Venerdì 3 aprile 2026
Testimoni di dolore, compagni di preghiera, custodi della vita, i missionari e le missionarie vivono il tempo pasquale nei Paesi segnati da conflitti e violenza. «Vivere la Pasqua in Terra Santa significa celebrarla in una realtà dove i cristiani sono minoranza, dove molti non credono in Gesù né nella sua Risurrezione. Significa proclamare la vita in mezzo a conflitti antichi e ferite sempre aperte, in un contesto che spesso assomiglia a un eterno Venerdì Santo o alla lunga notte del Sabato Santo», – dice suor Cecilia Sierra [a sinistra nella foto], comboniana in Palestina.

La guerra genera altre guerre, riproducendo ovunque sofferenza e distruzione. Ma la speranza della Pasqua sfida il buio della paura. Dove la morte ogni giorno presenta i suoi bilanci, l’attesa della Risurrezione di Cristo si incarna nella quotidianità di popoli sofferenti, e spogliati di tutto. Eppure pronti a rinascere al primo segnale di pace. Dovunque la Pasqua torna a ricordarci la speranza che brilla (a volte fioca) nei cuori di chi crede in un futuro migliore per i figli, per la propria terra, per l’umanità tutta.

Rimanere, come le donne del Vangelo. I missionari e le missionarie che vivono in zone di conflitti danno voce ai sentimenti della gente tra cui testimoniano il Vangelo. “Vivere la Pasqua in Terra Santa significa celebrarla in una realtà dove i cristiani sono minoranza, dove molti non credono in Gesù né nella sua Risurrezione. Significa proclamare la vita in mezzo a conflitti antichi e ferite sempre aperte, in un contesto che spesso assomiglia a un eterno Venerdì Santo o alla lunga notte del Sabato Santo – spiega suor Cecilia Sierra, comboniana –. Qui, in Terra Santa, come più di duemila anni fa, vogliamo imparare dalle donne del Vangelo, da Maria di Nazaret, a rimanere. Rimanere ai piedi della croce. Rimanere accanto ai tanti crocifissi della storia. Rimanere quando tutto parla di morte. Rimanere anche quando la nostra presenza appare fragile, povera, quasi insignificante”.

Missionarie comboniane in Palestina.

Suor Cecilia vive con le comunità beduine del deserto di Giuda con presenza ad Al Azariyah dal 2011. Le missionarie comboniane in un contesto di conflitto condividono la vita dei più vulnerabili, seminando speranza e dignità, accompagnando tra l’altro 12 comunità, soprattutto bambini e donne, con progetti educativi e formativi come Hilos de Paz che sostiene 200 donne nel ricamo palestinese.

Le famiglie beduine minacciate da evacuazioni forzate, vivono nella precarietà, senza garanzie, senza sicurezza, spesso senza voce. “Eppure custodiamo un dono: crediamo in Gesù risorto – spiega suor Cecilia –. Crediamo che proprio in questa Terra la morte è stata vinta nella sua carne. Crediamo che la risurrezione, ancorata a questa storia e a questa terra, continua a manifestarsi. È questa fede che sostiene la nostra speranza e ci permette di restare. Come donne all’alba, vulnerabili anche noi, scegliamo di stare accanto a loro. Così vogliamo vivere la Pasqua: lasciando che la nostra presenza diventi segno, piccolo ma reale, che Dio non ha dimenticato i poveri.

Miela Fagiolo D’Attilia
Popoli e Missione