Padre Bernardo Sartori Venerabile: la missione all’insegna della santità

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Lunedì 16 maggio 2022
Lo scorso 1° maggio si è tenuta a Falzè di Trevignano, il paese natale di P. Bernardo Sartori una bella e significativa cerimonia per celebrare la Venerabilità riconosciutagli dalla Chiesa. [Nella foto: P. Arnaldo Baritussio, Postulatore Generale mccj]

Vasta e convinta partecipazione di popolo, resa ancora più significativa dalla presenza del Vescovo locale di Treviso, Mons. Michele Tommasi, da un bel gruppo di parroci della Diocesi con speciale riferimento al parroco del piccolo paese natale, don Silvio Caterino, e dai due parroci precedenti, don Bruno Cavallin e don Rolando Nigris. Anche l’Istituto e la Provincia italiana erano ben presenti. Specialmente la comunità di Padova, a cui si è associato Mons. Guerrino Perin e quella di Verona, con la presenza particolarmente significativa di Fr. Giovanni Bonafini, colui che ha trovato il corpo di P. Sartori il giorno di Pasqua.

Oltre all’intervento del Vescovo c’è stato il saluto del Padre Generale, letto dal Provinciale d’Italia, P. Fabio Baldan, e l’intervento del Postulatore (entrambi gli interventi saranno riportati in luogo adatto). Quando il santo è giusto, tutti sono felici e soprattutto si capisce che l’unica strada per rianimare gli spiriti stanchi e rinchiusi in sé stessi e per rendere più incisiva la pastorale bisogna proprio puntare in alto, senza paura, cioè prospettare la santità come orizzonte e la missionarietà come elemento rivitalizzante. Un grazie sincero a tutti gli intervenuti.

Domenica 1° maggio a Falzè di Trevignano. Cerimonia per celebrare la Venerabilità di P. Bernardo Sartori riconosciutagli dalla Chiesa.

Saluto del Padre Generale
P. Tesfaye Tadesse

Carissimi, sorelle e fratelli, intervenuti a questa solenne Commemorazione del nostro confratello Ven. Bernardo Sartori, anzitutto presento le mie scuse per non poter essere presente, oggi e qui, dovuto alle molte incombenze che richiedono la mia presenza e per gli impegni già presi a Roma, prima di essere informato sul programma odierno.

Comunque, assicuro la mia spirituale e profonda comunione con tutti voi e della presenza di tutta la Direzione Generale, attraverso la presenza e il servizio di P. Arnaldo Baritussio e grazie alla presenza di P. Fabio Baldan, Superiore Provinciale, che rappresenta la Provincia Comboniana d’Italia e il nostro Istituto Missionario Comboniano.

Il primo sentito ringraziamento ed omaggio va a Dio Onnipotente per il dono del nuovo Venerabile fatto alla Chiesa e all’Istituto comboniano nella persona appunto di P. Bernardo Sartori. Inoltre, non posso tacere tutti i sensi di profonda gratitudine nei confronti della Chiesa particolare di Treviso e del Suo Pastore, Mons. Michele Tommasi, della famiglia Sartori e della parrocchia natale di Falzé che ce lo hanno donato.

Padre Bernardo Sartori è stato un missionario di grande caratura spirituale e che, sul campo di missione, ha lasciato un segno indelebile nei primordi dell’evangelizzazione di quella parte del Nord Uganda, denominata West Nile. Ne rimangono segno indelebile le missioni da lui fondate o riportate a primitivo fervore. Infatti, Lodonga, Koboko, Otumbari e Arivo sono ora parrocchie tutte connotate dal mistero mariano, anche nelle loro stesse strutture materiali. Per la illuminata e indefessa azione pastorale del nuovo Venerabile è stato possibile instaurare un dialogo e ottenere un numero significativo di conversioni in ambiente quasi totalmente islamizzato.

All’ombra di Maria, Mediatrice di tutte le grazie e Sultana d’Africa, fioriscono attualmente fervorose comunità cristiane. Possa il nuovo Venerabile, per questa sua Chiesa trevigiana di origine, costituire un esempio attirante di vita sacerdotale apostolica, di apertura missionaria e di generosa disponibilità in ordine alla diffusione del Vangelo e per noi, Comboniani, essere stimolo e richiamo a vivere sempre più radicalmente il nostro proprio carisma di missionari ad gentes. Con immensa gratitudine.
Il Superiore Generale dei Missionari Comboniani,
P. Tesfaye Tadesse Gebresilasie mccj, e suo Consiglio
Roma, 29 aprile 2022

UN PIEDESTALLO CHE NON DISTURBA
P. BERNARDO SARTORI UN MISSIONARIO COMBONIANO
VENERABILE

Mi sembra giusto titolare così la rievocazione di un noto e ammirato missionario comboniano, padre Bernardo Sartori, circa tre aspetti del suo lascito ideale alla chiesa missionaria, quindi alla Chiesa tutta. Dalle natali radici della “marca gioiosa” al mondo senza mai staccarsi dalle origini. Chi leggerà dirà se questa rievocazione ne è valsa la pena.

Reverendissima, Mons. Michele Tommasi, Pastore di questa Chiesa trevigiana; autorità qui presenti, santo popolo di Dio di Falzè e suo parroco don Silvio Caterino, è con animo grato che partecipo al tributo che in questo significativo tempo pasquale, rendiamo al Ven. Bernardo Sartori, grande e santo missionario comboniano, figlio illustre di questa piccola comunità rurale, Falzè di Trevignano, e rappresentante esimio di questa Chiesa di Treviso. Voi lo avete offerto all’Istituto dei Missionari Comboniani (all’allora Congregazione dei Figli del Sacro Cuore di Gesù), e noi l’abbiamo ricevuto a Verona il 14 dicembre 1921.

C’è una profonda coerenza in questa nostra commemorazione, perché nel lungo Processo della Causa di Beatificazione e Canonizzazione, iniziato in Africa il 25 marzo 1998, la Venerabilità, riconosciuta il 13 dicembre dello scorso anno 2021, costituisce il gradino giuridicamente indispensabile per poter procedere oltre, ossia lo studio di un miracolo che, se approvato, porterebbe alla successiva Beatificazione. Tuttavia l’elemento più significativo è che la Chiesa, con la Venerabilità, ha riconosciuto in questo suo eccellente figlio l’esercizio delle virtù eroiche, ossia il manifestarsi di energie divine (le chiamate virtù teologali) che prendono totalmente possesso della persona nei confronti del suo rapporto con il Dio creduto, amato e sperato e, per contro, il manifestarsi di comportamenti umani virtuosi, attribuibili alla retta ragione e all’influsso divino che rende facile e gioioso l’esercizio virtuoso (le chiamate virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza).

Per esempio, si poteva dire di lui: «Quest’uomo viveva di sola fede». “Una volta, un suo amico, l’aveva sentito esclamare con molta naturalezza e senza alcuna ostentazione: “Io non credo, io vedo!». Per esempio, nessuno riusciva a spiegarsi come avesse potuto per anni interi passare le notti in preghiera e poi iniziare alla mattina i suoi faticosissimi viaggi apostolici e ritornare alla sera, mettersi di nuovo in preghiera e ancora sedersi al tavolo di lavoro, tutto intento a rispondere alla sua copiosa corrispondenza. Non per un anno, ma per tutta la vita! Suscitava ammirazione la profondità della sua vita spirituale: non cercava se non la misura alta della santità e nella sua azione pastorale chiedeva solo di poter formare cristiani santi e fervorosi. Accusato di dedicarsi solo a costruire chiese materiali, rispondeva che, nella sua vita, prima della chiesa materiale si era sempre prefisso di formare cristiani che anzitutto rispondessero coscientemente alla grazia divina ricevuta. La chiesa materiale doveva, al contrario, venire sempre alla fine di un processo di santità e di coerenza di vita cristiana ed essere irradiazione di tale vita santa. La forza, la tenacia, l’imperturbabilità e la facilità con cui riusciva a superare difficoltà di ogni genere, sia nella sua azione pastorale, sia in sofferenze e umiliazioni causate dalle autorità, alle quali peraltro era obbedientissimo, lasciava tutti sgomenti.

Insomma, la dichiarazione della Venerabilità viene a confermare che, sia come cristiano, che come sacerdote, lasciava libero spazio alle virtù infuse che lo trasformavano nel divino e umanamente vi corrispondeva con prudenza, giustizia, fortezza e temperanza al di là di ogni semplice misura creata. Quindi, con l’attribuzione della Venerabilità a P. Bernardo, la Chiesa intende offrire al popolo di Dio, ossia alla Chiesa locale da dove egli proviene e alla Famiglia religiosa che lo annovera tra i suoi membri, un modello da seguire per la forza evangelica della sua testimonianza cristiana e missionaria. In altre parole, c’è qui la conferma del sensus fidelium, ossia dell’autenticità della fama di santità che, ovunque sia vissuto, il popolo di Dio gli ha tributato. Non bisogna trincerarsi dietro un dito: qui c’è una sfida della misura alta della vita cristiana al nostro livello mediocre di santità. Da una parte c’è il “vivacchiare” (speriamo non sia anche il nostro) e dall’altra c’è la vita in pienezza vissuta alla luce del Dio amante e del prossimo “immagine di Dio” da amare.

Certamente non è ancora culto pubblico autorizzato da parte della Chiesa, ma si tratta pur tuttavia di modello di cristiano, di sacerdote e di missionario credibile e riconosciuto come tale per la Chiesa che vive nel territorio, ossia la Chiesa di Treviso e per l’Istituto comboniano nella sua connotazione esclusivamente missionaria.

Eppure, tutto quanto è stato detto sin qui, non è sufficiente per cogliere completamente il significato odierno di questa vita spesa in misura alta per la missione. Il fatto che lo si ricordi in questo tempo pasquale richiama l’evento provvidenziale della sua morte certamente non comune.

Secondo una categoria semplicemente umana tutto lasciava presagire per P. Bernardo una normale Pasqua terrena in quell’aprile del 1983. I resoconti dei testimoni terreni parlano tutti di un suo stato fisico accettabile, naturalmente per quel che “accettabile” può essere affermato di un missionario ottantaseienne con quasi cinquant’anni di militanza missionaria al limite dell’inverosimile. Stava insomma discretamente bene di salute, depongono i testimoni, riferendosi in concreto a un Giovedì Santo anteriore in cui P. Bernardo aveva celebrato il suo 60° di sacerdozio nella chiesa di Ombaci con notevole partecipazione di popolo e intenso coinvolgimento personale; testimoniano anche di una sua presenza costante in chiesa a ore antelucane, sempre disponibile a tutte le ore per le Confessioni; infine, di un Sabato Santo in cui, dopo una gioiosa e attiva veglia pasquale, era andato a dormire raggiante e partecipativo, con una mezza frase interlocutoria sussurrata ai chierichetti che gli avevano augurato l’arrivederci per il mattino seguente: “Sì, arrivederci, - aveva risposto - in paradiso”! Dunque tutto normale? Non proprio. In categorie bibliche invece si sarebbe dovuto dire: “Si credeva di trovarlo vivo, e invece, il mattino seguente, era già entrato nella vita altra. Esattamente come era avvenuto per Enoch: «Enoch – dice la Scrittura - camminò con Dio, poi scomparve, Dio lo aveva portato via con sé» (Gn 5, 24)». Il Signore risorto si era portato via il suo fedele missionario proprio il giorno di Pasqua. Trovato morto il mattino di Pasqua del 1983, in cappella, steso davanti all’altare e con la lucerna accesa. Il sigillo interpretativo di tutta una vita. Entrato in un’altra dimensione.

Ha senso allora cercare, per summa capita, il nuovo, il sorprendente, il sigillo divino nella sua vita. Dalla fine al principio ecco il processo ermeneutico di questa vita vissuta nell’eroicità che invece di staccarlo da noi lo avvicina per stimolarci ad una risposta sempre più abbondante, sempre più divina, sempre più adatta ai nostri tempi. Vorremmo indicare tre momenti di novità (penso di poter svolgerne uno soltanto): primo, il suo essere e fare missione in comunione permanente con la sua Chiesa di origine; secondo, l’aver indicato con la sua vita e la sua prassi missionaria il suo “centro gravitazionale” di valori da cui tutto sgorgava e terzo, il suo metodo pastorale per costruire Chiesa viva, favorendo il passaggio dalla salvezza, come inserimento individuale nel mistero di Cristo, all’appartenenza e corresponsabilità comunitarie nella costruzione del Corpo di Cristo nel mondo. Potremmo definire questi tre momenti, cammini di santità di ieri che valgono anche per oggi: momenti pasquali, momenti di novità.

1) Anzitutto la novità dell’orizzonte missionario e cattolico, presente in tutta la vita del missionario P. Bernardo Sartori, vissuto ed elaborato in comunione permanente con la sua Chiesa di origine.

Vi ha fatti sentire e vi ha sempre coinvolti come popolo missionario. Un orizzonte missionario non fuori, non extra, ma dentro il tessuto della Chiesa locale di cui si è sempre sentito espressione, figlio, partecipe, appartenente. In termini attuali e conciliari si potrebbe dire: il Ven. Bernardo, dalla Chiesa locale ha ricevuto formazione profonda e sensibilità missionaria - alla Chiesa locale ha restituito la consapevolezza di un orizzonte più largo – infine, nella e alla Chiesa locale, in quanto missionario partente, è rimasto tenacemente appartenente. A voi che lo vedevate vivere la missione ha fatto giustamente pensare che il soggetto primo, proprio e primario della missione è la Chiesa particolare (la Diocesi) e lui, in quanto missionario “ad gentes”, era l’elemento e l’espressione del carisma missionario a servizio della stessa Chiesa perché essa fosse sul territorio sempre più chiesa del Risorto, fedele al mandato missionario: “andate in tutto il mondo…”.

Solo alcuni fugaci accenni alla sua vocazione sacerdotale missionaria: nata qui a Falzè, diventata più chiara sotto i bombardamenti del fronte dell’Isonzo nella Prima guerra mondiale (1917) e fattasi poi più premente durante la frequenza del Seminario Diocesano.

La sua storia vocazionale è la prova più convincente di quanto abbia ricevuto nei vari ambienti trevigiani frequentati. Anzitutto nell’ambiente fervoroso di questa parrocchia di Falzé (senza naturalmente dimenticare: prima, alla scuola di Don Carlo Righetto dal 1907 al 1913, durante sei anni della sua fanciullezza e poi alla scuola di don Luigi Fabris dal 1913 in poi, per gli anni dell’adolescenza, soprattutto per quanto concerne la sua scelta vocazionale definitiva. Qui ha ricevuto sostanza di fede che lo ha accompagnato nella vita. Mi riferisco a giudizi che il vescovo di allora, il Beato Giacinto Longhin, poco propenso a passare certificati di eccellenza, ha lasciato di questi suoi due sacerdoti circa l’ambiente spirituale che si viveva in parrocchia a Falzé. Di don Righetto, Mons. Longhin scrive nel registro parrocchiale, dopo la sua prima visita pastorale del 1907: «Mostrò zelo pel suo ministero e tenne condotta sacerdotale veramente encomiabile. Sacerdote esemplare e devotissimo, lodevole per l’azione e l’organizzazione parrocchiale». Per don Luigi Fabris, nella seconda visita pastorale del 1922, si lascia andare a un riconoscimento ancora più lusinghiero:

«Dichiariamo di avere riscontrato lo spirito cristiano nella popolazione elevatissimo, la frequenza ai SS. Sacramenti assai confortante, il grado di istruzione religiosa nei fanciulli splendido, la Chiesa assai ben tenuta provvista di sacri apparamenti [sic], l’Archivio parrocchiale in perfetta regola».

Ebbene, sarà proprio don Fabris a presentare il suo nuovo seminarista, Bernardo Sartori, ai superiori del seminario con parole elogiative: «Soggetto di ottima condotta morale» e che dà «segni non dubbi di vocazione allo stato ecclesiastico».

Nell’ambiente del Seminario Diocesano, poi, Bernardo riceverà i fondamenti della sua formazione. «Questo sacro asilo di pace» - come lui stesso lo chiamerà - ristrutturato e rinnovato nei quadri formativi e professorali per volere del Vescovo Longhin, inciderà in profondità nella vita spirituale del sacerdote e nella sua azione pastorale: ampia, onnipresente, ben strutturata e aperta al mondo, nel senso di una sensibilità particolare alla componente missionaria, rappresentata dall’UMC. Mons. Longhin, infatti, aveva richiesto ai sacerdoti, a cui si era affidato per la riorganizzazione della Diocesi e in armonia con le scelte del provvidenziale Sinodo Diocesano del 1911, di trasmettere sicurezza di contenuti teologici, capaci di fecondare una solida vita spirituale. Per cui il santo vescovo aveva scritto che la vita spirituale del sacerdote doveva essere mossa «da un cocente e crescente desiderio di santità e da un giusto equilibrio tra contemplazione e vita attiva». Il Vescovo inoltre non concepiva il sacerdote se non «in continua, diretta e intima unione con Cristo e l’apostolato doveva scaturire dalla contemplazione, dalla preghiera e dall’intimità». Fulgido esempio di tale dinamismo era Maria. «Tutta la vita della Vergine è vita di attività» - concludeva. Per cui nel 1921 quando lo studente di teologia, Sartori, lascerà il Seminario per entrare nei Missionari Comboniani avrà una struttura spirituale capace di sostenere tutto il suo fuoco missionario. Non si dimentichi inoltre che il Beato Longhin è stato uno dei primi vescovi in Italia ad accettare con convinzione ed entusiasmo l’Unione Missionaria del Clero, fondata dal Conforti nel 1918. Longhin è stato uno dei nomi proposti a Propaganda Fide per succedere a Mons. Conforti nella direzione dell’UMC.

Quanto affermiamo, ossia di questa finestra aperta nella vita e nella prassi di una Chiesa locale sulla “missio ad gentes” (il Concilio doveva ancora venire), è confermato dalla presentazione che il Rettore del Seminario, Mons. Onisto Giuseppe Trabuchelli e il Professore di Dogmatica, Mons. Valentino Bernardi, rilasceranno come salvacondotto per il chierico di terza teologia, Bernardo Sartori, all’entrata tra i Comboniani nel dicembre 1921. Il primo, Mons. Trabuchelli scrive: «È un grande dolore per me il perderlo, ma non posso non adorare, anzi devo ringraziare la Volontà di Dio, che lo chiama in un campo più vasto a lavorare per la sua gloria». Il prof. di Dogmatica, Mons. Bernardi, da buon tomista e quindi aduso a valutare la bontà delle idee teologiche anche dal loro influsso nella trasformazione delle anime, concluderà poi: «È molto pio e divoto assai della Madonna, e questo è molto importante: se io non m’inganno, presagisco di lui assai bene».

Ultima conferma di questo fecondo intreccio di comunione e di contaminazione tra Chiesa locale, aperta alla missione, e carisma “ad gentes” dell’Istituto, è una delle ultime lettere vergate da P. Bernardo per Mons. Mistrorigo proprio alcuni mesi prima di morire, il 21 gennaio 1983 da Mbuya (Uganda). P. Bernardo ricorda il ruolo positivo e decisivo avuto dal vescovo Longhin nell’appoggiare la sua vocazione missionaria ed esprime il desiderio di conoscere la sorte di alcuni dei suoi amici chierici, studenti di teologia di quel tempo, tutti loro divenuti preti: Mons. Carraro, Fraccaro e Schileo. Scrive con trasporto:

«Sentendo forte la vocazione per le missioni, il 14 dicembre 1921, di frodo, lasciai il seminario di buon mattino e andai a congedarmi dal mio santo Vescovo Mons. Longhin. Mi abbracciò, mi benedisse, mi accompagnò fino in fondo allo scalone e mi strinse al cuore dicendomi: “Tu non conosci la vita religiosa. Se non puoi resistere, torna qui che la diocesi ne ha bisogno e il tuo Vescovo ti apre le braccia”. Volle più tardi essere Lui stesso a conferirmi il diaconato e il presbiterato, con queste parole: «È mio da sempre!”.

Questa Chiesa locale di Treviso può dunque dire nei confronti del Ven, Bernardo Sartori: «È nostro!». E l’Istituto Comboniano può rispondere «È altrettanto nostro!»: Struttura sacramentale e carisma abbracciati per portare la buona Novella ai confini del mondo. Nulla di semplicemente giuridico, ma sostanza di vita, di esperienza cristiana e di sapere teologico creativo. Il Venerabile Sartori direbbe: «Se l’Eucaristia non ci getta fuori dal cenacolo, dalle nostre placide e rassicuranti devozioni, noi sprechiamo quel Cibo». Questo ci permette di sondare un secondo punto che si rivela cruciale per tutti noi: «Quale è stato il “centro gravitazionale”, la sorgente che spiega la fecondità di tutta la sua vita missionaria?». Domanda ineludibile anche per ciascuno di noi qui presenti: «Quale è il nostro centro gravitazionale?».

2) Il Venerabile Sartori è stato un uomo che ha espresso nel suo vissuto missionario un “centro gravitazionale” ben specifico

Il mistero dell’Eucarestia come sacramento e come presenza (la missione parte dal riconoscere il primato all’amore divino) e la spiritualità mariana come riferimento ecclesiale ed evangelizzatore (se vuoi raggiungere le ricchezze del Figlio ricorri alla Madre; se vuoi trasformare i figli ascolta la Madre). In altre parole, ci dice che non si può essere veri cristiani, veri sacerdoti, veri missionari, (e forse anche veri Vescovi) senza lasciarsi guidare da un “Centro gravitazionale” di valori ben definito.

Un artista, poeta dell’infinito, morto di recente, ce lo ha ricordato insistentemente, non senza venature polemiche, trovandoci carenti di “fondo”, di profondità assiali. Invece, accanto a P. Bernardo sembrava di essere trascinati da un getto continuo di energia divina. Viveva la vita come una canzone trascinante: accanto a lui si aveva la percezione di un’anima eternamente giovane: in convinzioni, visioni, in progettualità, in speranza, in fiducia nell’amore di Dio e nella possibile e adeguata risposta umana.

Ha saputo cogliere e vivere il suo centro gravitazionale dell’Eucarestia come mistero inglobante ogni realtà: «Cristo vive nell’Eucaristia, parla nella Scrittura, è visibile nel prossimo», e altrove prospettava la ricaduta umana di tale mistero: «Abbandonare l’ultimo dei neri è abbandonare Cristo stesso».

Credere nell’Eucarestia ha significato per lui concedere non solo il timone della sua vita a Cristo, ma operare un cambiamento radicale di soggetto: non è più lui a dirigere la sua vita e la sua maniera di essere pastore, missionario ma è Cristo il soggetto ormai:

Solo nella Messa siamo capaci di qualche cosa di puro, di giusto e santo». «La Messa non è qualcosa della nostra anima: è la nostra anima. “Tutto ciò che è mio è tuo”, Dio si è donato, e “Tutto ciò che è tuo è mio”. Dio non avrà dato inutilmente il suo amore, non avrà rischiato la sua chiamata se risponderemo: “Tutto ciò che è mio è tuo, fare la tua volontà”. Questo atto di Eucaristia, di rendimento di grazie, è l’atto più gioioso del mondo. Abbandonarci completamente accettando sofferenze o gioie, fallimenti o successi, delusioni o soddisfazioni, poco importa, importa restare tra le braccia del Padre. Rendergli la nostra vita perché egli possa darci la sua. Si viene alla Messa per imparare a morire. Senza voler morire a se stessi, non si può vedere Dio

Il sacerdote P. Bernardo Sartori, avendo collocato la Messa al centro del suo mondo, non può che concepirsi all’interno del dinamismo dell’amore divino: il suo essere dono è radicato in un altro dono che lo precede. Non siamo noi a donare – afferma il padre in una sua riflessione – noi riceviamo. È quindi Dio stesso che si consegna a noi entrando in una sorprendente condizione di debolezza. Per questo p. Sartori è rapito al pensiero che chi ama per primo, dà all’altro potere su di lui. L’Eucaristia è davvero la massima realizzazione della gratuità divina che salva:

«No, non sono io che mi offro – scrive –, non siamo noi che diamo, è il Dono che passa attraverso di noi. Noi allarghiamo le braccia e diciamo: “Il Signore sia con voi”, “Diligamus Deum quoniam ipse prius dilexit nos”: a noi non resta che chinare il capo e dire con Lui “Et nos credidimus caritati”».

Allora, iniziare la giornata apostolica con tale pienezza divina, significa iniziarla con la celebrazione consapevole della incommensurabilità del mistero che tutto fonda. Qui, il nostro Venerabile, ricupera tutte le dimensioni del suo vivere e operare come cristiano, come sacerdote, come discepolo missionario. Scrive:

«La Messa è l’atto centrale della creazione. Il paradiso ritrovato, l’occasione per ciascuno di noi di divenire la lode che Dio attende: “Io sono glorificato in Lui”. Veniamo per accettare la condizione di figli, felici di averlo per Padre. Veniamo per ricevere sofferenze, fallimenti, gloria, disonore, vita, morte, illusioni, successi – poco importa. Veniamo a consacrare, render sacro tutto. Bisogna nella Messa lasciarvi qualche cosa. Se l’Eucaristia non ci getta fuori dal cenacolo, dalle nostre placide e rassicuranti devozioni, noi sprechiamo quel Cibo. Sono una spiaggia arida, viene l’onda ogni mattina e non so trattenerla; è venuta oltre 21.300 volte, mi accorgo quando il flutto è già lontano. Che angusto recipiente per tanta straripante abbondanza, quanta impurità per l’innocenza che mi gorgoglia tra le mani. Padre Sartori lasciati amare! Lasciati portare dall’amore, prendere dall’amore. Lasciati impressionare come una pellicola, con una corrispondenza umile e con una fede viva e immediata»

L’eucarestia è stata dunque la stella polare e solare della sua vita, delle sue giornate e delle sue visite pastorali, come il sacramento della presenza eucaristica è stato il misteryum lunae delle sue notti. Questo fin da giovane prete, con il prima della sua verde età sognante e il dopo di una canizie umanamente dispensatrice di serenità e fiducia e anelante i colli eterni. Come non ricordare quelle Messe beatificanti celebrate con il popolo di Dio nel campo dei girasoli ad Arivo e inondate dal pianto dirotto durante le stesse celebrazioni liturgiche (rapito e completamente immerso nel mistero celebrato, nonostante la calca delle persone, le quali non riuscivano a spiegare quell’assenza assorta che trasformava il padre e l’assemblea partecipante). Del resto, le Chiese dove lui è stato, dove lui ha celebrato, dove lui ha adorato incessantemente o che ha costruito o anche solo restaurato sono tutte impregnate della sua presenza orante. “Guardando quell’uomo ti mettevi a pregare senza che lui te lo dicesse”, ha deposto una sua devota.

Eucarestia, insomma, centro infuocato sul mondo, dove, da mani sacerdotali consacrate, collocare lo stesso mondo da amare, da convertire e da trasformare in Regno di Dio. Questo significa che l’Eucarestia era uno dei poli incandescenti del suo “centro gravitazionale”.

Siamo ora al secondo elemento del suo “centro gravitazionale”: la Vergine Maria. Altare-tabernacolo e Maria sono i punti irrinunciabili, intimamente connessi, per centrare la sua vita di apostolo e per indicare il centro vitale e trasformatore della vita cristiana. Lui stesso lo afferma e ne dà la ragione. «Qualche volta mi domando all’altare come potrei vivere se non avessi la Messa e la Madonna».

Solo fatto emotivo, devozionale? Non sembra proprio. A prima vista, e non è poco, Maria è concepita come orizzonte umano di eccellenza all’interno di un percorso storico concepito come storia di salvezza. Un orizzonte umano capace di contenere ed esprimere una realtà di grazia e di gratuità: in altre parole una realtà divina dentro le maglie di un percorso umano. In definitiva, P. Bernardo concepisce Maria come realizzazione umana della grazia divina al vertice della perfezione, al di sopra di tutto ciò che è umano, ma non al di fuori del popolo di Dio. Un orizzonte irraggiungibile e, allo stesso tempo, ispiratore. Invece di deprimerci per il nostro limite e la nostra inadeguatezza nei suoi confronti, ci stimola e ci incoraggia “ad maiora”: ella è un ideale trascinante. «La maggior parte di noi è un segno di sottrazione – scrive il P. Sartori - perché non realizza le speranze di Dio. Solamente Maria è un segno dell’uguaglianza tra ideale e storia, pensiero e realtà… Maria si innalza tra noi di una pienezza di grazia inconcepibile ma non si distacca da noi».

Tuttavia, c’è qualcosa di più profondo nei confronti del mistero della persona di Maria e del suo essere per noi. Essa è il volto umano della divinità: ha dato un volto umano al Figlio di Dio incarnato. Con il volto umano del Figlio suo, ha dato a Dio un volto veramente umano, per cui si può davvero affermare di Dio che è Padre e Madre. Di più, che il volto umano del Figlio e della Madre rendono la benevolenza, la fiducia, la salvezza, la tenerezza, la speranza ecc. ecc., epifania del divino che sconfigge il male e sprona ad una trasformazione coraggiosa e gioiosa senza più limiti. In sostanza, l’essere Madre della Vergine Maria è per P. Bernardo la chiave di volta di tutto il mistero di Maria e i titoli che le attribuisce sono altrettante vie che esprimono e mostrano un’umanità di Dio vicina a noi. Vicina per salvarci e vicina per annunciare la benevolenza di Dio, credibile ed efficace. Sono quindi così garantiti i giusti rapporti con il mistero: Mediatrice perché Madre del Mediatore e Madre della Chiesa perché figlia e serva dello Spirito Santo.

Scrive infatti all’artista della Stuflesser di Ortisei, che aveva incaricato a produrre la prima statua della Mediatrice da collocarsi nella chiesa da lui restaurata a Troia (Foggia), per inciso la prima chiesa in Italia con quel titolo: «I miei apostolini del Sud hanno bisogno di una mamma. Le fattezze di una mamma, mi raccomando!». Il mistero divino in Maria attraverso fattezze umane ben documentabili. Allora ha senso citare i titoli e guardare i simboli mariani di questa epopea in pietra del percorso mariano missionario lasciato da P: Bernardo al fine di cogliere tutta la pregnanza dei significati.

Anzitutto bisogna subito premettere che si tratta di raffigurazioni che non cedono mai alla pura emozione sentimentale, ma sono sempre sostanziate da visioni teologiche, cristologiche, ecclesiologiche e missiologiche. Può stupire la varietà di titoli che, ad uno sguardo frettoloso e superficiale, possono suggerire uno spirito ipersensibile in preda a facili emozioni ed esageratamente impressionabile. Citiamo quelle designazioni di Maria che sorprendono: la Mediatrice di tutte le grazie di Troia nella duplice versione della chiesa parrocchiale e della cappella interna del seminario comboniano; la Madonna Odigitria di Bari (colei che indica il cammino); la Mediatrice, Sultana d’Africa di Lodonga; la Vergine di Fatima e di Lourdes associate di Koboko; la Regina mundi di Otumbari; la Madre della Chiesa di Arivo. Si tratta davvero di un’epopea mariana di tutta una vita missionaria in cui è sempre implicate la maternità di Maria, mai disgiunta però dalla figura del Cristo e della Chiesa. In Maria il divino appare prioritario e gratuito, tuttavia mai disgiunto da una benevolenza umana a suggerire protezione, accoglienza, serenità, pace e dinamismo che conduce altrove e che eleva lo spirito.

Dalla semplice evocazione di questa iconografia, in processo, si intuisce che, se non si vuole incorrere in problemi di comprensione, bisogna sempre, come fa lo stesso p. Sartori, inquadrare il ruolo di Maria in una corretta teologia della Redenzione-Mediazione, quindi nell’alveo della maternità divina e di un itinerario intimo alla storia della salvezza.

Così Maria, in quanto Madre Mediatrice di tutte le grazie, rappresentata nella chiesa parrocchiale di Troia del 1928, suggerisce lo stretto e armonico legame tra Redenzione e Mediazione. Maria non può essere disgiunta dal Figlio Redentore, ma da lui deriva tutta la forza della mediazione: porta al Redentore perché portata da lui. L’unico Mediatore non è sminuito accanto alla Corredentrice, anzi suggerisce una valenza missiologica in quanto la Madre imprime al piedino del Figlio un movimento di uscita e di annuncio: urge proclamare al mondo la salvezza. Allo stesso tempo l’iconografia dello Spanò, di Maria con il bambino dormiente in braccio del 1931, designa la tenerezza, la protezione e l’affidamento assoluto. Per P. Sartori, in questa doppia iconografia mariana di Troia si capisce come in Maria l’ardire della missione nasce dalla sua presenza rassicurante di Madre. Viene poi la Mediatrice di Lodonga del 1948, la Sultana d’Africa, coronata con la mezza luna al centro. Essa è colei che s’incarna nelle diverse situazioni umane e culturali e si dirige fino ai più lontani e ai più difficili da scalfire: i musulmani. Poi la Madonna di Fatima di Koboko del 1957, in territorio totalmente musulmano, a cui più tardi associa anche l’Immacolata, colei che non si stanca di cercare, di avvicinarsi in un torrente di luce, di grazia, di intercessione, di preghiera e di penitenza. Tra Madonna di Fatima e Immacolata, per P. Sartori c’è una sintonia tra preghiera-rosario e penitenza-conversione: un percorso mariano esistenziale all’interno della storia della salvezza. Qualche anno più tardi, ecco la Regina Mundi di Otumbari del 1966. Colei che nel contesto dell’Alleanza cosmica, rappresentata dall’arcobaleno, offre il mondo, quale opera di salvezza realizzata e da realizzarsi, a Colui che ne è l’origine. La Regina qui non è più concetto mutuato da stereotipi mondani, ma dal concetto biblico di Re e di Regina la cui funzione, infatti, è occuparsi del popolo di Dio e, al suo interno, dei più bisognosi e sfortunati, dei più poveri e in difficoltà. Infine, l’ultimo colpo d’ala, la Madre della Chiesa di Arivo del 1970. Un titolo non dichiarato dal Concilio Vaticano II, ma imposto da Paolo VI. P. Sartori né dà una sua interpretazione: il popolo di Dio ha una Madre che lo accoglie e gli indica la fonte dell’energia divina e la meta: il divino adolescente e il faro. Si tolga il Bambino e non si capisce più il senso della Madre in sé e in relazione all’influsso benefico sul mondo da trasformare in Regno di Dio. Tuttavia, l’elemento pittorico più pregnante ed evocativo è lo Spirito Santo dipinto sopra la statua della Madre della Chiesa che introduce una variante ecclesiologica: Maria è Madre della Chiesa solo in quanto serva dello Spirito.

Al termine di tutto questo percorso mariano, il Venerabile Bernardo può giustamente affermare: «La devozione a Maria non è importante – scrive Sartori – è necessaria se vogliamo attingere alla sorgente della vita. Se si abbandona la Madre non si conosce più il Figlio»

Dal principio alla fine, “il centro gravitazionale”, per la sua caratteristica cristica e mariana, ci induce a concepire la vita evangelizzante dell’evangelizzatore una vita di preghiera e a guardare con occhi nuovi la struttura materiale del tempio di pietra e a trasformarlo in scrigno di preghiera. Del resto, questa è stata la convinzione che ha accompagnato P. Bernardo in tutto quello che ha detto e fatto. Ha da sempre creduto che pregando si restituisce a Dio il primato sulla propria vita e si entra in quell’abbandono in cui si lascia libero spazio all’effusione divina dell’energia d’amore. «Pregare vuol dire abbandonarsi a Dio e dire: lavorami. Fa’ che mi lasci lavorare, che mi lasci amare». Per questo scriveva che privilegiare l’atteggiamento della preghiera «significa rendersi conto della vita cristica che è in me e del fatto che per la forza dello spirito è divenuta mio principio interiore». Pregare quindi significa per lui esercitarsi nel motto paolino: «Non sono più io che vivo…» ed in quello giovanneo «Chi resta in me e io in lui… porta molto frutto».

Conseguentemente, non si può concepire una vita di preghiera al risparmio, quando si è ricettori di qualcosa di incommensurabile che ci è donato. Collocarsi sulla stessa onda dell’energia divina, significa che Dio non può essere piegato ai nostri desideri.». Riconosce e ridona costantemente a Dio il primato, l’essere il soggetto della sua vita e della sua azione- Poi, per finire, ecco una delle sue affermazioni lucide e tranchant: «Se per Dio non abbiamo tempo è segno che Dio è per noi senza valore. Se non c’è un tempo per la preghiera, ogni dì, siamo praticamente atei. Ben inteso, atei con sospiri, con ma, con se: “Ah, se potessi pregare! Ah, se avessi tempo per pregare! Ah, quando potrò pregare?” Di fatto non preghiamo». Lui invece, già da molto, aveva superato il grande inganno e non solo ne parlava, ma si vedeva che il suo centro gravitazionale era la preghiera. Era la sua sfida: altare-tabernacolo-devozione mariana.

3) Ora possiamo passare al terzo punto: il suo metodo pastorale prioritariamente impostato sulla “costruzione” della Chiesa viva.

Anche qui, dobbiamo andare al di là di quella giusta ammirazione che ha sempre circondato la prassi missionaria di P. Bernardo circa la fondazione o la riattivazione di missioni decadute dal loro primitivo fervore. Bisogna andare oltre la caratura ascetica dei suoi famosi “safari”, unici e irrepetibili. Non è neppure sufficiente dire, e non sarebbe poco, affermare che tutta la sua attività evangelizzatrice ha mantenuto un’impronta dall’alto contenuto spirituale, così da lui stesso sintetizzata: «Non vale né la salute né il denaro per salvare le anime ma l'amore: chi più ama più salva». Bisogna procedere oltre, cogliendo bene il significato della risposta che P. Bernardo forniva a coloro che l’accusavano di investire tutte le sue energie nel costruire chiese materiali. Scrivendo a un suo lontano parente, missionario comboniano come lui, P. Grabriele Durigon, atteso per la messa in opera della chiesa nella missione di Omugo, poi Otumbari, si esprimeva più o meno in questi termini: «Aspetterò P. Gabriele per costruirla nel ’64, se la Madonna vorrà. Intanto prepariamo la vera chiesa, gli uomini che vivono in grazia. Il calcolo dei volumi lo lascio a Lei!». A nessuno sfugge che qui il livello si alza: siamo a livello di “opzione di santità” e di “visione di Chiesa”.

Mi sembra di poter dire che siamo nel vero solo se in ultima analisi ci si domanda quale era il progetto di Chiesa che aveva davanti agli occhi. Non si può capire l’efficacia pastorale di tutto quello che P. Sartori ha vissuto e proposto nel campo missionario senza il suo ricco riferimento ecclesiale. Una Chiesa corpo mistico di Cristo (MC), una Chiesa popolo di Dio e la Chiesa comunione (LG) sacramento dell’amore di Cristo di fronte al mondo (GS).

La ragione per cui l’evangelizzazione in P. Sartori si struttura come comunione, sta finalmente nella visione ecclesiale. Egli ha una concezione della Chiesa, come comunione strutturata, in cui prevale il senso del Corpo mistico. Ogni azione ecclesiale, per cui anche l’evangelizzazione, prima di essere semplice organizzazione, è un’azione trasformante di Cristo: partecipazione alla sua azione salvifica e al suo comando di estenderla a tutto il mondo. La Chiesa è soggetto di evangelizzazione poiché è Corpo di Cristo, suo Corpo Mistico, con un Capo, il Cristo, e noi, membra sue e gli uni degli altri. Se per P. Bernardo il senso della struttura gerarchica è forte, lo è altrettanto il senso della partecipazione di tutti a un unico corpo perché unificati e vivificati da un principio divino. Membra quindi vivificate da un unico spirito che orienta tutti all’unico mistero di Cristo e vuole portare tutti alla piena maturità di uomo perfetto. Il «tutto restaurare e ricapitolare in Cristo», così caro a San Pio X e che P. Sartori aveva già ricevuto al tempo del seminario dal suo vescovo di Treviso, il Beato Giacinto Longhin, assume nello stesso tempo connotazione missionaria. La Chiesa ha un destino universale. Il «restaurare omnia» diviene principio positivo trasformatore: non per contrapporsi ma per purificare e completare; non per combattere, ma per amare, migliorare e condurre a compimento.

È innegabile che la Chiesa, come Corpo mistico, guida la riflessione e la prassi di P. Sartori. A loro volta, queste ultime, sono bilanciate e arricchite dalla sottolineatura conciliare della Chiesa come popolo di Dio. In tal senso essa approfondisce il suo essere comunione strutturata e acquisisce un atteggiamento più positivo nei confronti del mondo moderno. Se la Chiesa continua a perseguire il suo progetto di incamminare l’umanità verso la riunificazione in Cristo, non per questo rinuncia al dialogo con tutti.

«Fino a venticinque anni fa – scrive – il concetto di “popolo di Dio” era perfettamente sconosciuto. È un termine nuovo. Le altre definizioni della Chiesa, coome quella di popolo in cammino attraverso i dolori e le gioie quotidiane, non hanno la stessa incisività. Popolo vuol dire storia. […] Popolo di Dio significa che la Chiesa non consiste in riti, dottrine, in leggi, soldi e sfarzi, ma trova la sua consistenza negli esseri viventi. Chiesa vuol dire esseri umani, pietre viventi vivis ex lapidibus”. Essere umani, cresciuti e uniti per grazia di Dio e destinati, per il suo permanente perdono, alla “communio sanctorum”, di cui Cristo è l’elemento di unità e di vita»247.

Non si è lontani dalla verità affermando che P. Sartori ha in qualche modo anticipato nella concretezza quella che è stata una delle più importanti acquisizioni della teologia del Vaticano II, la Chiesa comunione e la Chiesa popolo di Dio, aperta alla realtà escatologica e insieme al mondo. Cara, gli è stata l’immagine della Chiesa, come pietra e come barca, che dice di aver captata da Paolo VI. Essa conserva ciò che ha ricevuto e avanza tra i flutti della storia. Avanza come popolo di Dio verso mete eterne, avendo cessato di aver paura dell’alto mare. Due aspetti che P. Sartori esprime nella concretezza della vita come continua interazione di energie umane e soprannaturali. Le frontiere del tempo e dell’eterno in lui e nella comunità ecclesiale, di cui è pastore, sono davvero impercettibili. Si può dire che avendo un’acuta percezione della Chiesa come Corpo Mistico di Cristo, è arrivato più facilmente a comprenderla e ad accettarla gioiosamente come popolo di Dio, pellegrino nel tempo e incamminato verso l’eterno.

«Noi abbiamo un grande rispetto del Corpo di Cristo che riceviamo, ma quale rispetto abbiamo per il Corpo Mistico che formiamo? […] A Cristo non interessa cambiare del pane nel suo Corpo se non per cambiare noi nel suo Corpo. Cristo non ci tiene a pronunciare le parole di una consacrazione eterna sul pane dell’altare, ma sulle sue membra isolate, paralizzate, tutte a pezzi e che desidera ardentemente riunire»  

In questo suo progetto di Chiesa da formare, egli supera decisamente il pericolo di ridurla a corpo meramente sociale e, allo stesso tempo, introduce la sinodalità e la ministerialità evitando anche qui di ridurre i laici a prestatori di servizi. La pari dignità, infatti, è unica: tutti figli; la distinzione dei ruoli e la loro gerarchia è rigorosamente rispettata senza alcuna indebita sovrapposizione perché tutto è dono dato da esercitarsi per la crescita del bene comune dell’unico corpo di Cristo. Solo Dio sa quanto anche oggi abbiamo bisogno della coscienza di questa splendida dignità ricevuta e di questa sinodalità e ministerialità esercitata in una comunione strutturata per rendere le nostre comunità ecclesiali vive, presenti e testimonianti sul territorio e per aiutare le nostre comunità ad uscire dall’individualismo.

Il fatto che tutti cristiani, musulmani e protestanti lo sentissero padre della fede e allo stesso tempo si sentissero appartenenti all’unico Dio, nonostante le esistenti barriere confessionali, depone a favore del suo metodo in cui l’identità cristiana non si contrapponeva al dialogo, anzi lo favoriva, ritrovandosi sul versante della preghiera. In una riunione in cui si discuteva delle aperture conciliari, alla fine del dibattito, dopo moltissimi pareri, con molta umiltà, alzò la mano e aggiunse:

«Io credo che fra gli indicatori positivi manchi un punto molto importante per valutare lo zelo e cioè la preghiera per la gente. Io credo – aggiunse – che la preghiera di intercessione per la nostra gente sia da considerare uno degli indicatori più importanti dello zelo missionario. Uno zelo senza preghiera non potrebbe considerarsi vero zelo missionario».

Tutti concordammo sulla importanza del contributo di P. Bernardo e fummo grati per il suo apporto. Approccio, tanto più credibile, nella misura in cui tutti sapevamo che le parole specchiavano la sua vita. In pratica, quegli atteggiamenti pastorali, presentati da P. Bernardo come efficaci e convincenti, li ha ben sintetizzati un suo confratello più giovane, compagno di missione a Lodonga, P. Pietro Traversi, il quale in occasione del 50° di ordinazione del Padre lo descrive come «colui che «prega, agisce e sorride».

Conclusione

Devo stasera per tutti questi molteplici motivi ringraziare la Chiesa locale di Treviso, la comunità parrocchiale di Falzé e la famiglia del Venerabile Bernardo Sartori per il dono fatto all’Istituto e alla Chiesa. Possa anch’egli essere riscoperto come un riferimento spirituale appartenente a questa Chiesa particolare trevigiana, come altri santi preti e missionari che hanno reso presente la multiforme ricchezza del mistero di Cristo e della Chiesa in questo ambiente trevigiano.

Mi piace concludere con due citazioni. Una del Vescovo, Mons. Castielli vescovo di Lucera-Troia dal 1987 al 1996 e che ha conosciuto il nostro Venerabile nel 1968 in un memorabile incontro missionario tenutosi al Pontificio Seminario Regionale «Pio XI» di Salerno:

«La radice di quello che p. Sartori, come tutti i santi, hanno fatto, scrive Mons. Castielli, è innanzitutto la forza della loro comunione con Dio. La vita di p. Sartori è lì. Il titolo del libro della vita di p. Sartori è così bello e significativo: “La sfida di un uomo in ginocchio”! Tutte le sue sfide sono partite dalle ginocchia, non dalle parole, e che parole eloquenti che aveva! Non dalla capacità organizzativa, e che capacità di organizzare aveva! Non dalla sua genialità: era musicista, era poeta, s’intendeva di arte, s’intendeva di come si costruiscono le chiese, aveva un’ascendente enorme a livello di psicologia sul popolo; queste cose erano vere, ma la grandezza di p. Sartori era la sua sfida. La sfida di p. Sartori è partita dalle ginocchia, ha pregato. È nella preghiera che lui è riuscito a trovare la forza per fare tutto il resto. E la prima sfida p. Sartori l’ha portata a sé stesso».

L’altra è del nostro Venerabile: «Sembrava che il Concilio avesse voluto sottolineare l’esigenza della socialità nell’azione del cristiano ed invece ha sottolineato l’esigenza della santità». Esattamente quello che lui ha fatto e che, stasera, ci sprona a fare se vogliamo essere tutti, secondo il dono ricevuto, “discepoli missionari” del Vangelo di Cristo Salvatore! E concludeva: «Sulle polverose strade del mondo la Chiesa non ha paura delle tempeste, ma teme la siccità». Il Venerabile Sartori, un santo, che si era prefisso la santità come scopo della sua vita missionaria e della sua evangelizzazione.

Falzè di Trevignano (TV), 1° maggio 2022
(P. Arnaldo Baritussio, Postulatore Generale mccj)