Mercoledì, 29 luglio 2026
Circa un anno fa ho ricevuto una Grazia speciale, inaspettata. Non so bene né per quali strade sia arrivata a me, ma l’ho subito riconosciuta quando monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano, mi ha chiesto la disponibilità ad assumere il servizio di cappellano nel carcere di San Vittore.
Così dal 10 agosto dell’anno scorso vivo la mia missione tra le mura di questa casa circondariale situata nel cuore nobile della city milanese. Ho colto questa richiesta come una genuina sfida missionaria (a San Vittore, su una popolazione di 1150 detenuti circa il 68 percento sono “stranieri” e il 76 percento sono giovani) e in sintonia con una chiesa che evangelizza e si fa presente nelle periferie “fisiche” ed esistenziali del territorio.
Mi sento veramente fortunato e abbastanza privilegiato. Soprattutto grato a Dio per avermi aperto questa porta e condotto su questa strada.
La realtà delle carceri italiane è drammaticamente conosciuta, San Vittore non è un’eccezione, anzi a tutt’oggi è tra le carceri italiane col maggior indice di sovraffollamento, siamo attorno al 185 percento con tutte le conseguenze deleterie che ne derivano per i detenuti, per gli agenti di polizia penitenziaria, per tutti coloro che operano in carcere e soprattutto per la possibilità di svolgere programmi rieducativi.
Il carcere è luogo di sofferenza, di estreme solitudini, angosce, violenze, paure, ma anche di grande umanità e condivisione. Si è privati della libertà e della possibilità di coltivare quel minimo di rapporti affettivi che tengono in vita una persona in modo soddisfacente. Le condizioni di vita spesso sono poco dignitose. Il sovraffollamento rende ancor più difficile la già problematica convivenza e favorisce tensioni, malintesi, accese discussioni, risse, violenze.
Essere rinchiusi in una cella in spazi limitati che spesso non rispettano le misure minime previste dalla legge è qualcosa di traumatico, si scontra con la natura dell’uomo che è fatto per la libertà e la desidera con tutto se stesso. Questa è già di per sé una punizione molto dura. Provare per credere!
Quando si parla di carcere il sentire e la reazione comune, anche tra cristiani é: “Hanno sbagliato, devono pagare, chiudeteli in cella e buttate via la chiave”. Parole pronunciate con troppa sicurezza. “Non perdere tempo con loro, non lo meritano”, qualcuno mi ha anche detto.
In carcere ci sono uomini e donne che hanno sbagliato, certo, che hanno fatto del male a persone e alla società, anche in modo crudele e ripugnante. Non si tratta qui di sottovalutare comportamenti delittuosi o di dimenticarsi di chi i reati li ha subiti, e chiaramente neppure di giustificare chi ha sbagliato. Si tratta di domandarci con onestà qual è la finalità del carcere?
Ci viene in aiuto la Costituzione Italiana che così recita all’Articolo 27: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Nonostante, dunque, la finalità del carcere sia detentiva e rieducativa, prevale sempre il pensiero punitivo nella convinzione che la dura punizione, oltre che giusta e meritata, sia la strada maestra per recuperare a una vita onesta chi ha sbagliato.
Ma siamo sicuri che è proprio questa la strada? Male cura altro male? Non credo proprio, anzi. Il vero cambiamento, più che dal castigo, passa attraverso la rieducazione, la stessa pena deve caratterizzarsi in un reale, impegnativo e fruttuoso cammino di rieducazione.
Il vero investimento sulla sicurezza così sbandierato da più parti non consiste nell’aumentare le pene per i reati e neppure costruire più carceri ma sì nel recuperare le persone che commettono reati: “Ogni detenuto recuperato equivale a un vantaggio di sicurezza per la collettività”, ha detto il presidente Mattarella. Credo sia urgente operare un cambio culturale e di paradigma: “passare dalla certezza della pena alla certezza del recupero della persona nella società”. Questo è il vero investimento in sicurezza anche se è molto più esigente, difficile, sicuramente più umano e segno di profondo rispetto della dignità e delle capacità di rinascere di ogni persona.
Certo ci potranno essere fallimenti in questa opera rieducativa, ci sarà sicuramente anche chi, per diversi motivi, non intraprenderà un cammino di riabilitazione. In questi casi rimarrà solo la via del carcere ma, come sosteneva il Cardinal Martini intervenendo al Convegno “Colpa e pena” nel 2000 a Bergamo, il ricorso al carcere va inteso come “un intervento di emergenza, un estremo rimedio per arginare una violenza gratuita e ingiusta, impazzita e disumana”.
Estremo rimedio dunque, “soluzione ultima ed estrema in alcuni casi”. Invece la carcerazione è diventata la pratica e soluzione normale ai problemi, al punto che proprio un giudice qualche mese fa, con mio grande stupore e amarezza, mi ha detto “Padre, oggi il carcere ricopre la funzione di difesa sociale”. Ecco perché in carcere ci sono tanti ragazzi/e con dipendenze certificate (non è lì il loro posto) o persone con disturbi psichiatrici (anche per costoro il carcere non è il loro posto) oppure sempre più ragazzi arrivati soli in Italia e senza alcun vincolo famigliare/affettivo di sostegno cui il carcere nemmeno per loro è il posto adatto e adeguato.
Se è opinione condivisa da tutti che le condizioni in cui versano le carceri italiane, per il numero elevato di detenuti e per le precarie condizioni strutturali di tanti Istituti, rendono problematico divenire luoghi di rieducazione perché non iniziare a pensare oggi (perché avvenga tra dieci anni) un sistema carcerario diverso e alternativo a quello conosciuto? Perché non unire menti creative e cuori appassionati per cercare nuove vie alla detenzione per la rieducazione? Nel mondo esistono già realtà interessanti e alternative che sono già abbastanza collaudate e consolidate, Anche in Italia si stanno muovendo passi in questa direzione. Mi sorprende che non se ne sappia nulla a riguardo. Forse neppure interessa.
Il carcere, come in ogni situazione dove c’è una persona che soffre, è il luogo che attende la realizzazione della promessa di Gesù, la libertà per una nuova possibilità e per vita migliore, più umanamente felice.
“Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, a predicare un anno di grazia del Signore” è il programma di Gesù annunciato nella sinagoga di Nazareth (Lc 4, 18-19).
Lavorando e in attesa di questa realizzazione messianica valgono sempre le parole profetiche ed evangeliche di Don Primo Mazzolari: “Finché ci sarà un prigioniero avremo la presenza del Cristo. La prigione è una Chiesa, una Presenza, un Tabernacolo, dove ognuno può incontrare, vedere il Cristo”.
Non dovremmo stupirci per queste parole forti di don Primo. A meno di dimenticarci le parole stesse di Gesù, quando immaginando il momento del giudizio finale, disse: “ero in carcere e siete venuti a trovarmi...” e “ero in carcere e non siete venuti a trovarmi” (Mt 25).