Museo di Verona: laboratorio di antropologia e dialogo interculturale

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Sabato 23 maggio 2026
I musei missionari in Italia sono una ventina distribuiti su tutto il territorio nazionale, con una maggiore concentrazione nel Nord e Centro Italia, ma non solo, se si considera il museo etnologico “Anima Mundi”, che è parte dei Musei Vaticani. Tra questi: il Museo Popoli e Culture (Pime) a Milano, il Museo d’Arte Cinese ed Etnografico a Parma, il CAM - Cultures and Mission a Torino (dei missionari della Consolata), il Museo Africano (MA) a Verona, il Museo Etnologico Missionario a Castelnuovo Don Bosco (in provincia di Asti) — fondato dai salesiani — fino al Museo e Villaggio Africano a Basella di Urgnano (in provincia di Bergamo).

Nelle lettere ingiallite dal tempo di fine Ottocento, tra i resoconti delle fatiche apostoliche in territori allora ignoti, emergeva già un’intuizione profonda: quella di raccogliere frammenti di vita quotidiana, oggetti di culto e manufatti per raccontare l’Africa a chi viveva in Europa. Fu monsignor Francesco Sogaro, successore di san Daniele Comboni alla guida dei comboniani, a suggerire nel 1882 l’istituzione a Verona di un museo «per raccogliere gli oggetti interessanti, la scienza o la curiosità che dall’Africa saranno spediti dai missionari». Da quell’impulso pionieristico è nato quello che oggi conosciamo come il Museo africano di Verona, uno spazio che non si limita alla conservazione, ma si propone come un laboratorio di antropologia e dialogo interculturale.

La storia ufficiale del museo inizia nel 1938 nella Casa madre dei missionari comboniani a Verona. Tuttavia, l’attività espositiva era già fervida anni prima: i comboniani avevano contribuito con i propri reperti all'Esposizione missionaria del 1925 a Roma e avevano curato un padiglione dedicato alla Fiera di Verona nel 1937. Da allora, l'allestimento ha attraversato una continua evoluzione, dai primi riordini degli anni Settanta fino ai più recenti del 2006 e del 2014, che hanno impresso alla collezione un’impronta didattica e multimediale.

Oggi il museo custodisce un patrimonio di 3.000 oggetti, di cui 700 esposti stabilmente in un percorso che segue i temi del ciclo della vita. La provenienza dei reperti copre l'intera Africa subsahariana, dalle terre storiche della presenza comboniana come Sudan, fino a Togo, Uganda, Sudafrica, ecc. Non si tratta di una vetrina statica sul passato. Come spiega Micol Sboarina, educatrice museale del museo, la struttura ha integrato contenuti multimediali per affiancare all'Africa tradizionale quella contemporanea, cercando di abbattere gli stereotipi e mostrare la vitalità artistica di un continente.

Il pubblico che varca la soglia di vicolo Pozzo è variegato, ma il cuore pulsante è rappresentato dal mondo dell'istruzione: l'80% degli oltre 5.000 visitatori annuali è composto da scuole, dall'infanzia fino all'università. Per loro vengono organizzati ogni mattina laboratori di arte, musica e antropologia, trasformando l'esperienza museale in un percorso educativo alla diversità. Negli anni, il museo ha saputo anche aprirsi alle nuove fragilità e ai nuovi cittadini, creando itinerari specifici per persone con disabilità, gruppi di migranti e famiglie.

L’attività del museo si intreccia con quella della Fondazione Nigrizia. Ogni anno, a giugno, il Festival Africae trasforma il centro in un agorà di dibattiti organizzati dalla redazione di Nigrizia, concerti e cucine etniche. Proprio in occasione del prossimo festival, il museo ospiterà una mostra di denuncia dell'artista sudanese Cupa, membro del collettivo Khartoon Mag, fondato dal famoso artista Khalid Albaih, dedicata all'impatto della guerra in Sudan sui bambini. È la conferma di una vocazione che vede l'arte come strumento di impegno civile, già manifestata in passato con l'ospitalità offerta ad artisti contemporanei del calibro del keniano Cyrus Kabiru, importante esponente dell’afrofuturismo.

Nonostante la natura privata e l'autonomia gestionale, il Museo africano è inserito nel tessuto culturale cittadino e nazionale. Fa parte del circuito della Verona card, dedicato al pubblico turistico di Verona, e collabora con realtà del territorio come il Centro studi immigrazione, l’Ong Progettomondo, il Festival del cinema africano, il Tocatì (Festival internazionale dei Giochi in strada) e l’Università di Verona. Il Museo è inoltre coinvolto nel progetto di ricerca Conciliare (CONfidetly ChangIng coLonIAl heRitagE) dell’Università degli studi di Roma La Sapienza, volto a capire come le persone percepiscono e affrontano i cambiamenti legati al patrimonio culturale coloniale nelle società europee. Esistono inoltre legami informali con altri poli missionari d'eccellenza, come i musei del Pime di Milano o della Consolata di Torino, in una rete che cerca di valorizzare un patrimonio spesso sottovalutato.

Guardando al futuro, la sfida è rendere il museo un luogo dove la voce del missionario e la storia dell'oggetto diventino narrazione viva. Il polo dei comboniani, d'altronde, offre risorse immense: oltre al museo e alla rivista Nigrizia, vanta una biblioteca con 28.000 volumi dedicati all'Africa, un tesoro documentale che attende solo di essere scoperto e valorizzato.

Torino: uno spazio senza barriere per la bellezza dell’umano

Non è più solo un luogo di conservazione, ma un crocevia di storie, un ponte gettato tra le sponde di un mondo sempre più interconnesso eppure bisognoso di bussole. Il Cam (Culture e missione), nuovo volto del Museo dei missionari della Consolata di Torino, ha chiuso l’ultimo anno con un bilancio che parla di partecipazione: circa 6.000 visitatori hanno varcato la soglia di quella che, in passato, era una collezione preziosa ma quasi segreta, oggi trasformata in uno spazio inclusivo dove l’oggetto diventa pretesto per il dialogo, la pace e la scoperta della bellezza dell’altro. Una scommessa vinta, a due anni dall’inaugurazione ufficiale del nuovo allestimento, che conferma come Torino abbia trovato, presso la casa madre dei Missionari della Consolata, una «piccola perla» capace di dialogare con i colossi del settore.

Le radici di questo patrimonio affondano nel 1902, quando i primi missionari della Consolata si recarono nella zona di Nyeri, in Kenya. Già dal 1906, quegli uomini compresero che, per far conoscere l’Africa all’Europa, non bastavano le parole: servivano i manufatti, simboli di una cultura complessa e raffinata. Per decenni questi oggetti sono arrivati via mare, alimentando mostre temporanee e articoli sulla rivista «La Consolata», che dal 1926 iniziò a raccontare sia le storie delle missioni sia gli eventi del santuario. Negli anni il museo si è arricchito e Molti ricordano ancora l’epoca di padre Bartolomeo Malaspina o di padre Giuseppe Quattrocchio con sale stipate di manufatti. La svolta è arrivata con la decisione di investire in una ristrutturazione radicale. Nel 2023 è stato inaugurato il nuovo Cam. Da allora e fino allo scorso anno, a dirigerlo è stato padre Fabio Malesa, coadiuvato da Simona Borello e Paolo Pellegrini, che con la loro società Mediacor hanno collaborato alla progettazione del Cam e alla programmazione degli eventi. Non si è trattato di un semplice restauro, ma di una rivoluzione architettonica e concettuale: eliminare le barriere, non solo fisiche ma anche mentali, per creare un luogo aperto a tutti.

A guidare questa trasformazione è oggi padre Piero Demaria, responsabile del museo, che sottolinea come il significato degli oggetti sia mutato: «Ci parlano della bellezza di una spiritualità africana piuttosto che asiatica e raccontano un pezzo di mondo diverso». Sotto la sua gestione, il museo ha consolidato la propria identità di spazio aperto, dove la visita è gratuita proprio per evitare la creazione di barriere all’incontro. Come spiega Demaria, l’obiettivo è favorire una rete di collaborazioni che includa il Comune di Torino, centri studi per la pace e realtà del territorio, rendendo il museo un presidio di valori come integrazione e accoglienza.

Il cuore del museo batte in una collezione permanente che si è spogliata del vecchio approccio esotico per abbracciare una prospettiva antropologica. Accanto al percorso fisso, il Cam si distingue per la qualità delle mostre temporanee. Di grande impatto è stata quella dedicata alla presenza missionaria ventennale in Mongolia. In quell’occasione, piazza Bernini è stata teatro di un evento unico: l’allestimento di una vera «gher» (termine preferito alla più nota «yurta»), che ha incuriosito passanti e residenti, diventando un punto di aggregazione anche per la comunità mongola torinese. Attualmente, il museo rivolge l’attenzione al popolo Kikuyu, attingendo a un archivio di circa un milione di fotografie e diapositive che documentano un’evoluzione sociale e culturale senza precedenti.

L’aspetto che rende il Cam un modello nel panorama museale è la sua totale accessibilità. Grazie alla partecipazione a bandi specifici, il percorso è stato progettato per accogliere ogni tipo di visitatore, dalle scolaresche agli anziani. L’impegno verso l’inclusione è totale: pannelli in comunicazione aumentativa per persone con autismo, video tradotti nella lingua dei segni italiana e sezioni tattili per non vedenti.

Oltre all’esposizione, il Cam è un laboratorio di formazione che affronta temi come pace, sostenibilità ed economia civile. Significativa è la collaborazione con realtà come «Mondo in Città», che accompagna donne di origine maghrebina o senegalese alla scoperta del tessuto sociale torinese. «Vedere queste donne “illuminarsi” davanti a oggetti provenienti dalla propria terra è la prova della funzione sociale del Cam – conclude padre Piero –. Il museo è diventato anche un luogo di dialogo, ospitando eventi con movimenti come Combatants for Peace, capaci di riempire l’aula magna per discutere di convivenza tra popoli. In una città ricca di offerte culturali, il Cam si distingue per la sua capacità di rendere vicino ciò che è geograficamente lontano».
Milano: centro nevralgico di incontro interreligioso

In un’epoca in cui i confini sembrano irrigidirsi, i muri alzarsi, esiste a Milano un luogo dove le pareti parlano il linguaggio dell’accoglienza e della scoperta. È il Museo Popoli e Culture del Pime (Pontificio istituto missioni estere), un’istituzione che ha attraversato oltre un secolo di storia, evolvendo la propria identità da raccolta di curiosità esotiche a centro nevralgico di dialogo interreligioso. «L’attuale fisionomia del museo — spiega padre Gianni Criviller, direttore del Centro culturale e del museo — non è che l’approdo di un lungo cammino iniziato idealmente con l’Esposizione mondiale del 1900 a Roma, quando il Vaticano diede un impulso decisivo all’animazione missionaria e all’interesse etnografico». Sebbene il museo sia stato ufficialmente costituito nel 1910 con un decreto regio, le sue radici affondano nella metà del XIX secolo. «Il primo nucleo di oggetti arrivò in Italia già nel 1852, al seguito della prima missione in Papua Nuova Guinea guidata da padre Carlo Saverio — ricorda Paola Rampoldi, curatrice del museo —. All’epoca, l’istituto (che ancora non portava l’attuale sigla Pime) non aveva un progetto museale strutturato, ma la quantità e la peculiarità dei manufatti portati dalle isole del Pacifico resero presto necessaria una sistemazione».

Nel 1910, in viale Monterosa 81, videro la luce due sale espositive. In quegli spazi coesistevano animali impagliati, vasi cinesi e oggetti naturali, in un amalgama che mirava a stupire la comunità milanese e a narrare, attraverso la materia, l’esperienza vissuta dai missionari in terre lontane. Solo negli anni Cinquanta si avvertì l’esigenza di un dialogo più serrato con la società, dando inizio alle prime visite guidate per le parrocchie, allora curate direttamente dai missionari. La vera svolta semantica e metodologica avvenne nel 1994. Sotto la direzione di padre Mario Marazzi, l’istituzione abbandonò la dicitura di Museo di arte orientale e di etnografia per adottare il nome attuale. Fu una scelta che anticipò di un decennio la tendenza dei grandi musei europei. Attraverso questa nuova dicitura, il Pime decise di porre l’accento non più sull’oggetto come qualcosa di esotico e distante, ma come espressione di popoli e culture diverse, ma non per questo non affascinanti.

Oggi il percorso espositivo, rinnovato radicalmente nel 2009, segue un criterio tematico anziché geografico. Nelle undici sezioni attuali, circa 250 oggetti selezionati — su un patrimonio totale di quasi 5.000 pezzi conservati in deposito — raccontano la vita quotidiana, i riti, i tessuti, il buddismo, l'induismo e la presenza del cristianesimo in Asia. Ogni reperto è scelto per la sua capacità di narrare una storia, di testimoniare un’identità antropologica e di riflettere l’evoluzione stessa del concetto di missione.

Il museo è il cuore pulsante del Centro missionario Pime, che comprende una biblioteca specializzata di 50.000 volumi, un archivio storico, una fototeca e un teatro. «Il museo rappresenta il valore della bellezza come forma di promozione missionaria — sottolinea padre Criveller —. Valorizzare ciò che di bello c'è nelle diverse culture è un modo per lasciare che Dio stesso ci parli attraverso l'altro». Questa apertura si traduce in una partecipazione attiva della cittadinanza: circa 8.000 visitatori all'anno, equamente divisi tra scuole e pubblico generico. Tra le iniziative di maggior successo figurano le «notti al museo», dove bambini e ragazzi dormono nei sacchi a pelo tra le teche, partecipando a cacce al tesoro e ascoltando testimonianze dirette dai territori di missione.

Inserito nella Rete Mipaf (Musei italiani con patrimonio dal mondo), il Museo Popoli e Culture si confronta oggi con le sfide della museologia moderna: accessibilità, inclusione e benessere del visitatore. «Non si tratta più solo di conservare il passato, ma di essere uno specchio della realtà interculturale di una città come Milano — osserva Rampoldi —, il museo vuole essere uno strumento per diventare “cittadini migliori” attraverso la conoscenza del diverso, mostrando come l’idea di missione si sia trasformata in uno stile di rispetto e desiderio di incontro».

In un quartiere come San Siro, ad alta intensità popolare e migratoria, il Pime dimostra che quegli oggetti portati dai pionieri dell'Ottocento non sono reliquie di un mondo scomparso, ma ponti verso il futuro di una maggiore e migliore convivenza umana.

Enrico Casale – L’Osservatore Romano