenziali, ma non superficiali osservazioni.

            La preoccupazione per l'orto esprimeva, certo, il senso di responsabilità tutto contenuto in un'altra sua parola: 'Siamo tante bocche...', ma forse aveva anche una radice più profonda nell'amore alla natura, alle erbe, ai fiori. Una materia sulla quale accettava la mia facile ironia e gli permetteva di farmi ripetere spesso la promessa di una passeggiata al Mottarone alla ricerca di certe erbe che secondo la sua un po' ingenua fiducia, erano capaci di fare miracoli per la salute. Promessa, purtroppo, mai mantenuta; passeggiata sempre proibita dai suoi e dai miei impegni e tuttavia ricordi belli che testimoniano il suo amore alla natura e la sua capacità di amicizia.

            Ma non è da credere che tutto questo impegno per le cose materiali lo distogliesse dall'attenzione primaria all'apostolato e all'impegno spirituale. Era pronto a troncare il lavoro per fare spazio alla preparazione e all'impegno pastorale. Anche una messa, detta nei giorni feriali in parrocchia, meritava per p. Franco un momento di preparazione: si presentava sempre puntuale, con proprietà e ordine esteriore nella persona, con il messalino in mano e con una parola di commento e precise intenzioni di preghiera nel cuore. Per la Giornata Missionaria, poi, la preparazione si accompagnava alla trepidazione... Fino all'ultimo minuto, prima della predica, in sagrestia, si vedeva concentrato e preoccupato. Più di una volta ho dovuto dirgli. 'Ma, Padre, quante ne hai fatte di queste prediche nella tua vita?' E la risposta era pronta e precisa: 'Ma si tratta della Parola di Dio e di una proposta sempre nuova'".

In Brasile ti aspettano

            "Caro p. Franco - gli scrisse nel 1984 il padre generale - in Brasile ti aspettano, hanno fatto proprio il tuo nome e sarebbero ben contenti di averti. Io ti faccio la proposta. Fammi sapere le tue opzioni...".

            "Carissimo Padre, sapesse quanto sarei lieto di poter dare una risposta affermativa alla sua proposta - rispose Franco - ma in coscienza sento il dovere di dirle ciò che non ho mai detto a nessuno. Da mesi, ormai, oltre ai soliti dolori e stanchezza a cui non ho mai fatto caso, sento nella gamba un formicolio, un torpore e una insensibilità che mi preoccupano. Tuttavia faccio ancora le giornate missionarie per guadagnarmi il pane, ma la fatica aumenta sempre di più. Mi sento ormai finito, anche se esternamente dimostro il contrario e non mi lamento".

            Il male che lo avrebbe portato alla tomba già stava lavorando, anche se egli cercava di parare i colpi curandosi con le erbe delle quali era diventato uno specialista.

Non disturbatevi per me

            Nel 1986 la comunità di Gozzano venne ristrutturata. Dei "vecchi" rimase solo p. Simonelli. P. Dino Bonazzi ritornò alla sua missione in Ecuador e p. Gasparini passò alla comunità di Lucca. Questo in forza dell'ordinaria rotazione del personale.

            "Quando alla fine del 1985 p. Franco lasciò Gozzano, si recò dalle sorelle per un buon periodo di vacanza - scrive p. Angelo dell'Oro - poi sarebbe venuto nella mia piccola comunità di Lucca. Avrebbe approfittato di quel periodo per fare degli esami clinici e per curarsi da quella stanchezza e dolori di stomaco che lo accompagnavano ormai in continuazione".

            In quel periodo subì quattro operazioni. Il 22 ottobre 1985 entrò in ospedale. Quando lo aprirono si accorsero che una bruttissima peritonite lo stava uccidendo. E pensare che si era fatto ricoverare grazie all'insistenza di fr. Gianni. Più volte p. Gasparini dirà: "Gianni, a te devo la vita". Il 30 novembre fu operato una seconda volta perché la ferita non si rimarginava. In agosto del 1986 gli fu asportato un calcolo dalla vescica e in novembre subì la quarta operazione: quella di ernia.

            "Incontrandolo in Casa Madre - prosegue p. Dell'Oro - mi espresse tutta la sua gioia di essere assegnato all'animazione missionaria a Lucca. Stava davvero bene. Trovò parecchie giornate missionarie e si prestò per il ministero spicciolo nelle parrocchie. Era molto accetto ai giovani con i quali ci sapeva fare. Molti parroci, infatti, gli assegnarono dei ritiri ai giovani. Sapeva ispirare tanta fiducia e sempre lo accompagnava la serenità.

            Mi ha meravigliato il senso del dovere nella fedeltà alle giornate missionarie. Durante l'estate non perse una domenica, nonostante già accusasse dolori di stomaco e si vedesse dal volto che stava deperendo.

            A metà agosto aveva disposto tutto per recarsi nella riviera toscana per la giornata missionaria, ma prima di partire mi venne a dire che non si sentiva bene. Lo sostituii e gli raccomandai di riposarsi.

            Nella settimana seguente lo pregai nuovamente di farsi vedere dal medico, dato che lui continuava a dilazionare la visita. Ancora una volta mi rispose che lo avrebbe fatto al più presto. La domenica seguente fece la sua giornata missionaria senza particolari difficoltà. La settimana dopo, però, come arrivò al paese dove doveva predicare, chiese al parroco se poteva sdraiarsi un po', perché preso da vomito e da forti crampi allo stomaco. A fatica, concluse la sua giornata.

            A questo punto lo obbligai a farsi vedere dal medico. Mi rispose che si sarebbe recato a Verona appena avesse terminato gli impegni che aveva presi con i parroci. E fece altre due giornate missionarie... Ma solo Dio sa con quanta sofferenza".

            Il 24 settembre 1986 entrò nuovamente in ospedale. Il 7 ottobre venne operato e iniziò il suo calvario; infatti  trovarono che il tumore allo stomaco era già in metastasi.

            "P. Franco - conclude p. Dell'Oro - resterà per me esempio di dedizione fino all'eroismo. Aveva sempre fiducia di ritornare e di riprendere l'animazione per la quale aveva una vera passione. Lo visitai varie volte durante la sua malattia. I medici non davano più speranza, ma lui diceva che ce l'avrebbe fatta.

            Nell'ultimo incontro al suo capezzale, gli dissi tenendo la sua mano nella mia: 'I piani del Signore sono stati diversi dai nostri... Hai dato fino all'ultima scintilla di energie per la causa missionaria. Ora il Signore ti chiede la vita: sii contento di offrirgliela'. 'Sì, è vero - mi rispose - ma è duro'. Quando ho fatto le condoglianze alle sorelle mi dissero che, prima di morire, mi ha chiamato più volte".

            P. Franco affrontò la malattia con coraggio. Quando uno andava a fargli visita, era lui che per primo chiedeva:

            "Come stai?".

            "E tu?".

            "Meglio di ieri". Poi raccomandava di aver cura della propria salute perché, quando non c'è più, ci si accorge di quanto valeva. Impressionava questo ottimismo, questa perenne serenità, questa continua preoccupazione per gli altri. Tanto che qualcuno chiedeva se si rendesse conto della sua situazione. P. Franco lo sapeva benissimo, ma non voleva farsi commiserare, soprattutto non voleva pesare sugli altri. Uno dei suoi più grandi dispiaceri era quello di essere di peso agli infermieri o ai confratelli.

            A dire la verità p. Franco non fu minimamente di peso grazie alle sue due sorelle che lo assisterono di giorno e di notte, a turno, e con una dedizione veramente commovente. P. Franco era, ormai, tutto ciò che possedevano su questa terra.

            Negli ultimi tempi, quando il male non gli risparmiava neppure una cellula del suo corpo, un confratello gli chiese se sentisse dolore.

            "Eh sì", rispose.

            "Dove ti fa male?".

            "Dappertutto".

Andarono a trovarlo anche amici e benefattori da Gozzano. Lo ricordavano. Ricordavano il suo sorriso e la sua allegria, le sue battute un po' ingenue, i suoi suggerimenti sempre impregnati di contenuto evangelico, la sua amicizia sincera e cordiale.

            Alle ore 5.44 del 9 settembre il Padre si sentiva morire. Disse con un filo di voce alle sorelle: "Chiamatemi fr. Gianni". Poi aggiunse subito: "No, non disturbatelo; è stanco. Mi pare che mi passi un po'". Alle 6.30 il male lo prese un'altra volta. Disse: "Chiamatemi il Fratello; sto morendo". Fr. Smalzi accorse subito. Allora il Padre: "Sei stanco Gianni? Mi dispiace disturbarti". Stava morendo e si preoccupava della stanchezza degli altri...

            Quando il male ebbe terminato di consumarlo, si spense, bisbigliando con le sorelle e i confratelli presenti le ultime preghiere. Erano le ore 11. La sua salma riposa nella tomba dei Comboniani nel cimitero di Verona.

            Di lui resta il ricordo e l'esempio di un autentico comboniano entusiasta della sua vocazione, amante della Congregazione e dedito fino all'ultimo all'animazione missionaria. La sua combonianità è stata messa in risalto anche dal grande amore alla croce, che egli ha abbracciato e portato generosamente fino all'ultimo.                 P. Lorenzo Gaiga

Da Mccj Bulletin n. 162, aprile 1989, pp.41-52