Sabato 10 gennaio 2026
La crisi dell’ordine internazionale liberale e la contemporanea affermazione di un mondo multipolare in senso competitivo sono due facce dello stesso problema. Rappresentano, infatti, una delle trasformazioni più profonde del sistema globale dalla fine della Guerra fredda.
Per correttezza è bene precisare che non si tratta di un multipolarismo stabile e regolato, quanto piuttosto di una fase storica di competizione anarchica, segnata dall’erosione delle norme condivise, dall’uso strumentale del diritto internazionale e dal ritorno della forza come principale strumento di regolazione dei rapporti di potere. In questo contesto, l’Africa non è più una periferia del sistema internazionale, bensì uno dei principali teatri in cui si manifestano gli effetti del disordine globale. Come osserva Jeffrey Herbst, politologo americano specializzato in politica comparata, il continente è storicamente caratterizzato da una forma di “sovranità giuridica senza pieno controllo territoriale”, in una fragilità strutturale che oggi si intreccia con la competizione tra grandi potenze, rendendolo particolarmente esposto alle dinamiche del nuovo sistema internazionale.
Le premesse di questo scenario erano già iscritte nell’unipolarismo statunitense, assurto a seguito dell’implosione dell’ex Unione Sovietica, che non ha prodotto un equilibrio alternativo, ma una pluralità di attori che operano spesso in assenza di un quadro normativo condiviso, trasformando, in questa fattispecie, l’Africa in uno spazio di sovrapposizione di interessi strategici, militari ed economici. Parafrasando l’analista britannico Alex de Waal, oggi il continente africano è divenuto un vero e proprio “campo di battaglia della governance globale”, nel quale si confrontano modelli differenti di ordine politico e di gestione della sicurezza. Il multipolarismo si manifesta infatti attraverso la presenza simultanea di Stati Uniti, Cina, Russia, potenze regionali come Turchia e Iran, Paesi del Golfo e una molteplicità di attori non statali, dai gruppi jihadisti alle compagnie militari private, in un contesto in cui le istituzioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, appaiono sempre meno capaci di esercitare un ruolo regolatore efficace. Il principio di sovranità viene così invocato in modo selettivo: difeso per proteggere regimi autoritari, ma aggirato per giustificare interventi militari mirati, condotti al di fuori di un chiaro mandato internazionale. Secondo Paul D. Williams, della Elliott School of International Affairs, uno dei massimi esperti di sicurezza africana, questa ambiguità normativa rischia di trasformare conflitti locali in crisi regionali o persino globali, alimentando un ciclo di instabilità permanente.
In tale quadro, il ruolo dei grandi attori internazionali è destinato a diventare sempre più incisivo. Gli Stati Uniti, pur concentrando la propria attenzione strategica sulla competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico, non possono permettersi un completo disimpegno dall’Africa, che rimane centrale per la sicurezza globale, in particolare per la lotta al terrorismo jihadista, la protezione delle rotte marittime e l’accesso alle commodity (materie prime). Con l’amministrazione del presidente Donald Trump, Washington da una parte privilegia un approccio securitario, basato su cooperazione militare, intelligence e interventi mirati, spesso giustificati nel quadro della “guerra globale al terrorismo”. Dall’altra, Washington guarda a Paesi come la Repubblica Democratica del Congo e la Nigeria, per non parlare del cosiddetto Corridoio di Lobito, come aree rilevanti dal punto di vista economico.
L’azione statunitense contro i gruppi jihadisti attivi in Nigeria, in particolare Boko Haram e la branca locale del sedicente stato islamico, l’Iswap, si inserisce in questa logica e rappresenta un segnale della volontà americana di mantenere capacità di proiezione militare e strategica anche in contesti caratterizzati da sovranità fragile. Tale approccio non prefigura necessariamente una nuova stagione di presenza militare massiccia, ma indica piuttosto un modello di coinvolgimento selettivo e intermittente, non proprio conforme ai dettami del diritto internazionale, che rischia tuttavia di militarizzare ulteriormente aree già segnate da profonde fragilità socio-politiche, senza affrontarne le cause strutturali.
Parallelamente, la Russia ha saputo sfruttare con abilità il vuoto lasciato dalle potenze occidentali in diverse aree del continente, in particolare nel Sahel e nell’Africa centrale. Attraverso una combinazione di supporto militare, forniture di armi, accordi energetici e impiego di compagnie militari private, Mosca si è proposta come alternativa al modello occidentale, facendo leva su una retorica anticoloniale e sulla promessa di non interferenza negli affari interni. Tuttavia, come sottolinea una parte significativa della letteratura critica sul tema, questo approccio contribuisce ulteriormente alla crisi del diritto internazionale, normalizzando l’uso della forza e la privatizzazione della sicurezza, con effetti potenzialmente destabilizzanti nel medio e lungo periodo.
In questo scenario, la Cina rappresenta un attore decisivo e al tempo stesso enigmatico. Leader de facto dei Brics e principale partner commerciale di molti Paesi africani, Pechino ha storicamente adottato una strategia fondata sulla non ingerenza politica, sugli investimenti infrastrutturali e sulla cooperazione economica. Tuttavia, la crescente instabilità del continente e l’intensificarsi della competizione globale mettono progressivamente in discussione questa postura. Deborah Brautigam, una delle massime esperte dei rapporti sino-africani, sottolinea che la profondità e la capillarità degli interessi cinesi in Africa rendono sempre più difficile per Pechino restare estranea alle dinamiche di sicurezza. Miniere di terre rare, corridoi logistici, porti strategici e grandi opere legate alla “Via della seta” risultano direttamente minacciati dall’instabilità cronica. Non è un caso che la Cina abbia ampliato il proprio coinvolgimento securitario, dalla base militare di Gibuti alla crescente partecipazione alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Inoltre, Pechino da qualche tempo sta investendo nella formazione politica delle classi dirigenti africane. Emblematico è il caso della Mwalimu Julius Nyerere Leadership School (Mjnls) a Kibaha, in Tanzania. La Mjnls è la prima scuola politica-partitica cinese su scala regionale, rivolta ai partiti al potere di sei Paesi dell’Africa australe — Angola, Mozambico, Namibia, Sud Africa, Zimbabwe e Tanzania — tutti ex movimenti di liberazione oggi riuniti nella coalizione Former liberation movements of Southern Africa (Flmsa).
Nel contesto dei Brics, l’Africa assume inoltre un valore politico fondamentale, poiché il sostegno africano è essenziale per legittimare l’idea di un ordine internazionale alternativo a quello occidentale. Tuttavia, come avverte il politologo sudafricano Adekeye Adebajo, se il multipolarismo promosso dai Brics non sarà accompagnato da nuove regole condivise, esso rischia di tradursi non in un sistema più equo, ma in una semplice redistribuzione del potere coercitivo.
Guardando al futuro, gli scenari che si delineano per l’Africa sono molteplici. Il più probabile nel breve termine è quello di una frammentazione persistente, con il continente diviso in aree di influenza, Stati deboli e conflitti a bassa intensità alimentati da interventi esterni opportunistici. Un secondo scenario è quello della militarizzazione selettiva, caratterizzata da interventi mirati contro specifiche minacce, come il terrorismo o la pirateria, in assenza di una visione politica complessiva: un modello che l’intervento statunitense in Nigeria sembra in parte prefigurare. Un terzo scenario, più ambizioso ma al momento meno probabile, è quello di una nuova centralità africana, in cui gli Stati e le organizzazioni regionali riescano a sfruttare la competizione multipolare per rafforzare la propria autonomia e promuovere sviluppo e stabilità.
Achille Mbembe, il filosofo e storico africanista camerunese considerato uno dei più importanti teorici viventi del postcolonialismo, afferma che il futuro dell’Africa dipenderà dalla capacità del continente di non essere soltanto lo spazio in cui si scontrano le ambizioni altrui, ma un soggetto capace di ridefinire le regole del gioco. In assenza di un rinnovato impegno globale per il rispetto del diritto internazionale e per la costruzione di istituzioni inclusive, il rischio concreto è che l’Africa diventi il laboratorio di un nuovo disordine mondiale, in cui la forza prevale sul diritto e la competizione sulla cooperazione, con conseguenze destinate ad andare ben oltre i confini del continente. L’Europa (in particolare le ex potenze coloniali) ha la responsabilità di aiutare l’Africa nel far fronte a queste sfide. Insieme possono cooperare, rafforzando il dialogo politico e istituzionale per stabilità e sviluppo condiviso. Naturalmente, se vi sarà la volontà politica di farlo.
P. Giulio Albanese – L’Osservatore Romano