Elementi essenziali della spiritualità missionaria comboniana

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Roma, lunedì 3 ottobre 2011
Tenendo presente che siamo in un mese particolarmente missionario e comboniano – con la festa di San Daniele Comboni il prossimo 10 ottobre –, P. Carmelo Casile ha scritto una riflessione sugli elementi essenziali della spiritualità missionaria comboniana che pubblichiamo di seguito. (Nella foto: P. Avelino Maravilha, comboniano a lavorare in Tchad).

Nel suo cammino di ritorno all’essenziale intrapreso dall’Istituto Comboniano (AC ’09, 25), un passo decisivo consiste nel cogliere gli elementi essenziali della spiritualità missionaria comboniana.

1. L’esperienza religiosa nella vita del cristiano

In questo cammino, il primo passo ci porta anzitutto all’esperienza spirituale nella vita del cristiano (AC ’09, 15), la quale è frutto di una ricerca reciproca tra Dio e l’uomo. Questa ricerca segna l’inizio di ogni vita spirituale e quindi anche di quella del cristiano. L’uomo, infatti, come essere religioso, cerca Dio; a sua volta anche Dio cerca l’uomo. Dio e l’uomo sono due cercatori; l’uomo è creato come cercatore di Dio, e Dio si manifesta come cercatore dell’uomo; si muovono l’uno verso l’altro, per realizzare l’ “Alleanza”, cioè l’incontro cercato e realizzato tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e Dio nell’amore.

Anche se sembra che sia l’uomo a prendere l’iniziativa dell’incontro (“Il tuo volto, Signore, io cerco”, Sal 27, 8; “Che cercate?”, “Rabbì, dove abiti?” (Gv 1,38), in realtà l’amore di Dio che si dona a chi lo cerca, precede la ricerca dell’uomo (cfr. RV 20). È significativo il fatto che il Capitolo 2009 ci ricorda che per noi è arrivata l’ora di lasciarci raggiungere da questo amore e di lasciarci modellare come argilla nelle mani del Vasaio (cfr. Ger 18,6; AC ’09, 15).

L’esperienza di questo incontro si riassume nell’amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi e ancora più come Dio ama noi. La perfezione, nella vita cristiana, consiste nella carità. Tutte le pratiche di pietà che accompagnano la vita del cristiano sono mezzi per progredire nella carità nella sua duplice direzione verso Dio e verso il prossimo. L’opera maggiore che scaturisce da questa carità verso Dio e verso il prossimo, è l’evangelizzazione; Dio, infatti, vuole che tutti gli uomini giungano alla conoscenza della Verità che li salva, e gli uomini hanno estrema necessità di incontrare Dio, di beneficiare della sua opera redentrice realizzata in Cristo Gesù (cfr. Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2011).

L’esperienza religiosa del cristiano, pertanto, si concretizza nell’incontro con Dio in Cristo, vissuto contemporaneamente nella contemplazione di Dio-Amore e nell’azione a servizio dell’uomo, immagine e oggetto dell’amore di Dio. L’incontro con Dio si consuma, cioè si compie totalmente nell’incontro e nell’amore dell’altro “immagine e somiglianza di Dio”, cioè il prossimo. L’incontro con Dio sfocia naturalmente nella passione per gli uomini e per il mondo, perché Dio è presente sotto il volto di ogni persona e nel cuore del mondo. Un mondo che il cristiano, dalla sua esperienza di Dio, si sforza di trasformare con l’azione, collaborando con Dio. E tutto questo si realizza non nella visione immediata di Dio, ma alla luce della fede, che è la certezza delle cose che attendiamo, e la prova, il mezzo per conoscere le cose che non vediamo (cfr. Eb 11,1), “anche se è di notte”.

2. Identità e spiritualità comboniana

L’esperienza religiosa nella vita del cristiano è il terreno sui cui nasce e si sviluppa l’identità e la spiritualità del missionario comboniano.

Con il termine “spiritualità” intendiamo un fatto globale della vita cristiana, cioè quell’insieme di aspetti e di valori del mondo umano e del mistero cristiano, che un determinato gruppo di persone, guidate dallo Spirito Santo sotto la forza-attrazione di un “carisma” vive in maniera intensa, sia interiormente a livello affettivo, sia nel suo comportamento esteriore, in vista di una missione da compiere. Ogni spiritualità, pertanto, presenta una sua immagine del Cristo, attinta alla ricchezza del mistero del Verbo Incarnato ed è un modo di vivere la vita cristiana nel gran pluralismo che caratterizza la vita della Chiesa.

La nostra spiritualità ha la sua radice nella specificità dell’esperienza carismatica di Daniele Comboni. Quest’esperienza, assunta e tradotta in stile di vita, determina l’identità del missionario come comboniano ed imprime la fisionomia all’Istituto dei MCCJ; nasce così una spiritualità comboniana, cioè, “qualificata dagli ideali e dall’esperienza del Comboni come sono vissuti nell’Istituto” (RV 81).

Assumendo il carisma di Comboni mediante il dono dello Spirito, il missionario fa la sua esperienza spirituale (= di Dio, di se stesso, del mondo e della missione) attratto dalla grazia carismatica di Daniele Comboni, che specifica così la sua vocazione e la sua storia personale, il suo modo di leggere gli avvenimenti ed il suo operare nella Chiesa per il mondo (cf. RV 1; 16).

Pertanto, avere una spiritualità come comboniani significa essere sensibili a determinati aspetti e valori del Mistero di Cristo e della realtà umana che ci interpella nella storia, assumerli personalmente e condividerli con i membri della comunità in vista della missione da compiere sotto la forza-attrazione del “carisma originario”.

Così l’esperienza carismatica ereditata da Daniele Comboni si sviluppa e diviene spiritualità comboniana, di cui si alimenta continuamente l’identità del missionario comboniano e da cui dipende il “come ” svolge la sua attività apostolica.

Nel vissuto e nello sviluppo della spiritualità comboniana, i due poli del nucleo del carisma (= Cuore Trafitto di Cristo-Nigrizia) devono rimanere uniti l’uno all’altra, in modo che il Cuore di Gesù sia sempre la fonte della missione e la missione si rifletta a sua volta nel Cuore di Gesù, facendo risaltare i suoi sentimenti di Buon Pastore (cfr. RV 3; 3.2-3).

Infatti, il Cuore di Gesù, come origine dell’impegno missionario, fa del comboniano un discepolo di Gesù, che vive unito alla sua persona e condivide la sua missione ed il suo destino, non come causa che lo convince ideologicamente, ma come frutto dell’incontro personale con il Signore Gesù, che è “immedesimarsi con Lui, assumendone i sentimenti e la forma di vita” (VC 18b; => RV 21; 21.1; 3; 3.2-3); incontro che si alimenta di un forte sentimento di Dio e della certezza della vocazione, accolta con libertà e gratitudine come frutto dell’iniziativa dell’amore gratuito del Signore (cfr. RV 2; 20; 46).

A sua volta, il servizio missionario (= la Nigrizia) configura lo stile di vita del comboniano, nel suo rapporto con Dio e con le persone, a partire dalla comunità, giacché la sua intera esistenza rimane segnata dalla missione, che è partecipazione e sacramento dell’amore redentore di Dio e diviene quindi segno del Regno che viene (cfr. RV 58).

Nella spiritualità comboniana Cuore di Gesù-Nigrizia sono fonti reciproche di spiritualità e, nello stesso tempo, determinano lo stile di vita. Spiritualità e stile di vita convergono nel servizio missionario preferenziale ed in una particolare metodologia missionaria (cfr. RV 86-96).

Gli AC ’91 descrivono la spiritualità comboniana come una vita cristiana intensamente vissuta, totalmente dedicata alla causa missionaria, in forma “sponsale e martiriale”, che scaturisce:

  • dal rapporto con Cristo Buon Pastore dal Cuore Trafitto, che spinge a condividere con lui l’amore incondizionato ai popoli: aspetto del mistero cristiano: AC ’91, 9; RV 3; 2;
  • dall’impegno in favore dei “più bisognosi ed abbandonati” dell’Africa, come conseguenza del rapporto con Cristo Buon Pastore: aspetto della realtà storica che interpella sotto l’ottica della fede: AC ’91, 6.1-2 12; 12.1-2; RV 3.2-3;
  • dal vivere insieme questo impegno missionario, che nasce dal comune rapporto con Cristo Buon Pastore, che genera la carità fraterna ed uno “stile di vita”, cioè, un modo di relazionarsi, di condividere, di essere solidali con la gente, che dà vita ad un “nuovo cenacolo di Apostoli”, comunità evangelizzatrice, segno di Cristo Trafitto in favore dei più abbandonati: dimensione comunitaria della spiritualità: AC ’91, 9; 13.2; RV 3.3.

Gli stessi Atti Capitolari del ‘91 suggeriscono al missionario comboniano un cammino ascetico per crescere nella sua identità comboniana; presentano questo cammino come un continuo passaggio da una visione di fede sui fatti della storia all’impegno missionario. È una dinamica spirituale che coinvolge tutta la vita, che suppone un’intensa vita di preghiera (RV 46; 47) e in cui si possono distinguere tre momenti:

  • Abituarsi a giudicare gli avvenimenti della storia con la luce che viene dalla fede.
  • Unirsi a Dio che, attraverso il suo Figlio Incarnato, morto e risorto, ascolta il grido del povero ed entra con tutto il suo essere nella storia e nel dolore del mondo.
  • Assumere questa storia e questo dolore, diventandone parte e facendo “causa comune” anche con il rischio della vita (disponibilità martiriale), per rigenerarli con l’annuncio esplicito del Vangelo di Gesù Cristo.

            - Cfr. AC ’91, 6; 6.1-6; RV 2-5; 16; 60-61; 59; S 2742; VC 82; NMI 49.

L’assimilazione del carisma dell’Istituto Comboniano rivela al missionario il suo “io ideale”, il suo nome nuovo, MCCJ, che Dio gli dà, che consiste in quella particolare somiglianza con Gesù che, per iniziativa di Dio, è chiamato a vivere nella Chiesa per la salvezza del mondo.

Per questo, non è sufficiente avere un’idea chiara del carisma di Daniele Comboni e del suo sviluppo storico, ma è necessario andare oltre fino a rivestirsi di una personalità comboniana, attingendo alle fonti che vanno dal Comboni fino ai nostri giorni attraverso la storia dell’Istituto (cfr. AC ’91, 9; 11.1-4). Allora la storia di Daniele Comboni diventa “memoriale”, cioè, si attualizza nella Congregazione dei MCCJ e diviene, per ciascuno, storia “sua” e lo fa missionario alla maniera di Comboni nel “qui e ora” della Chiesa e del mondo (AC ’91, 12.1-3).

Da questo processo d’identificazione personale nasce il “noi” comboniano e quindi le “COMUNITÀ FRATERNE DI DISCEPOLI E MISSIONARI”, auspicate dal Capitolo 2009 (AC ’09, 22-27).

P. Carmelo Casile
Casavatore, 1 ottobre 2011