Il Pastore del capitolo 10 di Giovanni «cammina davanti» alle pecore, ed esse «lo seguono perché conoscono la sua voce». Quando si contempla il passaggio di un gregge non si vede mai arrivare per primo il pastore, semmai i cani che lo aiutano, poi il gregge, e da ultimo il pastore. La strategia descritta da Gesù non è normale. È la Sua...

Una porta aperta verso la libertà e la vita

In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore.”
Giovanni 10,1-10

Siamo alla quarta domenica di Pasqua, la cosiddetta domenica del Buon Pastore, a metà del tempo pasquale che dura cinquanta giorni. Dopo le prime tre domeniche dedicate alle apparizioni del Risorto, ora ci avviamo verso l’Ascensione del Signore e la Pentecoste, culmine di questo percorso. Le letture domenicali ci preparano a queste due grandi feste attraverso tre temi principali, tratti da tre scritti del Nuovo Testamento.

Nella prima lettura emerge il tema della Chiesa: attraverso il libro degli Atti degli Apostoli ripercorriamo i primi passi della comunità cristiana, guidata dallo Spirito Santo.
Nella seconda lettura troviamo il tema della vita cristiana: la prima lettera di san Pietro ci insegna come vivere da cristiani anche in un contesto ostile.
Nel Vangelo, infine, si sviluppa una grande catechesi sulla persona di Gesù, attraverso alcuni brani del Vangelo di Giovanni.

In occasione della domenica del Buon Pastore la Chiesa celebra la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Siamo invitati a pregare con maggiore assiduità il Padrone della messe, perché doni alla Chiesa pastori con i sentimenti di Cristo.

Io sono la porta

Dopo le prime affermazioni (vv. 1-5), ci aspetteremmo che Gesù dicesse: “Io sono il pastore delle pecore”, rendendo tutto immediatamente chiaro. L’immagine di Dio come pastore del suo popolo è infatti ben presente nella Scrittura, nei salmi e nei profeti (cfr. Geremia 23,1-6; Ezechiele 34,1-31; Isaia 40,10). Ci si aspettava quindi che il Messia fosse il grande Pastore.

Invece, nello stile enigmatico tipico del Vangelo di Giovanni, Gesù afferma: “Io sono la porta delle pecore”. Solo più avanti dirà: “Io sono il buon pastore” (vv. 11-18). Perché questa scelta?

Per seguire il Pastore, le pecore devono prima essere liberate dai recinti che le tengono prigioniere. Il primo recinto è quello della morte. Cristo, con la sua morte e risurrezione, ha spalancato le porte degli inferi ed è diventato lui stesso la porta verso la vita. Egli è porta che protegge il gregge, ma soprattutto che garantisce libertà: “Se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo”.

Cristo veglia sul suo popolo perché leggi o istituzioni non trasformino l’ovile in un luogo di prigionia o in uno spazio di libertà vigilata. Egli è venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. Da qui nasce una domanda importante: come viviamo, nella Chiesa, la libertà e la responsabilità che Dio desidera per i suoi figli?

Il Signore è il mio pastore

Il salmo responsoriale è il salmo 22, tra i più conosciuti e amati del Salterio: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. È una preziosa occasione per riscoprirlo nella preghiera, gustandone la profondità.

L’immagine di Cristo Buon Pastore era molto cara ai primi cristiani, come testimoniano le raffigurazioni nelle catacombe. La sua caratteristica fondamentale è che “dà la vita per le pecore”. Si potrebbe dire allora che il Buon Pastore è la versione “dolce” del Crocifisso.

L’immagine del pastore richiede uno sforzo di immedesimazione in un contesto culturale diverso dal nostro. Oggi nessuno desidera essere chiamato “pecora” o appartenere a un “gregge”. Eppure, in forme diverse, lo siamo ancora. Solo che “pastori”, “pecore” e “greggi” oggi si chiamano diversamente: leader, idoli dello sport, guru mediatici, influencer, fan, tifosi, club, populismi… Occorre attenzione per discernere chi siano davvero pastori e chi, invece, ladri e briganti. Il criterio proposto da Gesù è quello di passare dalla porta, ossia aderire ai suoi valori.

Io sono il pastore bello

“Io sono il buon pastore”. È interessante notare che l’aggettivo greco utilizzato dall’evangelista non è agathòs (buono), ma kalòs, cioè “bello”. La traduzione letterale sarebbe dunque: “Io sono il pastore bello”.

Questa sfumatura apre una prospettiva significativa: la bontà rende bella la persona e la bellezza è irradiazione della bontà, come insegna Platone. Gesù è manifestazione non solo della bontà, ma anche della bellezza. Bellezza e bontà si intrecciano profondamente, come sottolinea Gianfranco Ravasi.

Il mondo ha bisogno di bellezza. Fëdor Dostoevskij scrisse nel romanzo L’idiota: “La bellezza salverà il mondo”. Questa intuizione è stata ripresa dal cardinale Carlo Maria Martini nella lettera pastorale Quale bellezza salverà il mondo? (1999).

Egli osserva che non basta denunciare il male o richiamare valori come giustizia e bene comune. È necessario testimoniare la bellezza del bene con un amore vissuto, capace di suscitare entusiasmo e attrarre i cuori.

La bellezza autentica viene negata quando il male sembra prevalere, quando violenza e odio sostituiscono l’amore e la giustizia. Ma viene meno anche quando scompare la gioia, quando la fede perde il suo slancio e non si irradia più il fervore di chi segue il Signore della storia.

Il nostro mondo ha bisogno di questa bellezza; ha bisogno della nostra testimonianza. Una testimonianza che, anche quando si esprime tra le croci della vita, conserva la sua luce e la sua bellezza, sul modello della “bella testimonianza” resa da Gesù davanti a Ponzio Pilato (1Timoteo 6,13).

P. Manuel João Pereira Correia, MCCJ

Quella porta che apre alla vita

Gv 10,1-10

Attuale più che mai è il passo del Vangelo di questa domenica (Giovanni, 10, 1-10), perché ci mette in guardia da chi vuole rubarci il bene della vita e della verità, dal ladro che penetra nel nostro ovile ma anche nella nostra mente per condurci nella desolazione.

L’autentico guardiano apre sempre la stessa porta, quella che conduce dalla notte al giorno, dall’ovile al pascolo, dal timore alla fiducia. Apre e chiama le sue pecore per nome, una per una: non è un gregge amorfo, una massa debole e cieca da sospingere, no, il pastore conosce ogni pecora e di ogni agnello, sa chi sono, quali sono i loro i loro timori e le loro speranze, e pronuncia forte i loro nomi, uno per uno, quasi a dire «non avere paura, sono qui, accanto a te».

Il ladro invece non apre la porta della Verità, quella che apre alla vita, alla luce, al cammino verso i prati più teneri e verdi, il suo scopo non è certo quello di salvare anche l’ultima pecora smarrita. Il brigante grida, frusta, spinge, vuole solo condurre gli animali al mattatoio, venderli per un pugno di monete, o forse per un bidone di petrolio? Non guiderà il gregge sulle strade che salgono ai pascoli più lieti, griderà solo frasi assurde e colpirà con il bastone di un potere scriteriato per convincere quelle povere pecore a seguirlo sui sentieri che si perdono nella sabbia arida del deserto, nella distruzione e nella follia.

Dobbiamo ascoltare chi all’alba di ogni nuovo giorno viene a chiamarci amorosamente, chi ci dice seguimi e non avere paura, chi apre la porta e ci tende la mano aperta. Ma oggi le guide degli uomini sembrano impazzite, quasi possedute da una volontà di potenza che vuole solo arraffare e distruggere.

La pulsione di morte, come scriveva Freud, sembra prevalere sulla pulsione dell’amore. Ma non è così, per fortuna gli esseri umani sanno riconoscere la voce di chi li chiama per nome da quella di chi sbraita su un palco traballante. Capiscono qual è la porta giusta che si spalanca ogni alba e che mostra il cammino da intraprendere e quale è la porta scardinata dal ladro, che si schiude sbilenca su paludi, baratri, deserti. La voce di Dio ci chiama per nome, quella del diavolo è solo un tamburo che batte minaccioso. 
Marco Lodoli – L’Osservatore Romano

Una voce che chiama per nome
Gv 10,1-10

Il Pastore del capitolo 10 di Giovanni «cammina davanti» alle pecore, ed esse «lo seguono perché conoscono la sua voce». Quando si contempla il passaggio di un gregge non si vede mai arrivare per primo il pastore, semmai i cani che lo aiutano, poi il gregge, e da ultimo il pastore. La strategia descritta da Gesù non è normale. È la Sua...

Questo custode non pasce costringendo ma attirando. Il suo strumento di guida è la voce: «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». Questo spiega in parte perché ci può essere stato il fallimento di un modo impositivo di proporre la fede: non attirare, ma incalzare, spingere, costringere. Purtroppo, finché questa educazione alla fede autoritativa corrispondeva a un forte apparato strutturale poteva persino sembrare utile.

Ma oggi questo apparato crolla — questo non è una grazia in realtà? — e non ha più alcun impatto. È successo, storicamente e culturalmente, quel che diceva Gesù: «Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Non di rado abbiamo ricevuto la lamentela per l’incapacità ecclesiale di parlare al cuore delle persone. Molti si sono allontanati perché si sentivano estranei. Ma cosa vuol dire non parlare da estranei? Significa saper chiamare le pecore «ciascuna per nome».

Abbiamo usato parole spesso “mondane” dimenticando la forza della Parola di Dio, che sa appellare intimamente ogni uomo come nessun’altra parola saprà mai fare. Sappiamo cosa ci tirerà veramente fuori dal lockdown del covid-19: una parola che arriva al cuore e fa uscire e trovare pascolo. Una voce che chiama per nome perché conosce l’uomo come nessuno lo ha mai conosciuto.

Il suo stile è lineare: «Entra dalla porta», non da un’altra parte. La sua opera è liberante, tira fuori dal recinto e fa trovare pascolo. Il suo frutto è generoso: non chiede, non depaupera, non uccide, come fa la menzogna, ma dà la vita «in abbondanza». Perché usare altre parole?
[Fabio Rosini – L’Osservatore Romano]

Il buon pastore li precede con l’esempio

Le pecore seguono l’esempio,
non i lunghi discorsi

At 2,14.36-41; Salmo 22; 1Pt 2,20-25; Gv 10,1-10

L’immagine di Gesù, “il buon pastore”, caratterizza la quarta domenica di Pasqua. È una immagine che affonda le sue radici nella tradizione biblica, dove l’azione di Dio e dei suoi inviati viene trascritta nel linguaggio pastorizio. Nell’Antico Testamento questa metafora dice l’intensità delle attenzioni e delle cure che Jahve riserva al suo popolo e, corrispondentemente, esprime l’esperienza di Israele, che vive la propria storia nella fiduciosa consapevolezza della vicinanza, della sollecitudine e della permanente assistenza o protezione di Jahve. La ripresa operata da Gesù di questa simbolica ne consacra la rilevanza nell’uso cristiano. Gesù la riferisce direttamente alla propria missione, per indicare l’amore sconfinato di Dio per gli uomini, soprattutto per i peccatori. Egli è venuto per “radunare le pecore perdute della casa d’Israele”.

L’immagine del pastore lumeggia quindi l’iniziativa di Dio che si manifesta in Gesù. Questa simbologia culmina nell’autopresentazione di Gesù come “il buon pastore”. Egli si identifica col “buon pastore” che dà la vita per le pecore. L’intima comunione di vita con il suo gregge, la dedizione totale e l’impegno senza riserve a favore delle pecore ne contraddicono l’opera. In questa prospettiva, Gesù appare il grande pastore delle pecore, il supremo pastore, cioè il pastore e custode delle anime.

L’immagine del pastore nella letteratura neotestamentaria ed ecclesiale è utilizzata anche per parlare dell’opera dei capi della comunità e per dire della missione loro affidata, come pure delle disposizioni necessarie per sua corretta attuazione. Sulla figura di Cristo, “il buon pastore”, devono plasmare il loro comportamento e la vita della comunità. Il termine “pastore” aveva allora un significato pieno per la storia e la cultura del popolo eletto.

Ciò che è molto interessante è il rapporto tra pecore e pastore. E per capirlo bene bisogna collocare la scena nell’ambiente palestinese. Nel recinto sono alloggiati diversi greggi appartenenti agli svariati pastori che, per la notte, affidano le proprie pecore alla sorveglianza di un guardiano. Al mattino si presentano questi vari pastori, e ciascuno chiama le proprie pecore che escono fuori e lo seguono. Pur confuse e mescolate insieme, le pecore riconoscono unicamente l’appello del proprio pastore. Non vanno dietro a un altro. È la voce che permette il riconoscimento. Questo particolare costituisce la chiave di lettura del vangelo di Gesù buon pastore.

La voce di Gesù si fa sentire e si manifesta nel vangelo. Gesù buon pastore si occupa, non solo di un gregge, ma soprattutto delle singole pecore. Chiama le sue pecore una per una, e col proprio nome. È questo rapporto personale ed intimo che lo caratterizza come il vero, buono e supremo pastore. La sua voce è unica ed inconfondibile. Qui appare il tema della nostra unicità dinnanzi a Gesù. Ognuno di noi è unico con un’esistenza originale, irripetibile e insostituibile. Se uno non si realizza, egli priva gli altri di qualche cosa che soltanto lui è in grado di produrre. Inoltre, l’appello è un perentorio segnale di risveglio. Quando ti senti interpellato personalmente dal Signore, non chiudere il cuore. La risposta alla sua voce si dà subito, alla maniera delle pecore che riconoscono la voce del proprio pastore e lo seguono senza perdere il tempo. Così dovrebbe presentarsi il vero rapporto dei discepoli con il loro Maestro.

Gesù si autopresenta con un’altra formula originale. “Io sono la porta delle pecore”. Viene sottolineato qui il ruolo mediatore unico di Gesù. Egli è la via che consente all’accesso e all’incontro con Dio. Questa domenica è anche “Giornata mondiale delle vocazioni”, per ricordare a tutti che il gregge di Cristo ha bisogno dei pastori per prolungare il suo compito di Buon Pastore. I ragazzi e in giovani in particolare sono interpellati, in questo tempo di crisi grave delle vocazioni sacerdotali e religiose. Il Signore ci chiama anche noi tutti, ogni giorno, al suo servizio e a quello dei fratelli. Occorre chiedergli in questa circostanza di suscitare nei cuori dei giovani il desiderio di donazione personale al servizio della Chiesa. E per tutti, bisogna chiedergli la grazia di una vita cristiana sempre più coerente.
Don Joseph Ndoum

Il Buon Pastore
chiama altri a divenire pastori buoni

Atti 2,14.36-41; Salmo 22; 1Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10

Riflessioni
La quarta domenica di Pasqua è la “Domenica del Buon Pastore”, dato il brano odierno del Vangelo. Il Buon Pastore è una delle prime immagini usate dai cristiani nelle catacombe per rappresentare Gesù Cristo, molti secoli prima dell’immagine della croce e del crocifisso. La ragione di tale antichità risiede nella ricchezza biblica dell’immagine del pastore già nel Primo Testamento (cfr. Esodo, Ezechiele, Salmi…). Gesù si è identificato con il pastore: Io sono il buon pastore. L’evangelista Giovanni lo presenta con abbondanza di espressioni che indicano la relazione vitale tra il pastore e le pecore: entrare-uscire, aprire, chiamare-ascoltare, condurre, camminare-seguire, conoscere, pascolare… Fino all’identificazione di Gesù con la ‘porta’ (v. 7.9): porta di salvezza, che vuol dire ‘vita in abbondanza’ (v. 9.10). Infatti Gesù si autodefinisce il buon pastore che “offre la vita per le pecore” (v. 11). Da notare che il testo greco usa un sinonimo: il pastore ‘bello’ (v. 11.14), cioè il pastore ideale, buono, perfetto, che unisce in sé la perfezione estetica ed etica.

Egli offre la sua vita per tutti: ha anche altre pecore da attirare, fino a formare un solo gregge con un solo pastore (v. 16). Egli non rinuncia a nessuna pecora, anche se sono lontane o non lo conoscono: tutte devono entrare per la porta che è Lui stesso, perché è l’unico Salvatore. La missione della Chiesa si muove su questi parametri di oblazione e di universalità: vita offerta per tutti, il cammino verso l’unico gregge, la vita in abbondanza… Anche se il gregge è numeroso, nessuno è perduto nell’anonimato, nessuno è in più, anzi i rapporti sono intimi e personali: il pastore conosce le pecore, “chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori” (v. 3).

Gesù parla di un pastore che non sfrutta le pecore ma le aiuta a vivere ‘in abbondanza’; Egli critica duramente il comportamento dei capi religiosi del Tempio. In quel contesto Gesù mette l’accento per ben due volte sul fatto che il pastore conduce le pecore ‘fuori’ dal recinto (v. 3-4). Cioè fuori dall’atrio-recinto del Tempio. Perché Gesù si è trovato davanti ad una religione che non rendeva libere le persone, ma schiave: schiave di regole e leggi, schiave del potere religioso di scribi, farisei e sacerdoti, che Gesù chiama ‘mercanti del tempio’. Gesù non vuole sfruttatori, ghetti e divisioni. Gesù non è contro il tempio in sé stesso, ma lo vuole libero da ogni tipo di ‘mercanti’. Solo così il tempio continua a essere luogo importante per incontrare Dio, ascoltare la Sua Parola, celebrare l’Eucaristia, pregare insieme il Padre… Il tutto per ricevere luce e forza per poi uscire e incontrare Dio nella storia, nella vita quotidiana, nel lavoro, la famiglia, la malattia, il divertimento…, Per seminare ovunque gioia e speranza.

Gesù si oppone a quel potere che attraverso la religione disumanizzava le persone. Il Dio di Gesù Cristo non vuole donne e uomini schiavi ma liberi, autonomi, responsabili; gioiosi di “adorare il Padre in Spirito e verità” (Gv 4,23); pronti nel far comunione con gli altri, generosi nel servire i più bisognosi. In questo nuovo stile di vita, inaugurato da Gesù, si capisce l’altra bella immagine con cui Gesù si presenta: “Io sono la porta” (v. 7.9). La porta della vita nuova: attraverso di Lui si entra in un nuovo stile di rapporti con Dio, con sé stessi, con gli altri, la cultura e la politica, il cosmo, e perfino la vita eterna… Gesù è la porta che ci regala la possibilità di gustare veramente la vita. Egli afferma decisamente: Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (v.10). Al centro del suo Vangelo Gesù mette la vita; prima ancora del peccato. Egli è venuto per darci la vita, per insegnarci a vivere: amandoci gli uni altri come Lui stesso ci ha amato.

L’amore appassionato con cui il buon pastore offre la sua vita per le pecore è descritto nelle letture: nella predicazione di Pietro il giorno di Pentecoste (I lettura), con l’invito alla conversione, al battesimo e ad accogliere il dono dello Spirito Santo (v. 38); così anche nella lettera dello stesso Pietro (II lettura), calcata sul quarto carme del Servo (Is 53). Cristo patì per noi, lasciandoci un esempio da seguire (v. 21); ci ha guariti con le sue piaghe. La famiglia umana, dispersa ed errante a causa del peccato, ha incontrato salvezza e unità in Cristo pastore e custode della vita di tutti (v. 25).

Seguire le orme del Buon Pastore è l’invito e l’obiettivo che si propone l’odierna Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: il Signore continua a chiamare anche altri a condividere il suo destino e la sua missione per la vita dell’intera famiglia umana. Anche a rischio della vita, come nel caso frequente dei ‘missionari martiri’. Nel messaggio per l’odierna Giornata, Papa Francesco invita i chiamati, a confidare sempre nel Dio che ci chiama, perché Egli è presente e ci accompagna anche nella buia notte di tempesta. (*)

La vocazione di speciale consacrazione (sacerdozio, vita consacrata, vita missionaria, servizi laicali…), trova solidità, gioia e libertà interiore (Gv 10,9) nell’esperienza personale del sentirsi amato e chiamato da Qualcuno che esiste prima di te. È un’esperienza fondante, che il teologo protestante Karl Barth, superando l’idealismo cartesiano, esprime così: “Cogitor, ergo sum” (sono pensato, quindi esisto). Il Salmo 22 esprime, con linguaggio di alta poesia, la sicurezza e la tranquillità interiore di chi pone la sua fiducia piena nel Signore, Buon Pastore (Salmo responsoriale). Papa Francesco esprime questa sicurezza in termini vitali e vocazionali: Sono amato, dunque esisto; sono perdonato, quindi rinasco a vita nuova” (Misericordia et misera, n. 16). È questo il cammino per una vocazione sicura, radicale, duratura.

Parola del Papa

(*) “Ogni vocazione nasce da quello sguardo amorevole con cui il Signore ci è venuto incontro, magari proprio mentre la nostra barca era in preda alla tempesta. Più che una nostra scelta, la vocazione è la risposta alla chiamata gratuita del Signore; perciò, riusciremo a scoprirla e abbracciarla quando il nostro cuore si aprirà alla gratitudine e saprà cogliere il passaggio di Dio nella nostra vita… Il Signore sa che una scelta fondamentale di vita – come quella di sposarsi o consacrarsi in modo speciale al suo servizio – richiede coraggio. Egli conosce le domande, i dubbi e le difficoltà che agitano la barca del nostro cuore, e perciò ci rassicura: «Non avere paura, io sono con te!» Egli ci viene incontro e ci accompagna, anche quando il mare è in tempesta”.
Papa Francesco
Messaggio per la 57ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni (2020)

P. Romeo Ballan, MCCJ