Sabato 4 luglio 2026
Padre Franco Moretti, 76 anni, ha celebrato il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale il 28 e 29 giugno a Mozzanica, provincia di Bergamo, presso la comunità parrocchiale di Santo Stefano. Con lui, hanno celebrato anche il quarantesimo di professione di Suor Elena Bardelli, delle Suore di Carità dell’Assunzione, e il quarantesimo di ordinazione di padre Gianni Nicoli, dehoniano. [Nella foto, a sinistra: celebrazione della prima Santa Messa di padre Franco Moretti il 29 giugno 1976; a destra: celebrazione del giubileo d’oro del sacerdozio a Mozzanica il 29 giugno 2026]

Nel pomeriggio del 28 giugno 2026, c’è stato un concerto della banda paesana in piazza, davanti alla chiesa parrocchiale. Dapprima il saggio dei bambini che da tre anni stanno imparando uno strumento della banda: hanno eseguito alcuni pezzi davvero bellissimi. Poi hanno suonato i veri artisti della banda ufficiale. Tutto per solennizzare la festa del giorno dopo, 29 giugno. La gente vuole bene ai suoi preti e alle sue religiose.

Per l’occasione, padre Franco ha fatto memoria del suo percorso missionario di mezzo secolo, riassumendo sul bollettino parrocchiale la sua vita missionario. Ne pubblichiamo qui di seguito una sintesi.

Padre Franco Moretti celebra con gratitudine il suo 50° anniversario di sacerdozio

Cinquant’anni. Mezzo secolo. Un traguardo che, guardando indietro, mi appare quasi incredibile: un lungo “soffio” dello Spirito che ha guidato i miei passi dovunque mi ha sospinto.

Celebrare 50 anni di sacerdozio missionario non è soltanto ricordare una data o ripercorrere esperienze vissute. È soprattutto rendere grazie a Dio per la sua fedeltà e per il dono di una vocazione che ha dato senso alla mia vita.

Sono stato ordinato sacerdote il 28 giugno 1976. Da allora ho cercato di vivere il ministero come risposta a una chiamata missionaria. La frase di san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16) ha sempre accompagnato il mio cammino. Non ho mai vissuto la missione come un onore, ma come una responsabilità gioiosa: testimoniare l’amore di Dio dove ce n’era più bisogno.

La mia “storia missionaria” iniziò molto prima dell’ordinazione. Era il 1958 e frequentavo la terza elementare lontano da casa: ero in un istituto di Nettuno (Roma). Un missionario comboniano venne nella nostra scuola a parlare dell’Africa. Racconti, fotografie e documentari accesero in me un fascino profondo. Alla fine, ci chiese: «Chi vuole diventare missionario come me?». Io alzai la mano. Oggi penso che Dio mi abbia parlato proprio attraverso il mio stupore e la mia immaginazione di bambino.

Nel 1960 entrai nel seminario comboniano di Rebbio (Como) per frequentare la quinta elementare. Seguirono gli anni della formazione: a Crema (per le medie e il ginnasio), a Lucca (per il liceo classico), a Firenze (per i primi due anni di teologia), a Venegono Superiore (Varese) per il biennio di noviziato, concluso con la prima professione religiosa il 12 maggio 1973. Quell’estate, raggiunsi Londra per gli altri tre anni di teologia. Lì feci i voti perpetui il 7 novembre 1975 e fui ordinato diacono l’8 dicembre dello stesso anno nella cappella del seminario di Cremona. Il 28 giugno 1976 divenni sacerdote nella parrocchia di Mozzanica, mio paese natale, per le mani di mons. Dante Battaglierin, vescovo saveriano con alle spalle decenni di missione in Cina e nel Pakistan orientale, oggi Bangladesh.

Dopo l’ordinazione sacerdotale, chiesi di partire subito per l’Africa, ma i superiori mi destinarono alla nostra rivista missionaria Nigrizia. Vi trascorsi tre anni, divorando libri sull’Africa e scrivendo articoli su quanto avveniva in quel continente tanto amato dal San Daniele Comboni, fondatore del mio istituto. Anche quello fu un modo di conoscere meglio l’Africa e di prepararmi alla missione.

Sono figlio del Concilio Vaticano II (1962-1965) e degli anni del grande desiderio di rinnovamento ecclesiale e sociale. Quegli anni hanno segnato profondamente il mio modo di vivere il sacerdozio: una Chiesa vicina alla gente, attenta alla giustizia, aperta al dialogo e al mondo. Sono anche figlio della stagione dei “sessantottini”: nel 1968 avevo 18 anni e partecipavo alle manifestazioni giovanili di protesta contro ogni forma di guerra e discriminazione, animato dal desiderio di relazioni più autentiche e di maggiore libertà per tutti.

Nel 1979 arrivai finalmente in Kenya, nella missione di Saba Saba, tra i Kikuyu, in una zona che era stata una tenuta terriere di qualche multinazionale britannica. Era una realtà che nasceva quasi dal nulla. Mi immersi nello studio della lingua locale e nella creazione delle piccole comunità cristiane. Iniziai il bollettino parrocchiale e poi anche quello diocesano. Lavorai nella neocostituita Commissione Giustizia e Pace diocesana (fa la prima del Kenya) e preparai testi per il catecumenato in Kikuyu e agili opuscoli per la formazione cristiana nelle piccole comunità di base.

A Saba Saba rimasi nove anni. Fu un periodo bellissimo, quasi una “luna di miele” missionaria. Mi sembrava che tutto ciò che toccassi diventasse d’oro. Dio fu buono con me in quel primo periodo di missione: quegli anni mi sono rimasti nel cuore e nella mente.

Vedere nascere una parrocchia viva, con decine di comunità e cappelle, fu una grande gioia. Quando il vescovo decise di affidarla al clero locale, soffrii un po’, ma capii che proprio questo era il vero obiettivo della missione: costruire una Chiesa capace di camminare con le proprie gambe. Era il sogno di san Daniele Comboni: “Salvare l’Africa con l’Africa”.

A luglio 1988 fui chiamato a Nairobi per fondare, assieme a padre Renato Kizito Sesana, la rivista New People, dedicata all’animazione missionaria della Chiesa africana di lingua anglofona. Dopo un periodo di studio a Roma, frequentando un corso di Comunicazione sociale all’Università Gregoriana, tornai ancora a lavorare per Nigrizia, ora situata a Verona. Non fu un vero trasferimento: mi veniva chiesto un aiuto di alcune settimane, per superare un momento di emergenza. In verità, ci rimasi per tre anni e mezzo.

Nel gennaio 1994 potei tornare in Kenya, assegnato alla missione di Katilu, diocesi di Lodwar, tra i Turkana, popolazione nomade di una regione desertica e poverissima nel nord del paese. Dopo un anno, fui mandato a Lokori, dove rimasi fino a ottobre 2003. Fu un’esperienza completamente diversa. Se Saba Saba era stata una “luna di miele”, il Turkana fu per me un “deserto” anche spirituale. Lì la fede veniva continuamente messa alla prova. Prolungate siccità seguite da drammatiche carestie, malattie e violenze (i Turkana sono “razziatori” nati) rendevano la vita durissima. Mi chiedevo talvolta se persino Dio si fosse dimenticato di quella gente. In quel contesto il Vangelo andava annunciato soprattutto con i fatti: scavare pozzi, costruire scuole e dispensari, distribuire cibo, curare i malati, stare accanto alla gente. Anche imparare la lingua locale fu una vera sfida, ma alla fine riuscii a preparare quasi tutti i testi liturgici e di catechesi in turkana per l’intera diocesi.

In quel deserto rimasi dieci anni. Non furono anni ricchi di soddisfazioni esteriori, ma furono forse i più importanti per la mia fede. Alla fine, compresi che il Signore mi chiedeva semplicemente di restare lì, condividendo la vita della gente e servendo Cristo presente nei poveri.

Quando fui richiamato in Italia, la domanda che i Turkana mi fecero non fu: «Perché te ne vai?», ma: «Qualcuno verrà al tuo posto?». Quando risposi di sì, dissero serenamente: «Allora puoi anche andare». In quelle parole c’era tutto il senso della missione: il missionario passa, il Vangelo continua.

Negli anni successivi alternai ancora il lavoro missionario in Kenya all’impegno giornalistico con Nigrizia (a Verona dal 2004 al 2013) e con New People. Nel 2014 tornai anche alla pastorale nella parrocchia di Kariobangi, alla periferica di Nairobi, che includeva la grande baraccopoli di Korogoco. Ritrovai la gioia della predicazione, della catechesi e delle visite alle piccole comunità cristiane. Fu commovente incontrare persone che avevo battezzato molti anni prima a Saba Saba e si erano trasferiti nella capitale per lavoro.

Durante le vacanze in Italia nel giugno 2022, dovetti sottopormi a una operazione. Mentre mi riprendevo, mi fu data la possibilità di frequentare un corso di due mesi a Roma dedicato all’anzianità (già, ero diventato “vecchio”!). Ancora una volta, le necessità dell’istituto mi hanno “bloccato” in Italia, dove oggi collaboro nella curia generale dei missionari comboniani, occupandomi della pubblicazione di documenti, rapporti, messaggi, annuari… e altri testi. Confesso che il lavoro non manca mai e che la nostalgia della missione ogni tanto si fa sentire.

Il prossimo 28 giugno celebrerò il mio Giubileo d’oro sacerdotale. Sarà anzitutto un rendimento di grazie al Signore per il dono della vocazione e a tutte le persone che mi hanno accompagnato, sostenuto e voluto bene lungo questi cinquant’anni.

Ma spero anche che questa breve storia della mia vita possa dire qualcosa ai più giovani e al mondo di oggi. Viviamo in una società spesso segnata dall’individualismo e dalla paura dell’altro. Eppure, la vera gioia nasce dal dono di sé, dal prendersi cura degli altri, dal fare causa comune con i poveri e gli emarginati, dal costruire ponti tra culture e popoli diversi.

Guardando indietro, non posso dire di aver fatto grandi cose. Posso però dire che Dio mi ha sempre preceduto, accompagnato e sorpreso. Ed è forse questa la scoperta più bella di tutta una vita missionaria.

Vi racchiudo in un caloroso abbraccio.

Celebrazione eucaristica alla Curia generalizia a Roma il 4 luglio 2026.

Celebrazione alla Curia generalizia a Roma

Oggi, 4 luglio 2026, in linea con il suo giubileo d’oro del sacerdozio, padre Franco ha presieduto la celebrazione eucaristica nella chiesa della Curia generalizia a Roma. Ecco la sua testimonianza, dopo la proclamazione del Vangelo.

Padre buono e d’infinita tenerezza, oggi mi metto davanti a te e davanti a questa assemblea di confratelli e amici, non per fare una predica, ma per fare memoria.

Oggi non voglio parlare di te o di tuo figlio Gesù. Voglio invece parlare a te e a lui. E voglio farlo ad alta voce, perché tutti possano sentire il grido di gratitudine che da giorni, settimane, mesi… fa scoppiare il mio cuore.

Cinquant’anni or sono, tu, o Padre, hai pronunciato il mio nome… A dire il vero, il mio nome hai voluto che fosse scritto sul taccuino di padre Mario Mazzoni, quasi 70 anni or sono, quando questo missionario comboniano, dopo averci parlato dell’Africa e degli africani, rivolse alla classe in cui ero la domanda: «Chi vuole diventare missionario come me?». Io alzai la mano e urlai: «Io!».

E tu sai che non mi sono mai pentito di quell’urlo. Mai!

Padre Mario scrisse il mio nome sul suo taccuino e prese nota dell’indirizzo della mia famiglia, allora lontana da dove ero. Due anni dopo, ragazzino di quinta elementare, entravo nel seminario di Rebbio (Como). E mi sentii ancora di più “chiamato” da te.

Vari anni dopo, eri tu, Gesù, che passavi lungo la strada della mia fanciullezza e giovinezza. Mi hai guardato, mi hai chiamato per nome, proprio come hai fatto con i tuoi primi Dodici discepoli: «Vieni dietro a me!». Non hai chiamato un ragazzino perfetto, e non hai scelto un giovane eroe. Hai chiamato me, con le mie paure e le mie fragilità.

Tu sei fidato di me. E io ti ho creduto. E sono arrivato al 28 giugno 1976, giorno in cui sono diventato tuo discepolo-missionario.

Oggi, dopo mezzo secolo di sacerdozio, tremo ancora di stupore e urlo la mia gratitudine: grazie, Padre, grazie Gesù, per avermi chiamato; grazie per avermi amato per primi. Grazie a te, Padre, per aver legato la mia vita alla tua storia di salvezza; grazie a te, Gesù, per avermi chiamato a essere un tuo discepolo-missionario.

Tu, Gesù, mi hai preso e mi hai spinto nel centro del Kenya, tra i Kikuyu, dove c’è una montagna chiamata Kĩrĩ Nyaga (“La Montagna dello Splendore”), sulla cui vetta, sempre coperta di neve, Dio, tuo Padre, viene tutti gli anni per le sue ferie. I Kikuyu mi hanno giurato che è davvero così. Chiamano Dio Ngai Ithe (“Dio padre”).

Grazie per avermi spinto nel deserto del nord del Kenya, tra i Turkana, dove c’erano solo piste sassose, dove il mio sacerdozio si è di nuovo fatto carne, come tu ti eri fatto carne in Palestina!

Sia tra i Kikuyu, sia tra i Turkana, sia, più tardi, tra gli abitanti della baraccopoli di Korogocho, nella parrocchia di Kariobangi, ho visto folle stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Ho visto volti dei malati senza medicine, di bambini senza un futuro, di persone morte di fame, di vecchi lasciati soli a morire…

Ma, o Padre, la meraviglia più grande è stata scoprire che in quei luoghi dimenticati e abitati dai più poveri e dimenticati tu non eri assente. Là ho sempre incrociato il tuo sguardo. Tu mi hai concesso l’immensa grazia di prestare i miei occhi alla tua compassione, di prestarti le mie mani per curare le loro ferite e accarezzarle, e i miei piedi per andarli a visitare.

No, non sono stato io a portare te in Africa (questo lo diceva mia mamma alle amiche, ogni volta che ripartivo per la missione dopo una breve vacanza in famiglia). Tu eri già là ad aspettarmi. Sei stato tu, Padre, che mi hai convertito attraverso la fede e la dignità di quei poveri.

Quante volte, però, davanti alla sproporzione della missione, ho avuto paura. La messe era immensa, sterminata, e io ero così piccolo, così solo. Ricordi, Padre, quante volte sono caduto in ginocchio nello scoraggiamento?

Se i Kikuyu mi avevano stregato con la loro cultura e lingua, le loro storie e tradizioni, al punto da farmi innamorare di loro, i Turkana mi misero invece alla prova. Dei Turkana ho detto a volte: «Questa popolo vive nella sabbia, ma anche loro – nomadi approfittatori e razziatori feroci – hanno il sapore della sabbia».

Subito dopo, mi pentivo di aver pronunciato quelle frasi, e dal mio cuore o dal mio cervello veniva una vocina a svelarmi una evidente verità, dicendomi: «Avranno il sapore della sabbia, ma tu non riesci ad allontanarti da loro. Tu continui a rimanere qui. Hai detto molte volte che ti piace stare qui… E perché? Perché riesci a vedere mille e mille qualità positive anche in questo difficile gruppo etnico». Eri tu, o Dio, che inducevi il mio cuore e il mio cervello a bisbigliarmi queste parole di incoraggiamento e di consolazione.

Anche tuo figlio Gesù mi sussurrava costantemente le seguenti parole: «Prega il Signore della messe». E così facevo… Tu, Gesù, mi hai insegnato che la missione non era mia, ma di tuo Padre. Tu m’hai strappato dall’ansia del fare e del produrre per portarmi nel silenzio dell’affidamento. Ogni mio libro stampato in quelle lingue locali, ogni pozzo scavato, ogni chiesa o scuola costruita, ogni lacrima asciugata in quelle terre e tra quella gente non è stata l’opera di uno stratega, ma il miracolo di una mia preghiera esaudita.

E ho imparato che il missionario è solo un operaio che deve stare in ginocchio davanti al vero Padrone della messe e invocare aiuto da te, Gesù, il primo missionario del Padre.

Oggi, o Padre, guardo indietro a questi cinquanta anni. Che cosa mi resta? Mi resta la vertigine della tua gratuità: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Mi resta la tremenda sfida che mi ha lanciato tuo figlio Gesù: «Chi ama padre e madre più di me non è degno di me». Mi resta il sapore – “un poco aspro”, a dire il vero – di altre parole di tuo figlio: «Chi avrà tenuto per la sé la propria vita, la perderà; chi l’avrà buttata via per causa mia, la troverà». E mi restano soprattutto queste tue parole consolanti, o Gesù: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli… non perderà la sua ricompensa».

Tutto, in questa mia vita, è stato dono tuo. Mi hai dato il perdono quando ho sbagliato, la forza di continuare quando ero stanco, la gioia di annunciare il Regno dove regnava la disperazione.

Non ho meriti da presentarti, o Padre. Ho solo mani vuote da mostrarti, ma sono piene di nomi e di volti dei miei fratelli africani, dei miei amici e parenti italiani, e dei miei confratelli. Ho cercato di spendere ogni giorno della mia vita restituendo a loro, goccia dopo goccia, l’amore immenso che tu hai riversato su di me e in me. Senza fare calcoli, senza trattenere nulla per me… ma donandomi tutto.

Padre, la mia vita è tua. Lo è stata per cinquant’anni. Lo sarà per i giorni che vorrai ancora donarmi.

A te la lode, la gloria e il mio grazie eterno.

E a voi, carissimi confratelli qui presenti, grazie di tutto il bene che mi avete voluto. Mi sono sempre sentito amato da voi così in profondità da non aver più paura nemmeno di me stesso.

E grazie di aver ascoltato oggi questa mia preghiera. Amen.

Padre Franco Moretto, mccj