Venerdì 6 febbraio 2026
L’8 febbraio si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone sul tema: “La pace comincia con la dignità: un appello globale per porre fine alla tratta di persone”. L’8 febbraio la Chiesa ricorda santa Giuseppina Bakhita, religiosa delle Figlie della Carità vissuta per oltre 40 anni a Schio (VI), dopo essere stata liberata da una vita di schiavitù che l’ha vista subire molte violenze sin da bambina.
Per questo, l’8 febbraio è diventato un giorno importante per ricordare le tante donne vittime delle odierne schiavitù: non solo la schiavitù sessuale, ma anche tra l’altro quelle economiche e intellettuali.
Obiettivo della Giornata è innanzitutto quello di creare una maggiore consapevolezza del fenomeno e riflettere sulla situazione globale di violenza e ingiustizia che colpisce tante persone, che non hanno voce, non contano, non sono nessuno: sono semplicemente schiavi. Al contempo provare a dare risposte a questa moderna forma di tratta di esseri umani, attraverso azioni concrete.
Per questo è fondamentale, da un lato, ribadire la necessità di garantire diritti, libertà e dignità alle persone trafficate e ridotte in schiavitù e, dall’altro, denunciare sia le organizzazioni criminali sia coloro che usano e abusano della povertà e della vulnerabilità di queste persone per farne oggetti di piacere o fonti di guadagno.
«La tratta delle persone è un crimine contro l’umanità. Dobbiamo unire le forze per liberare le vittime e per fermare questo crimine sempre più aggressivo, che minaccia, oltre alle singole persone, i valori fondanti della società e anche la sicurezza e la giustizia internazionali, oltre che l’economia, il tessuto familiare e lo stesso vivere sociale». (Papa Francesco)
Genesi della giornata Papa Francesco, sin dall’inizio del suo Pontificato, ha più volte denunciato con forza il traffico di esseri umani, definendolo «un crimine contro l’umanità» spronando tutti a combatterlo e a prendersi cura delle vittime. Non ha mai cessato di puntare il dito, non solo contro i trafficanti di schiavi, ma anche di coloro che usano e abusano del corpo della donna, come pure contro la globalizzazione della indifferenza, anche all’interno della Chiesa, e particolarmente contro un mondo maschile e maschilista che non vuole mettersi in questione e assumersi le proprie responsabilità.
In più occasioni suor Eugenia Bonetti, allora coordinatrice dell’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’Usmi, avrebbe voluto chiedere al Santo Padre di indire una Giornata internazionale/ecclesiale contro il traffico di esseri umani. Desiderio questo condiviso da altre consorelle, che accoglievano migliaia di donne nelle loro case famiglia per un recupero della loro dignità e libertà, nella speranza di spezzare gli anelli della pesante catena creata dal nostro egoismo ed interesse. Impellente era, dunque, il desiderio di poter incontrare personalmente Papa Francesco e condividere con lui difficoltà e aspettative.
Il 20 settembre 2013, Sr. Eugenia ed altre quattro religiose, di congregazioni e nazionalità diverse, incontrarono il Papa e chiesero aiuto al Pontefice affinché la società, la Chiesa, le parrocchie, le scuole, nonché le congregazioni maschili e femminili si aprissero maggiormente nei confronti dell’accoglienza, dell’informazione e formazione dei giovani al rispetto e alla dignità.
Le religiose, in questa sede, chiesero inoltre di iniziare a celebrare ogni anno, in tutta la chiesa universale, la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di esseri umani, la nuova forma di schiavitù del nostro secolo, nella festa di Santa Giuseppina Bakhita, patrona di tutti gli schiavi di ieri e di oggi.
Questa richiesta è diventata realtà per la prima volta l’8 febbraio del 2015 e grazie a questa iniziativa molte diocesi, parrocchie e congregazioni d’Italia si sono unite per vivere in modo particolare questa giornata, utile per proporre iniziative di formazione, informazione e preghiera per spezzare una volta e per sempre gli anelli di tale schiavitù moderna che ha al suo attivo migliaia di vittime anche nel nostro Paese così detto cattolico.
Così Papa Francesco aveva parlato all’Angelus l’8 febbraio 2015, per presentare questa importante e sentita giornata che giunge ora al quarto anno: «Oggi, memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita, le Unioni delle Superiore e dei Superiori Generali degli Istituti religiosi hanno promosso la Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Incoraggio quanti sono impegnati ad aiutare uomini, donne e bambini schiavizzati, sfruttati, abusati come strumenti di lavoro o di piacere e spesso torturati e mutilati. Auspico che quanti hanno responsabilità di governo si adoperino con decisione a rimuovere le cause di questa vergognosa piaga.
USMI ROMA
Festa di Santa Giuseppina Bakhita
8 febbraio
Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata da papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 1º ottobre 2000 fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.
«La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un sobborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei. Vivevo pienamente felice. Avevo nove anni circa, quando un mattino andai a passeggio nei nostri campi. Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati. Uno estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa – “Se gridi, sei morta, avanti seguici!”».
Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento. Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me. Per più di un mese [distesa] sulla stuoia senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.
Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami. Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito. “Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”.
Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice. Ed ecco l’incontro con Cristo.
La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa … Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo libera”.
Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita. Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità. Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.
Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”, che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947), sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto. Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa …”.
Sevemaster
Santa Giuseppina Bakhita e san Daniele Comboni:
Due santi simbolo nel mondo delle migrazioni
“Desidero ricordare due audaci testimoni della fede, due persone sante, le cui vite sono intimamente legate alla vostra terra: santa Giuseppina Bakhita e san Daniele Comboni. Sono certo che l’esempio di fermo impegno di carità cristiana offerto da questi due devoti servi del Signore possa gettare una grande luce sulle realtà attuali che la Chiesa nel vostro Paese deve affrontare”. Con queste parole il Santo Padre si è introdotto nel suo discorso ai vescovi. Quindi egli passa ad illustrare i tratti caratteristici ed il messaggio particolare che i due santi hanno per la Chiesa intera ed in particolare per la terra del Sudan.
Di Bakhita il Papa mette in rilievo che fin da piccola “ha sperimentato la crudeltà e la brutalità con cui l’uomo può trattare i suoi simili. Rapita e venduta come schiava…ha conosciuto fin troppo bene la sofferenza e la vittimizzazione che tuttora affliggono innumerevoli uomini nella sua patria, in tutta l’Africa e nel mondo”.
Viene spontaneo il riferimento ai tanti perseguitati e profughi moderni: “La Chiesa del vostro Paese è profondamente consapevole delle difficoltà e del dolore che colpiscono coloro che fuggono dalla guerra e dalla violenza, in particolare le donne e i bambini”.
La memoria di santa Bakhita spinge anche oggi la Chiesa a offrire “l’assistenza, tanto necessaria… ai numerosi rifugiati e profughi, che sono stati costretti ad allontanarsi dalle loro case e dalle loro terre familiari”. La figura di Comboni, fra le tante altre cose, richiama anche “l’inculturazione della fede”, di cui fu un grande fautore. Il santo “si è impegnato molto per conoscere le culture e i linguaggi delle popolazioni locali che serviva. In tal modo è riuscito a presentare il Vangelo nei modi e conformemente alle usanze che i suoi ascoltatori prontamente comprendevano”.
È il discorso che si fa anche in ambito migratorio, quando si dice che i migranti hanno diritto di esprimere la loro fede e vita cristiana secondo il modello culturale della loro terra di origine. Se l’inculturazione è legittima per l’africano che vive in Africa, perché non dovrebbe essere altrettanto legittima per l’africano quando arriva tra noi? Oltre all’esempio del Comboni, il Papa ricorda anche un passo della Pastores gregis, n. 30: “In modo molto reale, per noi, oggi, la sua vita è un esempio che dimostra chiaramente che l’evangelizzazione della cultura e l’inculturazione del Vangelo sono parte integrante della nuova evangelizzazione e sono, perciò, un compito proprio dell’ufficio episcopale”.
Giovanni Paolo II
nell’udienza ai Vescovi del Sudan il 14 dicembre 2003