Giovedì 2 aprile 2026
Come si può supportare lo sviluppo sostenibile dell’Africa? Per provare a trovare una risposta si potrebbe cominciare col visitare le asettiche stanze dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) di Ginevra. Da settimane nella città svizzera si svolgono negoziati di cui si sa quasi nulla. I paesi membri si stanno confrontando sull’Accesso ai patogeni e sulla condivisione dei benefici (Pabs).

Si tratta di un annesso di un più ampio Accordo sulle pandemie raggiunto l’anno scorso, la cui attuazione rimane bloccata senza un’intesa sul punto. In gioco c’è la condivisione di dati su virus e batteri in cambio di un accesso equo ai vaccini e alle terapie che ne derivano.

La possibilità, in sintesi, di affrontare con maggiore efficacia le future crisi sanitarie, con maggiore autonomia, evitando che solo una parte del mondo possa disporre di vaccini, rimedi e dei guadagni che ne conseguono, come accaduto durante la pandemia di Covid-19.

I negoziati languono, al punto che diversi osservatori avvertono del rischio di scavallare il termine di maggio previsto per la chiusura delle mediazioni. Nord e Sud globale non condividono molteplici aspetti, a partire dalla questione se il Pabs debba essere legalmente vincolante o meno.

Sullo sfondo è in gioco qualcosa di più importante della capacità di essere pronti a un’emergenza sanitaria globale. C’è la rottura di uno status quo, una redistribuzione di potere. E così il vociare delle sale dell’Oms fa eco a quello di altri tavoli egualmente incagliati.

Ad esempio, la Convenzione quadro dell’Onu sulla cooperazione fiscale internazionale. Le mediazioni sono cominciate nel 2024, dopo che l’anno precedente l’Assemblea generale aveva approvato una storica proposta del gruppo dei paesi africani, snobbata dai maggiori paesi ad alto reddito.

In gioco c’è una modifica del sistema globale di governance fiscale, a partire da un passaggio di consegne dall’Ocse all’Onu che darebbe più peso ai paesi poveri, che ogni anno perdono decine di miliardi di dollari in evasione. Anche qui, il confronto procede a rilento.

Le similitudini potrebbero proseguire con i complessi e stratificati negoziati in sede Cop30, dove gli impegni di finanza climatica da 300 miliardi di dollari all’anno raggiunti lo scorso novembre restano ancora lontani dalle risorse richieste dai paesi del Sud del mondo, i meno responsabili della crisi climatica, ma i più colpiti.

O con l’incapacità generale di immaginare una riforma concreta dell’architettura finanziaria globale, gravata da quel debito esterno che vale in Africa quasi 1.200 miliardi di dollari, sottraendo risorse a istruzione, sanità e sicurezza alimentare. Non a caso, queste sono state le priorità del G20 a guida sudafricana, disertato dagli Usa, così come gli altri negoziati citati.

È chiaro: sostenere lo sviluppo dell’Africa significa sostenere politicamente le battaglie per una redistribuzione del potere nella comunità internazionale, con concretezza, invece di affidarsi a Piani per il continente tanto ambiziosi quanto improbabili.

Senza però scagionare le classi dirigenti africane dalle proprie responsabilità: puntare sull’equità significa anche togliere la sedia sotto governi corrotti e regimi perenni. Quei sistemi di potere che, in fondo, sull’ingiustizia del mondo campano ancora volentieri. E ci costruiscono sopra le loro scuse.

Nigrizia – L’editoriale di aprile 2026