Giovedì 2 aprile 2026
«Son passati più di 58 anni dal giorno in cui per la prima volta il Congo mi ha accolto. Dando uno sguardo a questi anni vissuti vedo un cammino di conversione in noi missionari grazie al popolo congolese che ci ha accolto. Arrivavo in Congo nel gennaio del 1968 subito dopo la ribellione dei Simba che aveva causato massacri di tanti congolesi e di tanti missionari», scrive padre Lorenzo Farronato dalla comunità comboniana di Magambe (Isiro – RD Congo).
Mi trovo ancora in una comunità di formazione per futuri missionari congolesi. Mentre il mondo intero sta vivendo un momento particolarmente difficile a causa di tensioni per immigrazione e guerre là dove la mentalità del mondo trova impossibile l’incontro e la fratellanza universale, io sto meditando col salmo 133 che dice: “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme. È come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion. Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre. (Sl 132).
Medito che “Gesù doveva morire non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. Questo è il sogno di Dio: riunire insieme i suoi figli ovunque dispersi. Da una parte vedo il mondo che va alla deriva a causa dell’egoismo e dell’orgoglio. Sembra che il diavolo, che vuole divisione, continui a suscitare nuovi Hitler e Stalin. Diceva un poeta che spesso l’uomo si serve dell’intelligenza per diventare delle bestie più bestiale.
Dall’altra parte c’è pure una crescita e conversione verso la gioia di vivere insieme come fratelli. Sì, io vedo anche crescita e conversione verso la gioia di vivere insieme come fratelli. La vita missionaria, certo vissuta da uomini fragili, sta costruendo capacità di accogliere il diverso con sentimenti di fratellanza.
Gesù ci manda per il mondo e, nel nostro caso, nel centro dell’Africa per stringere ogni persona di buona volontà in un abbraccio di fratellanza perché siamo tutti membri di una stessa famiglia aventi un Padre in comune: “Fratelli tutti”, ci ripete ancora Papa Francesco.
Son passati più di 58 anni dal giorno in cui per la prima volta il Congo mi ha accolto. Dando uno sguardo a questi anni vissuti vedo un cammino di conversione in noi missionari grazie al popolo congolese che ci ha accolto. Arrivavo in Congo nel gennaio del 1968 subito dopo la ribellione dei Simba che aveva causato massacri di tanti congolesi e di tanti missionari. Era come se i Simba volessero dirci: “state a casa vostra e lasciateci vivere le tradizioni dei nostri padri”.
I missionari erano e sono convinti che, pur nel rispetto delle culture, la salvezza è solo nel nome di Gesù che ci dice che siamo tutti fratelli. Il Signore ci ha fatto capire che al di là di ogni pericolo, se non c’è una ragione per dare la vita ci manca anche il motivo per viverla.
Nel 1960, all’alba dell’indipendenza, la Chiesa del Congo metteva in guardia dal duplice pericolo: il clero congolese superi un certo complesso di inferiorità e il clero di oltre mare si guardi dal pericolo di un certo complesso di superiorità. Tutti eravamo chiamati a un cammino di conversione.
Le nostre comunità dei missionari (stranieri – termine mai accettato) mantenevano un certo ritmo di vita importato, come isole quasi straniere nel cuore delle città e della foresta del Congo. Un colpo di sveglia che ci ha tratti da sonno: è stata la richiesta di due giovani congolesi di entrare a far parte del nostro Istituto comboniano.
Rispondendo che eravamo felici di iniziare una nuova avventura, abbiamo capito che la nostra vita comunitaria avrebbe dovuto cambiare; le nostre comunità dovevano passare dal fatto di isola straniera a famiglia di fratelli dove non ci sarebbe più stato il bianco e il nero, insieme con gioia avremo cantato: “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme”.
Oggi, mentre il mondo è infettato da guerre nelle nostre comunità vorremmo affermare con S. Paolo: “Qui non vi è più Giudeo o Greco … schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti”. Il motto di Comboni: Salvare l’Africa con l’Africa ha guidato le nostre scelte. L’afflusso di confratelli congolesi e africani in genere ci porta alla conversione di cui avevamo bisogno e con gioia, per l’esperienza che viviamo nelle nostre comunità, vorremmo dire al mondo che pur nelle diversità è bello e dolce che i fratelli vivano insieme.
S. Paolo ci ripete: “. Ora vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni, avete rivestito il nuovo che si rinnova per una piena conoscenza, a immagine di Colui che ci ha creato. … Qui non c’è più Greco o Giudeo … ma Cristo è tutto in tutti. Scelti da Dio santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi” (Col. 3,11s).
Ecco come la missione in questi lunghi anni vissuti è stata un cammino di conversione pasquale: “svestiti dell’uomo vecchio rivestiamo l’uomo nuovo a immagine di Gesù stesso che non si vergogna di chiamarci fratelli” (Eb. 2,11).
Con queste riflessioni auguro a tutti una buona e santa Pasqua di conversione e ringrazio il Signore perché siete in tanti a partecipare alla nostra missione che è quella di Gesù che muore per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
Con affetto e gratitudine,
Padre Lorenzo Farronato, mccj
Isiro – Magambe aprile 2026