In Pace Christi

Pattaro Girolamo

Pattaro Girolamo
Data urodzenia : 20/12/1915
Miejsce urodzenia : Ospedaletto Euganeo (PD)/I
Śluby tymczasowe : 07/10/1937
Śluby wieczyste : 07/10/1942
Data święceń : 27/06/1943
Data śmierci : 16/10/1998
Miejsce śmierci : Verona/I

Quinto di nove fratelli, Girolamo era figlio di Emilio e di Elvira Arzenton, contadini affittuari ed era nato a Ospedaletto Euganeo il 20 dicembre 1915. La sua era una famiglia di cristiani convinti tanto che due sorelle del Padre si fecero suore.

Nel 1921, quando Girolamo aveva 6 anni, la famiglia si trasferì a Valli Moncenighe. Qui Girolamo visse la sua infanzia e frequentò le elementari. Come carattere era riflessivo, quieto, appassionato dello studio e molto portato alla preghiera e alle pratiche religiose. Era, inoltre, dotato di una forte volontà per cui, quando stabiliva di fare una cosa, non aveva pace finché non l’avesse realizzata. Fu così anche per la sua vocazione missionaria. “Fin da bambino - assicurano i fratelli - diceva che, da grande, si sarebbe fatto prete”.

Dopo le elementari i genitori lo mandarono nel Collegio Manfredini di Este, tenuto dai Salesiani, come esterno. L’incontro con un missionario comboniano in parrocchia e l’opera del parroco, appassionato delle missioni, furono determinanti per la scelta vocazionale del ragazzo che, dopo la prima media lasciò il collegio per entrare nella scuola apostolica di Trento e poi, nel 1931, nell’Istituto Comboni di Brescia per il ginnasio.

Il suo parroco, don Alessandro Roman, aveva scritto che “il giovinetto Pattaro Girolamo è di ottimi principi cristiani, ha tenuto sempre ottima condotta e mostra desiderio di farsi religioso”.

Il superiore di Brescia, p. Gambaretto, nel 1935 scrisse. “Durante queste ultime vacanze ha cominciato a non stare bene in salute mentre prima fu sempre forte. E’ buono e generoso. Tutti i Padri della casa, e anch’io, pensiamo che riuscirà bene”.

Verso il sacerdozio... con sofferenza

Entrò nel noviziato di Venegono Superiore nel settembre del 1935. Vita dura, cibo scarso, freddo e tante rinunce. Due anni dopo, 7 ottobre 1937 emise la prima professione. Nel periodo di formazione, la sua salute fu provata da attacchi di TBC polmonare. Ciò gli causò brutti momenti di incertezza perché temeva di essere fermato a causa della malattia. E ciò costituì una sofferenza che lo accompagnò nel suo cammino verso l’altare.

Dopo gli studi liceali e teologici a Verona, venne ordinato sacerdote il 27 giugno 1943 da mons. Girolamo Cardinale, vescovo di Verona. Fu a Thiene dal 1943 al 1945 come “malato”. In questo periodo andava e veniva dal sanatorio dove fu sottoposto per due anni alla cura pneumatoracica al polmone sinistro. Guarì bene ma rimase sempre un po’ fragile e facilmente impressionabile e incline allo scoraggiamento. “Quando non si sta bene - si giustificava - è difficile sentirsi eroi”. Poi aggiungeva: “Ma forse questo è il momento in cui maggiormente si può essere utili al Regno di Dio”.

Dal 1945 al 1952 fu padre spirituale dei futuri Fratelli. Uomo di profonda spiritualità e di intensa umanità, dimostrò notevole carisma in questo delicato ufficio. Vedendo che ormai si era ristabilito, i superiori pensarono di lanciarlo nel ministero diretto.

Parroco a Riccione e a Troia

Dal 1952 al 1960 fu parroco a Riccione nella parrocchia Mater Admirabilis tenuta dai Comboniani. Non abbiamo testimonianze di questo periodo ma, il fatto stesso che coprì quell’incarico per 8 anni consecutivi, ci dice che si trovò bene. Inoltre l’aria del mare gli giovava alla salute.

Nel 1960 partì per il Portogallo in modo da imparare la lingua in vista di un suo servizio in Brasile. In realtà anche in Portogallo ebbe l’incarico di padre spirituale degli scolastici di filosofia a Maia.

Ormai il ruolo di direttore spirituale gli si era attaccato addosso per cui, invece di andare in Brasile, venne dirottato a Troia dove nel locale seminario c’era un folto gruppo di giovinetti che si preparavano alla vita missionaria. Vi rimase dal 1961 al 1962. Dal 1962 al 1969 assunse il ruolo di superiore della casa e di parroco nella chiesa della Mediatrice.

Verso la fine del suo mandato a Troia, ebbe qualche difficoltà perché non condivideva i metodi educativi degli assistenti dei ragazzi. Teniamo presente che si era nel periodo del “68”. E questa data dice tutto. Comunque, alla domanda: “Ti sei trovato bene come p. spirituale?”, rispose: “Sì, quando l’ho fatto”. E all’altra: “Quali attitudini credi di avere?”, rispose: “All’infuori del ministero credo di non avere altra possibilità di impiego, a meno che non si tratti di scribacchino di indirizzi. La mia preferenza è per l’apostolato diretto con la gente”.

Nel 1962 affrontò lavori piuttosto impegnativi per sistemare quel seminario che, in alcune parti, era ormai fatiscente. Ed anche questo gli fu causa di sofferenze e di rimbrotti da parte dei superiori perché, come capita sempre in queste imprese, la spesa è stata superiore al preventivo.

Tra la gente di Troia ha lasciato un segno positivo, tanto che, quando è morto, molti, che ai suoi tempi erano giovani o ragazzi, lo hanno ricordato con riconoscenza e affetto.

Operaio dell’ultima ora

Solo nel 1969 a 54 anni di età, poté raggiungere il Brasile. Fu subito inviato a Montenopolis come vice parroco. Data l’età, ebbe qualche difficoltà, più che nell’apprendere la lingua che già in parte conosceva, quanto nel capire la mentalità dei brasiliani. A questo proposito p. Mencuccini scrive: “... Può capitare che i superiori ti facciano partire per la missione quando sei un po’ avanti con gli anni, un po’ come i lavoratori della vigna chiamati nell’ultima ora... L’esperienza ha insegnato che, più si ritarda la partenza, maggiormente laborioso sarà l’ambientarsi, l’imparare la lingua, gli usi, i costumi, la mentalità. Insomma diventare africano con gli africani o brasiliano con i brasiliani per portare ai fratelli Gesù, diventa difficile.

Ricordo benissimo quando p. Girolamo arrivò in Brasile. Lo rivedo sorridente, disposto ad ascoltare tutti nelle parrocchie della diocesi di Sao Mateus dove abbiamo lavorato insieme. Rivedo la sofferenza che gli si dipingeva sul volto quando alla gente che aveva bisogno di lui, poteva dare solo una parola di incoraggiamento e niente più.

Padre Girolamo accoglieva tutti con bontà, sapeva ascoltare. E questo era già tanto, era tutto, perché le persone percepivano che erano veramente amate da lui”.

Segretario di mons. Dalvit

P. Girolamo Pattaro lavorò nella diocesi di San Matteo dove era vescovo mons. Giuseppe Dalvit col quale ebbe sempre una fattiva e fraterna collaborazione, condividendone i metodi, il tenore di vita e la spiritualità. Gli fu anche di conforto e di sostegno nelle note traversie che dovette sostenere il Vescovo a causa del cambiamento dei tempi e della mentalità di alcuni missionari.

Quando mons. Dalvit lasciò la diocesi e andò a Belo Horizonte, come vescovo ausiliare, chiese al p. provinciale che gli concedesse p. Pattaro come segretario. Gli fu concesso. Così il Padre lasciò Montenopolis per diventare segretario del Vescovo e parroco a Belo Horizonte. Questo suo servizio ebbe la durata di due anni, dal 1975 al 1977. Con mons. Dalvit diede vita al grande centro per la formazione dei leaders. Costruttori materiali di quell’opera furono i nostri fratelli Salandini e Fasolo.

Vescovo e segretario facevano comunità e vivevano alla francescana, poverissimi, totalmente protesi al bene dei più poveri. P. Mencuccini afferma che il Vescovo dava via anche i suoi vestiti e, come soldi, era un perenne squattrinato. Il suo segretario non era da meno in questa vita di austerità. Entrambi vivevano in un piccolo appartamento che faceva parte di un sanatorio, quindi accanto agli ammalati con i quali si trovavano a lungo e molto spesso.

Mons. Dalvit morì nel 1977 a 57 anni di età. Da questa data p. Pattaro si trovò “disoccupato”, per cui andò a fare il parroco a Taguatinga dal 1977 al 1980. Quello del parroco, però, non era il suo ministero. Egli, infatti, si sentiva maggiormente portato alla cura delle anime dall’interno, come confessore e come padre spirituale e consigliere. Le responsabilità lo hanno sempre un po’ spaventato. I superiori lo capirono e gli vennero incontro assegnandolo al ministero a Sao Jose’ do Rio Preto dove rimase dal 1980 al 1984, per tornare poi a Belo Horizonte come vice parroco dal 1984 al 1985. Con questo incarico p. Pattaro concluse la sua esperienza in Brasile.

Un luglio nero

Ma non fu indolore il distacco dalla missione dove si trovava bene. Il p. Generale, Salvatore Calvia, gli riconobbe che “nel corso del dialogo c’è stata una certa sofferenza, e questo mi è parso abbastanza... normale. Normale nel senso che, dopo un lungo periodo di missione, non è facile per nessuno tornare in Italia. Ma anche l’Italia ha bisogno di confratelli con una lunga esperienza di missione per una valida animazione missionaria”. Ecco spiegato, quindi, il motivo della sua partenza dal Brasile. Il Padre, con spirito di obbedienza, rispose il 18 luglio 1985: “Desidero essere utile alla provincia italiana. Il Signore mi aiuti”.

Queste laconiche parole, manifestavano una grande ferita nel suo cuore. Ed ecco che p. Pierli, nuovo p. Generale, nel novembre del 1985, accolse a Roma il Padre (che apparteneva ormai alla comunità di Lucca), andò con lui in cappella, pregarono insieme, e poi gli impartì una cordiale, larga e affettuosa benedizione. Quel gesto, quelle parole, scesero come balsamo sulle ferite del confratello e... lo guarirono.

Il 16 dello stesso mese p. Pattaro scrisse ai superiori del Brasile esprimendo il pentimento per “qualche scatto avuto nei vostri confronti quando mi avete detto che non sarei più tornato. Per me è stato un luglio nero. Ma ora vi chiedo perdono e voglio fare la pace. Una pace cordiale, totale, completa, come vuole il Cuore di Gesù”.

Davvero un gesto fraterno, di amore, da parte dei superiori, fatto al momento giusto, serve a risanare tante cose e a far rifiorire la vita in un individuo. Che Dio ci mandi di questi superiori.

Definitivamente in Italia

Rientrato in Italia nel 1985, p. Pattaro si prestò per il ministero nella casa comboniana di Lucca. Aveva una grande facilità di parola per cui nelle omelie e nelle conferenze riusciva convincente. Ma aveva una difficoltà che espresse in una lettera: “Purtroppo mi pare di essere poco utile alla comunità. Prima di andare in Brasile non avevo mai guidato l’auto. Ora ho la patente, ma quando vedo il traffico che c’è davanti alla nostra porta di casa, e in città, mi sento preso dal terrore... Così, restando in casa, ho tempo di pensare al passato, alla missione del Brasile, alla buona gente di là che ogni tanto mi scrive...”.

I confratelli della comunità di Lucca hanno detto che il Padre era soprattutto un uomo di spirito, di preghiera e di esempio a tutti. La gente lo stimava e si rivolgeva a lui per il sacramento della riconciliazione e per i suoi consigli sempre apprezzati e ponderati.

Era, inoltre, di esempio nella comunità. Egli, che aveva fatto per tanti anni il padre spirituale, aveva conservato quel carisma. Era il primo nelle pratiche di pietà e, se era necessario, richiamava anche gli altri, con discrezione e carità, ai propri doveri di consacrati. Dalla sua fede gli derivò la serenità e anche quello spirito di sano umorismo che fu una caratteristica della sua vita sia in missione che in Italia.

Sereno tramonto

Con l’aggravarsi della malattia che si portava dentro da tempo, nel 1997 passò nella casa anziani e malati di Rebbio finché non fu costretto ad essere accolto nel Centro Ammalati di Verona.

Cosciente che il tumore di cui soffriva aveva fatto il suo corso, si preparò alla morte con tanta preghiera. Ricevette gli ultimi sacramenti con edificazione, rispondendo a tutte le preghiere. E’ deceduto all’ospedale di Negrar, Verona, alle ore 18.30 di martedì 16 ottobre dove era stato ricoverato.

Dopo il funerale in Casa Madre, che ebbe luogo lunedì 19 ottobre, la salma venne portata a Valli Moncenighe. P. Girolamo Pattaro ci lascia il ricordo di un confratello sereno, pur nella sua austerità, e costantemente dedito alla preghiera e alla cura delle anime.               P. Lorenzo Gaiga

Da Mccj Bulletin n. 203, luglio 1999, pp. 74-78