Lunedì 12 novembre 2018
“Nell’ambito occidentale – scrive P. Luigi Consonni, comboniano – è più che evidente la crisi dell’evangelizzazione in atto. Viene alla mente la nota e sconcertante affermazione del Card. Martini, poco prima della sua morte, riguardante l’arretratezza di duecento anni della Chiesa. Arretrata rispetto a che cosa? Non credo si riferisse agli studi biblici e teologici che, anzi, fanno passi da gigante. Suppongo riguardi – fra gli altri possibili aspetti – il fatto che la Chiesa sia rimasta come a metà strada nell’attuazione dei dettami del Concilio Vaticano II”. Nella foto: P. Joaquim José Moreira da Silva, comboniano portoghese, che lavora tra i Gumuz, in Etiopia.

IL PARADIGMA
E IL RINNOVAMENTO DELL’EVANGELIZZAZIONE
FUORI E DENTRO DELLA CHIESA

Dalla Buona Notizia alla Buona Realtà ​​

Nota Preliminare: Questo elaborato raccoglie semplicemente una serie di punti e la traccia di un lavoro da completare e approfondire.

Parrocchia di Gilgel Beles a Metekel Zone, Benishangul Gumuz (Etiopia).

- Parte Prima -

IL RINNOVAMENTO DELL'EVANGELIZZAZIONE
NEL MONDO CONTEMPORANEO

PREFAZIONE: LA SFIDA ALL’EVANGELIZZAZIONE

Nell’ambito occidentale è più che evidente la crisi dell’evangelizzazione in atto. Viene alla mente la nota e sconcertante affermazione del Card. Martini, poco prima della sua morte, riguardante l’arretratezza di duecento anni della Chiesa. Arretrata rispetto a che cosa? Non credo si riferisse agli studi biblici e teologici che, anzi, fanno passi da gigante. Suppongo riguardi – fra gli altri possibili aspetti – il fatto che la Chiesa sia rimasta come a metà strada nell’attuazione dei dettami del Concilio Vaticano II.

Si è avuto, indubbiamente, il rinnovamento teologico e biblico per una vita di comunione, fraternità e responsabilità di tipo circolare. Al riguardo è rimasta famosa l’immagine del cerchio, in cui tutti interagiscono sullo stesso piano, ma non si è andati oltre. Tutto il resto è, sostanzialmente, rimasto come prima, salvo alcuni aspetti secondari. Mi riferisco particolarmente alla modalità di prendere in considerazione il vissuto complesso, la struttura di potere e di comando, l’organizzazione centralizzata e il processo di evangelizzazione. Si è mantenuta, in sostanza, lo schema della piramide.

In realtà la riforma si è fermata a metà strada e la conseguenza è che si è registrata la consolidazione dell’autoreferenzialità per uscire dalla quale - la chiesa in uscita sollecitata dal Papa - è richiesta l’elaborazione di un nuovo paradigma dell’evangelizzazione, ossia di un nuovo modello da assumere incondizionatamente, ben consapevoli di incontrare, sicuramente, la resistenza di chi si propone di salvare il vecchio paradigma. Ma, prima o poi, giungerà, necessariamente, il momento in cui quest’ultimo modello sarà abbandonato.

Tuttavia, è doveroso prendere atto che tra il nuovo e il vecchio paradigma c’è un rapporto di continuità/discontinuità, in virtù della “riserva” escatologica - l’inesauribile “serbatoio” di amore, bontà, misericordia, giustizia, di vita eterna e altro -. L’evento escatologico della signoria di Dio - l’avvento del Regno nelle circostanze del passato -, conformando il vecchio paradigma, non esaurisce la sua realtà e potenzialità ma rimane una riserva. Ora, nel presente, lo stesso evento attualizza la signoria nelle nuove circostanze personali e sociali che conducono all’elaborazione del nuovo paradigma.

La continuità riguarda l’efficacia del mistero pasquale e la discontinuità attiene all’elaborazione di risposte audaci, creative e coraggiose. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) è l’obiettivo della continuità/discontinuità il cui collante è la tensione generata della riserva escatologica tra passato e futuro, come pure tra presente e futuro.

Pertanto, l’elemento determinante è il futuro, l’anima e il senso ultimo del paradigma vecchio e nuovo. Il farsi della Buona Notizia, come Buona Realtà nell’oggi, è realtà penultima, anticipo e tensione verso il futuro escatologico assunto per la fede, “tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12,2), nella fondata intuizione di risposte adeguate alle sfide del presente.

P. Joaquim José Moreira da Silva, comboniano portoghese, che lavora tra i Gumuz, in Etiopia.

INTRODUZIONE

Il gioco in atto dell’evangelizzazione

È proprio dell’attività della Sapienza il gioco: “Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni opera, all’origine (…) io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8, 23.30-31). Il “gioco” della Sapienza trova in Gesù e nello Spirito Santo - le due mani del Padre (metafora di S. Ireneo) - l’adempimento della volontà Trinitaria.

Il “gioco” coinvolge la persona, l’umanità e il cosmo intero nell’inesauribile mistero nel quale tutto e tutti sono immersi. Ebbene la Sapienza, per lo Spirito Santo, si umanizza nella persona di Gesù. Essa raggiunge il suo apice nel mistero pasquale e il “gioco” produce vino nuovo e la capacità di preparare nuovi otri dove possa essere versato (Mc 2,22), in modo che la delizia di “un cielo nuovo e una terra nuova (…) Ecco, io faccio nuove tutte le cose (Ap. 21,1.5) sia motivo affinché tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv10,10) e “la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24).

A tal fine il “gioco” consiste nel far “conoscere il mistero di Dio, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra (Ef 1,9-10). Per Dio tutte le cose sono buone; infatti: “Tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata (Sap11,24).

Ma nell’uomo, chiamato a conoscerle e gestirle secondo le direttive di Dio entrando nel “gioco”, si è intromesso il male - il mistero dell’iniquità - la cui seduzione ha effetti devastanti di morte, non di vita. Il processo di conoscenza delle cose (vedi Thomas Kuhn, storico della scienza, che la rivoluzionato il metodo scientifico) apre l’intelligenza a nuovi contenuti che mandano in crisi e sostituiscono quelli ritenuti, fino ad allora, certi e irriformabili.

Non solo, ma le cose che sembravano semplici, lineari e ovvie, rivelano una complessità insospettata che si presenta come nebbia, come confusione, come incertezza, come incomprensione e irriducibilità (vedi Edgar Morin, la riforma del pensiero e la filosofia della complessità). Le caratteristiche e le dinamiche della complessità, dei sistemi complessi, che la scienza e la filosofia della complessità rilevano nei loro studi, fanno emergere la novità, la nuova conoscenza della realtà.

La scienza, e la filosofia della complessità, gestiscono non solo una epistemologia (studio critico riguardante la natura e i limiti della conoscenza certa) descrittiva della nuova realtà ma anche una epistemologia costruttiva, e con essa l’elaborazione di un’identità dinamica.

I risultati attendibili costituiscono un contributo non solo necessario, ma imprescindibile, per l’evangelizzazione. Tommaso d’Aquino afferma che un errore sulle cose di questo mondo ricade in un errore su Dio (basti solo pensare, per esempio, all’idea di Dio Creatore nel sistema tolemaico comparata con quella di oggi).

Tuttavia, il contributo e la trasposizione nell’ambito teologico-pastorale deve tener conto della singolare specificità di quest’ultimo, per la fede nel compimento della Promessa escatologica.

A questo punto il “gioco” richiede un nuovo paradigma - un nuovo modello di riferimento - perché entra in gioco non solo l’interesse, la comprensione e l’attendibilità dell’opera di Dio oggi, ma anche il senso ultimo e il fine di tutto e di tutti.

IL NUOVO PARADIGMA

P. Joaquim José Moreira da Silva, comboniano portoghese, che lavora tra i Gumuz, in Etiopia.

Sono tre gli ambiti del paradigma: LO SCHEMA ESCATOLOGICO, IL METODO E LA STRATEGIA. Esso abbraccia l’ambito estetico (lo schema escatologico), logico (il metodo) e l'ambito pratico (la strategia) (vedi: Josef Wohlmut. Il mistero della trasformazione. Tentativo di una escatologia tridimensionale in dialogo con il pensiero ebraico e la filosofia contemporanea).

Il paradigma è l’insieme organicamente strutturato dei tre ambiti indirizzato al fine dell’evangelizzazione. In generale, e all’interno di un periodo di tempo non quantificabile, il paradigma è la matrice disciplinare che cristallizza una visione globale del mondo su cui indaga ed in cui opera, e fornisce un modello atto ad ottenere soluzioni soddisfacenti.

IL FINE DELL’EVANGELIZZAZIONE NELLO SCHEMA ESCATOLOGICO

In estrema sintesi si tratta di “un cielo nuovo e una terra nuova (…) Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap. 21,1.5), del vino nuovo e di otri nuovi (Mc 2,22), affinché tutti “abbiano vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv10,10) e “perché la vostra gioia sia piena” (Gv 16,24). Il fine, nello schema, conforma l’ambito estetico di armonia, di pace, che affascina la persona, l’umanità tutta, e costituisce il sogno, la meta, il desiderio profondo del cuore.

Il fine, in primo luogo, riguarda il presente, l’oggi, come esperienza di riscatto dal peccato, di liberazione dal male, di rigenerazione, di gioia, per accogliere la sovranità di Dio - gli effetti del mistero pasquale - il cui simbolo è la categoria biblica del regno di Dio, anticipo di quello futuro, ultimo e definitivo, alla fine dei tempi.

  1. La centralità della misericordia nell’orizzonte escatologico.

Paragonando la Trinità ad un distributore di carburante, il combustibile per l’operatività è la compassione e la misericordia. La prima è la partecipazione alla sofferenza dell’altro: Gesù “fu preso da grande compassione” (Lc 7,13). La seconda è l’inclinazione del cuore - l'attenzione intelligente e determinata - per concedergli “un futuro pieno di speranza” (Ger 29,11): Gesù al giovane defunto ordina: “Ragazzo, dico a te, alzati” (Lc 7,14).

  • L’azione della misericordia.

Il cantico di Maria (Lc 1,46-55) e di Zaccaria (Lc 1,67-79), con il quale la Chiesa loda la Trinità nella recita dei Vespri e delle Lodi mattutine, evidenziano l’azione della misericordia di Dio.

Nel "Magnificat" si ringrazia Dio che, come aveva promesso ai padri, ha soccorso Israele e continuerà a soccorrere, di generazione in generazione, quelli che lo temono “ricordandosi della sua misericordia”; in altre parole, attualizzandola in virtù della fedeltà all’alleanza.

Nel cantico di Zaccaria Dio, grazie alla sua tenerezza misericordiosa, ha concesso misericordia ai padri e si è ricordato - ha attualizzato - la sua santa alleanza, per concedere ai destinatari di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i giorni. (Il timore riveste la caratteristica della premurosa attenzione nel servirlo in modo conveniente).

Sinteticamente:

  • Per Dio, la misericordia è l'esercizio della sua tenerezza, della sua fedeltà all'alleanza. È altresì anticipo del compimento della Promessa escatologica alla fine dei tempi quando sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).
  • Per il credente è l'evento della liberazione, del soccorso, nel quale ridisegnare un nuovo rapporto di vita con Dio, che lo motiva nel “dar ragione della speranza” (1Pt 3,15), per la fede nel compimento della Promessa.
  • L’effetto della misericordia:
  • A livello individuale il perdono dei peccati, e la rigenerazione a nuova vita, oltre all’impegno sociale motiva l’attenzione personalizzata ai bisogni primari di ogni persona: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a visitarmi” (Mt 25,35-36), affinché tutti “abbiano vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv10,10), e “perché la vostra gioia sia piena” (Gv16,24) nel dono di se stesso per la causa dell’avvento del Regno.
  • A livello sociale “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1, 51-54). È l'inizio alle operazioni di trasformazione e consistenza di “un cielo nuovo e una terra nuova (…) Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,1.5).
  1. Gli elementi imprescindibili dello schema.

Sono quelli attinenti al problema specifico, che interpella il fine e l’identità della persona o della comunità coinvolta quali, ad esempio, l’esercizio del potere politico; l’uso o l’accumulo del denaro o dei beni in generale; il dominio del rapporto autorità/autorevolezza nell’ambito delle diversità; ecc.

Gli elementi sono presi dalla Tradizione (con la t maiuscola) di cui la Chiesa è depositaria e dai risultati attendibili dell’indagine scientifica e filosofica aconfessionale; a questi si riferisce il Concilio quando afferma: “la chiesa ha un bisogno particolare di tale aiuto si tratti di credenti o non credenti” (GS 44). In effetti sono i due ambiti dell’azione della Sapienza, della Trinità.

P. Joaquim José Moreira da Silva, comboniano portoghese, che lavora tra i Gumuz, in Etiopia.

IL METODO FLESSIBILE

Il metodo è il modo specifico di assumere e camminare nel paradigma e costituisce l’ambito logico. È necessariamente flessibile, in attenzione, da un lato, al contesto, alla cultura e alla circostanza delle persone coinvolte e, dall’altro, alla percezione di queste ultime della portata, estensione, contenuto e valore degli elementi dello schema escatologico.

Nel dialogo fra questi elementi la qualità del metodo è rilevata dalla consistenza e adeguatezza del collegamento degli elementi fra loro, in ordine al fine, in modo da formare una griglia per discernere ciò che è da assumere e ciò che va lasciato. Evidentemente ogni griglia di riferimento riguarda il caso specifico e non è trasferibile ad altri, pur se, apparentemente, appare nelle medesime condizioni generali.

Il processo esige l’autonomia dei soggetti e l’attenzione alla realtà specifica in cui sono coinvolti. Si scongiura il pericolo del soggettivismo e del relativismo se il procedere sintonizza con il fine escatologico e non a interessi personali o di lobby e se, ad esso, si accompagna umiltà e volontà di perseguire il bene.

Il metodo permette di raggiungere risultati apprezzabili rispetto a due sfide del vissuto odierno: il rapporto tra le diversità e l’unità - la sfida multietnica, multiculturale e multireligiosa - e il rapporto soggettività e comunione - la sfida tra l’autonomia personale e comunione ecclesiale nell’orizzonte infinito del mistero di Dio -.

La gestione corretta del metodo, sviluppando le irriducibili diversità e percorrendo diversi sentieri nell’unico cammino, orienta alla finalità del “gioco”, ossia “conoscere il mistero del suo volere - di Dio -, il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,9-10).

Il cui raggiungimento richiede che si ponga attenzione al punto seguente.

LA STRATEGIA COSTRUTTIVA

È l’arte del conflitto inevitabile, della “guerra”, - l’ambito pratico - tra il “mistero della salvezza” e il “mistero dell’iniquità”, per la crescita simultanea negli avvenimenti, nella vita, del grano e della zizzania (Mt 13,24-30); per gli errori nel discernimento: “Il comandamento, che doveva servire per la vita, è divenuto per me motivo di morte” (Rm 7,10); per la fragilità verso le seduzioni: “in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,18-19).

È una lotta agonica, fino all’ultimo respiro: “Gesù disse: È compiuto! (Gv 19,30) (vedi Miguel de Unamuno – filosofo spagnolo vissuto a cavallo fra il 19° e 20° secolo: l’Agonia del Cristianesimo). È qui che si “gioca” l’incontro con il mistero pasquale e la ricapitolazione in Cristo. L’azione della strategia costruttiva è propria del paradosso cristiano - “chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25) - e costituisce la qualità della testimonianza.

P. Balasso Vincenzo, comboniano in Ecuador.

L’INSIEME ORGANICAMENTE STRUTTURATO

CONSIDERAZIONI SULLA PRASSI PASTORALE

Non bisogna perdere di vista che, dal lato pratico, l’insieme è un sistema strutturato in modo organizzato e coerente dei tre ambiti del paradigma. La strutturazione è sul modello del rapporto intra-trinitario, la cui metafora è il “gioco” delle tre persone divine che, solidamente, si danno le mani e, pur essendo sempre unite, avviene che spicca l’una o l’altra persona, secondo la competenza specifica. È l’insieme, il quadro olistico, proprio dell’evento escatologico.

(Fra parentesi nel periodo (anni 1970-80) in cui era in auge la prassi pastorale della teologia della liberazione (TdL) con la polemica se prima si dovesse dare precedenza all’ortodossia e poi all’ortoprassi o viceversa, è venuta meno l’attenzione escatologica, anche se, fin dagli inizi, non è mancato riferimento teologico al Regno di Dio. Tuttavia, l’esposizione cosciente di molti alla persecuzione e alla morte violenta fa ritenere che in essi abbia avuto spazio e accoglienza l’evento escatologico o, meglio, l’avvento del Regno. Con il progresso degli studi teologici, oggi si è in grado di comprendere la deficienza di allora e accantonare la polemica).

Il “gioco” si svolge secondo il principio ologrammatico: “Non solo la parte è nel tutto, ma il tutto nella parte” (vedi Edgar Morin). Questa realtà è sostenuta dall’affermazione di Paolo: “È In lui - Gesù Cristo - che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui” (Col2,9-10). Associando la promessa di Gesù - “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre” (Gv 14,12) -, il credente ha la possibilità di diventare come un’opera d’arte nel coinvolgimento escatologico; pertanto, a differenza dell'artista che trasmette, nella sua opera, un messaggio di stupore, di totalità che colpisce l'osservatore, nel "gioco" è richiesta, oltre all’accoglienza del dono di Dio, la collaborazione attiva, intelligente e coraggiosa.

I CARDINI DELLA PRATICA DEL PARADIGMA

Per quanto detto finora è evidente che non si tratta di disegnare una formula, uno schema fisso valido per tutti casi, ma di segnalare i cardini di riferimento da collegare fra di loro in ordine al fine. Sinteticamente:

  • Il paradigma è accessibile ad ogni persona, al di là della cultura, della fede o meno che professa, a condizione che sia attratta e affascinata dal mistero della vita, nel quale immergersi e indagarlo per il bene dell’umanità. È l’umano che entra in “gioco”.
  • Il fascino e l’attrazione è soggettiva. È la persona che, affascinata dal mistero, entra nel “gioco” con dedicazione e determinazione, per l’intensità e la profondità del coinvolgimento.
  • Il “gioco” inizia con l'entrare in campo, nel vivo della situazione e della circostanza, ascoltando e prendendo atto dei problemi e delle dinamiche in atto, tenendo conto anche dei risultati attendibili della ricerca scientifica riguardo la specifica complessità e l'esistenza di possibili dinamiche alternative scientifiche auto-rigeneratrici, nonché teologiche.
  • Il “gioco” prosegue con l’intuizione strategica nell’introdurre nuovi elementi, nuove considerazioni, che aprano un varco ad un possibile cammino di speranza. Occorre, in ogni caso, tener conto che l’intuizione strategica può portare a conflitti con l’istituzione, con la struttura sorretta dalla legge e la prassi consuetudinaria.
  • Il gioco” richiede l’audacia, il coraggio e la creatività connessa al rischio di non raggiunge i risultati sperati per il sopraggiungere di eventi imprevisti, per resistenze e opposizioni di vario genere, interne ed esterne, per errori di valutazione e altro.

Il gioco” è tale per sintonizzare con la soggettività autonoma e responsabile di Gesù, fatta di preghiera e azione coraggiosa - motivata dalla compassione e misericordia - nello “sporcarsi le scarpe" e toccare, con mano, la "carne viva", unico segno di sincera e profonda condivisione con l'altro, pur mettendo in conto lo scontro con possibili opposizioni e resistenze.

Parrocchia di Gilgel Beles a Metekel Zone, Benishangul Gumuz (Etiopia).

L'AZIONE

Alcune linee guida:

  • Con il proprio bagaglio individuale, in rapporto alla situazione concreta, elaborare l’intuizione strategica e il metodo specifico, pur nella consapevolezza dei propri limiti.
  • Accompagnata dall’autostima, la soggettività fa del dono dello Spirito lo spazio per “interpretare i segni dei tempi” (Mt 16,3) di ordine teologico (da distinguere dai segni dei tempi sociologici, quali ad esempio la globalizzazione, la tecnocrazia, i processi migratori e altro).

Essa non nasconde alcun talento a causa della paura di sbagliare o del timore di non essere ancora pronti ad agire (Mt 25,24-25), ma attinge dallo Spirito audacia, coraggio e creatività. Cedere alla paura o al timore è severamente ripreso da Gesù (Lc 12, 56).

  • Assumere con serenità la solitudine per causa delle opposizioni o resistenze che provengono dall’istituzione - o dal gruppo di appartenenza - sebbene, al contrario, dovrebbe fornire appoggio ed felicitarsi, anziché rimanere chiusa nelle proprie consolidate sicurezze, cedendo alla tentazione di non uscire dal tempio e percorrere le strade del mondo... Il nuovo paradigma richiede tempo per essere accolto; il problema è che, a causa delle veloci trasformazioni in atto, esso diviene sempre più breve… e allora il rischio è l’insignificanza o l’indifferenza.
  • Riferirsi alla soggettività di Gesù che usciva dall’ambito e dalle esigenze dell’istituzione per mettersi in gioco nel quotidiano, unendo la vita di preghiera, attraverso il costante rapporto con il Padre nello Spirito, con la causa dell’avvento del regno nella circostanza specifica (vedi, ad esempio, i passi evangelici del servo del centurione (Lc 7, 1-10), l'incontro con la Samaritana (Gv 4,5-42) o l'insegnamento contenuto nella parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37)).
  • Oggi viviamo in una società dominata dalla tecnologia, dai media, da internet e dai social network che costituiscono un ottimo strumento per veicolare le idee, i bisogni e le attese del mondo contemporaneo. Tuttavia questi strumenti non possono costituire il mezzo esclusivo per l'agire e per affermare il diritto ad una vita vera e giusta. Il pericolo è di avere la falsa percezione di agire realmente nelle vicende umane ma, in effetti, si rischia di dissipare il proprio impegno relegandolo solamente al campo virtuale o intellettuale. Ancora una volta occorre puntualizzare che è necessario percorrere le strade del mondo "sporcandosi le scarpe" e toccando "la carne viva".

LE VERIFICHE

Superato il pericolo del soggettivismo e del relativismo è doveroso, e necessario, verificare nella Chiesa e con la Chiesa:

  • l'adeguatezza, la consistenza e la fermezza della soggettività autonoma e responsabile.
  • la “produzione” del vino nuovo e degli otri nuovi in cui versarlo.
  • la prassi nell’orizzonte delle beatitudini. Esse sono come la cartina di tornasole; tre di esse si riferiscono al presente e le altre al futuro, segnando la tensione fra l’avvento del Regno oggi e dell’ultimo e definitivo.
  • il processo di ricapitolazione in Cristo dei diversi sentieri nell’unico cammino dell’unità delle diversità e della soggettività nella comunione.

SINTESI

Nel soggetto autonomo e responsabile il “gioco” deve rifarsi a quello di Gesù che ha evangelizzato nella complessa realtà sociale, politica e religiosa del suo tempo. Ha agito, anch'Egli, come un soggetto autonomo a favore dell’avvento del regno sintetizzando i tre ambiti, sopra enunciati nelle singole persone e nel gruppo dei discepoli affinché, insieme con Lui, diano inizio ad una società alternativa.

Nell’attualità il “gioco” richiede che il credente si avvalga, anche, dei seguenti contributi, purché attendibili:

  1. Della scienza, riguardo alle sorprendenti e, a volte, sconvolgenti conoscenze della realtà;
  2. Della filosofia che, percependo l’inestricabile e irriducibile complessità, elabora i modi per gestirla correttamente;
  3. Dell’orizzonte escatologico, senso ultimo e definitivo dell’evangelizzazione;
  4. Dell’autonomia responsabile del credente nel gestire il metodo, il conflitto e la strategia in ordine al fine.

AVVERTENZA:

II paradigma qui elaborato non esaurisce la sua funzione nell'ambito della persona e dei suoi rapporti con la Chiesa, perché anch'essa, in quanto istituzione umana, è destinataria dell'evangelizzazione e, di conseguenza è interpellata nella prospettiva di costituire una struttura alternativa che, trasformando la forma "piramidale" sia compatibile con una di tipo  "circolare".

In questo senso il "gioco" non è finito, ma continua...

- Parte Seconda -

TOPICI DELL’AUTO-EVANGELIZZAZIONE E
DELL’AUTO-RIGENERAZIONE STRUTTURALE
DELLA CHIESA

PREMESSA

La prima parte ha evidenziato come il “gioco” presuppone che il credente si faccia carico dalla propria responsabilità nello svolgere il ruolo che gli compete, ponendo grande attenzione a tutto l’insieme in quanto ciò è costitutivo del discepolato. La responsabilità, inoltre, riguarda non solo l’azione evangelizzatrice “ad extra”, ma anche “ad intra” dell’Istituzione umana della Chiesa. È scontato che le due azioni debbano, necessariamente, procedere di pari passo, in perfetta sintonia, onde evitare intoppi schizofrenici.

INTRODUZIONE

Il “gioco” della Sapienza trinitaria, nella quale la Chiesa stessa è coinvolta, e della quale è depositaria perché Corpo di Cristo, non riguarda solo il credente ma anche l’Istituzione umana della Chiesa (d’ora in poi indicata sempre come Istituzione) nello svolgere il compito che gli è proprio. Anch’essa è destinataria e bisognosa di evangelizzazione e di rigenerazione o, meglio, di auto-evangelizzazione e di auto-rigenerazione, in virtù della condizione annunciata nella prefazione della 1a parte, la “riserva” escatologica.

Ebbene, Gesù stigmatizza l’istituzione politica e religiosa del tempo e, prendendo spunto dallo sdegno degli apostoli verso i figli di Zebedeo, in merito alla richiesta di sedere uno alla destra e l’altro alla sinistra nel suo regno, dopo aver affermato che essi non sanno quel che chiedono, riprende: “Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così, ma chi vuole diventare più grande tra di voi, sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la vita in riscatto di molti” (Mt 20, 25-28).

Tra voi non è così” (Mc 10,43); “Voi però non fate così” (Lc 22,26). Questa raccomandazione sancisce l'incompatibilità con il modello di governo delle nazioni, organizzate mediante una struttura di potere e di dominio di forma piramidale. Nell’ipotesi di voler restare ancorati a questa similitudine geometrica, pur rimanendo fedeli all’esempio di Gesù che lava i piedi degli apostoli, sarebbe necessario pensare ad una piramide avente la punta collocata in basso.

Occorre prendere in considerazione una forma di governo autorevole  in sintonia con le affermazioni di Paolo riguardo a Gesù che, “essendo di condizione divina, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,7) e “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi della sua povertà” (2Cor 8,9).

Questa condizione di svuotamento da qualsiasi privilegio, al punto da assumere, volontariamente, la condizione di servo, fa risaltare l'autorevolezza di Gesù, ed essa è accolta con grande sorpresa, dalle folle, pur conoscendo la sua origine nazarena e la provenienza familiare. E proprio in virtù di questa autorevolezza Egli ha esercitato l’autorità sui discepoli in modo singolare e fuori dai canoni comuni.

Passando all’oggi, l’Istituzione ha davanti a sé una sfida di grandissima portata. Rimasta orfana della dimensione escatologica (più avanti vedremo in che senso), ha sviluppato l’evangelizzazione fondandola principalmente sull’asse Cristo-Chiesa. Di conseguenza, agendo nel mondo, nonostante l’avvertenza di Gesù che i discepoli sono nel mondo ma non sono del mondo (Gv 17,9-19), ha assorbito il modello dal quale Gesù l’aveva posta in guardia.

L’assorbimento è stato tale che l’Istituzione sì è organizzata totalmente nel modello piramidale giungendo addirittura a competere per affermare, lungo i secoli e fino a non molto tempo fa, la sua superiorità politica-sociale sullo stesso potere secolare.

Nello stesso tempo, al suo interno ha solidificato il modello piramidale di sudditanza per il basso clero e, a questi, del religioso e, più ancora, del laicato; tutto ciò per conservare una stretta organizzazione gerarchica (Papa, vescovi, ecc.), esercitata attraverso un rapporto di obbedienza e di mera esecuzione delle direttive dell’evangelizzazione, mortificando, in tal modo, l’autonoma responsabilità.

Di conseguenza, sorge la domanda: Come si configura il paradigma per l’auto-evangelizzazione e l’auto-rigenerazione dell’Istituzione stessa?

P. Joaquim José Moreira da Silva, comboniano portoghese, che lavora tra i Gumuz, in Etiopia.

PRESUPPOSTI VINCOLANTI

È indispensabile che l’istituzione si auto-istruisca nella conoscenza e sintonizzi con tre fattori imprescindibili quali:

1) Il ritorno dell’escatologia dall'esilio in cui è stata confinata

L’escatologia trasmette all’uomo, e all’umanità intera, il sogno di Dio. Essa è l’ambito estetico - la meraviglia, il fascino, lo stupore, … - della “pienezza della divinità” (Col 2,9-10) nel presente e, ancor più pienamente, nel futuro ultimo e definitivo, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Ebbene, il testo più antico del Nuovo Testamento riporta, con parole molto impegnative, l’intervento di Paolo nella comunità di Tessalonica in riferimento all'evento escatologico che si riteneva imminente: “Sulla parola del Signore vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita con la venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso (…) discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita (…). Confortatevi dunque a vicenda con queste parole” (1Ts 4,15-18).

Anni più tardi, ormai prossimo alla morte, Paolo cambia registro: “Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,8). L’evento escatologico, in tal modo, viene collocato dopo la morte corporale; in altre parole, viene confinato fuori dal presente e dalla storia.

Con il passare delle generazioni l’Istituzione ha consolidato l'idea della realizzazione della promessa escatologica (l’avvento del Regno di Dio) ai margini della storia, secondo questa successione: morte, giudizio, l'inferno o il paradiso (dal 14° secolo viene aggiunto anche il purgatorio). Per l’umanità, e il creato, ci sarà lo sconvolgimento terrorizzante dell’universo (premonitore della venuta del Signore), il giudizio finale di ammissione o esclusione dal regno (Mt 25,31-45) con l’avvento “di un cielo nuovo e una terra nuova” (Ap 21,1), ossia il compimento escatologico ultimo e definitivo.

Di conseguenza, una volta confinata l’escatologia nel futuro - nell’esilio temporale, fuori dal tempo - l’Istituzione ha sviluppato l’evangelizzazione principalmente attorno a due poli: Cristo e la Chiesa, facendo sì che il credente, soltanto dopo la morte, possa meritare il paradiso e l’eredità del Regno nel giudizio finale, alla fine dei tempi.

Ma purtroppo, in tal modo, l’evangelizzazione è stata indebolita nel suo maggior punto di forza in quanto viene a mancare, nella comunità, la prospettiva, l’insegnamento e l’esperienza dell’avvento del regno di Dio nel presente, nelle vicende storico-sociali attuali. Si rinuncia, quindi, a partecipare, oggi, all'esperienza di totalità nello stupore e fascino coinvolgente del mistero di Dio, della quale un'interessante testimonianza è contenuta in un testo dei primi tempi del cristianesimo: la lettera a Diogneto - cap. 5.

Posticipata l'esperienza escatologica, ne deriva che essa può essere vissuta solo nella mistica individuale e nel rapporto personale con il Signore (vedi il punto 3), prevalentemente nell’ambito del monachesimo e degli ordini religiosi.

Dal Concilio Vaticano II in poi è stata rivista e rielaborata, dalla teologia, l’impostazione Cristo-Chiesa, aprendo il presente della persona e della storia all’avvento del regno di Dio. Purtroppo questa visione non ha ancora attecchito nella predicazione, nella prassi pastorale e, soprattutto, nella preghiera popolare, in cui emerge, purtroppo, ancora l’inversione dell’affermazione di Paolo: “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia (Rm 5,20) con “dove abbondò la grazia sovrabbondò il peccato”.

La conseguenza negativa di questa inversione è l’eccesivo e ben radicato pessimismo antropologico - quale l’ininterrotta coscienza e prevalenza del peccato anche quando non c’è; l’insistente “valle di lacrime”; l’insopprimibile indegnità, anche immediatamente dopo l’evento sacramentale, ecc. - dovuto, appunto, all’aver esiliato il Regno di Dio alla fine dei tempi.

Ben altro effetto avrebbe la corretta lettura del testo paolino già citato: “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia (Rm 5,20). Ogni credente proverebbe l'immensa gioia di sentirsi continuamente amato e sarebbe incoraggiato a vivere, in positivo, la propria fede e ad agire, fermo restando il principio della buona fede e della responsabilità, senza il timore di trovarsi perennemente "sub iudice", di essere impreparato o, peggio, di essere condannato senza appello,

Il paradigma non solo riscatta dall’esilio l’evento escatologico, ma pone l’avvento del regno di Dio come elemento centrale della triade indicata da Papa Francesco e di seguito espressa.

2) la centralità del Regno

Papa Francesco, nel maggio 2016, in un discorso rivolto alla CEI, affermava: “la triplice appartenenza che ci costituisce: appartenenza al Signore, alla Chiesa, al Regno. Questo tesoro in vasi di creta va custodito e promosso! Avvertite fino in fondo questa responsabilità, fatevene carico con pazienza e disponibilità di tempo, di mani e di cuore”.

La reintroduzione, a pieno titolo, del regno nella storia ne sancisce il ritorno dall’esilio in cui era stato relegato. Il pieno titolo porta con sé la centralità della triplice appartenenza e, ispirandomi all’iconografia cristiana, dove dei tre personaggi raffigurati quello centrale è sempre il più importante, ritengo auspicabile che l'immagine del Regno venga collocata al centro, in quanto la centralità del regno evidenzia il senso ultimo della missione di Gesù e la continuazione di essa con la Chiesa, come sale, lievito e luce dell’avvento del regno nelle circostanze specifiche della storia, di ogni luogo e tempo.

La centralità richiama l’estetica dell’escatologia e, con essa, la riflessione teologica. Aprendo la prima pagina di alcuni volumi della monumentale opera di H.U.von Balthasar appare la scritta “già e non ancora”, con evidente riferimento all’evento escatologico nel presente, e futuro alla fine dei tempi; ovvero, evento inquadrato nel tempo cronologico.

Il paradigma considera anche il contrario - “il non ancora nel già” -, suffragato sul versante scientifico dal principio ologrammatico di Edgar Morin: “Non solo la parte è nel tutto, ma il tutto nella parte” e, sul lato teologico, dall’affermazione di Paolo: “È In lui - Gesù Cristo - che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,9-10).

Il “tutto” o “la pienezza della divinità” è percepito come attimo coinvolgente nel mistero dell’amore di Dio. Attimo che sparisce come il bagliore del fulmine che, nel buio, tutto illumina e la cui memoria è incancellabile, rimanendo, pertanto vivo, pur nello scorrere del tempo cronologico, per l’intensità e la caratteristica propria del “tutto” o “la pienezza della divinità”.

3) L’esperienza coinvolgente

Nel paradigma il tempo cronologico e l’attimo camminano insieme. Graficamente il tempo cronologico segue il suo percorso su una freccia orizzontale, (dal passato, al presente, verso il futuro). Invece l’attimo è un punto su questa linea orizzontale che si sviluppa verticalmente, sia verso l'alto che verso il basso, perdendosi nell’infinito. Esso, accolto  opportunamente, conduce all’esperienza del “tutto” o della “pienezza della divinità”, grazie al coinvolgimento nel mistero di Dio.

In ogni caso merita attenzione il fatto che, nel quarto vangelo (redatto poco oltre l’anno 100 d.c.), dopo la lavanda dei piedi agli apostoli, e prima di entrare nell’orto degli ulivi, il testo riporta le parole di Gesù in termini di gioia; fra esse: “dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia” (Gv 17,13).

Considerando l’imminenza di quello che gli accadrà sono parole - incluse quelle proferite durante la passione, e alla fine “È compiuto!” (Gv 19,30) - irricevibili per la sola esperienza umana, se questa non fosse intrisa del “tutto”, della “pienezza della divinità” e per “la potenza di una vita indistruttibile” (Eb 7,16); e se la testimonianza non fosse suffragata, successivamente, dall’esperienza di coloro che, con coraggio e determinazione, soffrirono o soffrono per la stessa causa.

L’ISTITUZIONE: L’AUTO-EVANGELIZZAZIONE E AUTO-RIGENERAZIONE

  • Il paradigma come strumento.

Per quanto sopra accennato, un semplice “rovesciamento” della figura geometrica della piramide dell’Istituzione, con la cima rivolta verso il basso, comporterebbe un cadere dalla padella nella brace.

Tuttavia, il paradigma richiede una trasformazione strutturale dell’Istituzione tale da collocare sullo stesso piano, e con eguale responsabilità, la soggettività autonoma e responsabile di tutti gli evangelizzatori, secondo una nuova struttura corrispondente o non in contraddizione alla figura del cerchio, già indicata nell’introduzione della prima parte. Quindi non si tratta di rovesciamento vero e proprio della piramide, ma di una trasformazione tendente ad un livellamento sullo stesso piano di tutti coloro che ne fanno parte.

Le parole di Gesù, in polemica con gli scribi e i farisei, e dirette alla folla e ai suoi discepoli ne costituiscono una conferma: “Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbi’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare ‘guide’, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi di voi è più grande sarà il vostro servo” (Mt 23,8-11). Come si nota, non c’è tra loro alcuna gerarchia piramidale.

Ma c’è di più. Sono ancora le parole di Gesù, dirette alla folla, che conferiscono un’autonomia sorprendente e inaspettata a ognuno di loro: “Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: ’Arriva la pioggia’, e così accade. E quando soffia lo scirocco dite: ‘Farà caldo’, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate da voi stessi quello che è giusto?” (Lc 12,54-57). Il “tempo” e il “giusto” si riferiscono all’avvento del regno che Gesù sta impiantando. È Lui stesso che conferisce l’autonoma responsabilità ad ogni soggetto che accoglie e sintonizza con il suo insegnamento e la sua pratica.

L’effettiva trasformazione avviene in un secondo momento. Essa consiste nel modo in cui l’Istituzione - parte integrante del corpo di cui Cristo è la testa - esercita l’autorevolezza ereditata dal Maestro nei riguardi della soggettività, autonoma e responsabile, dell’evangelizzatore (persona o comunità), nel quadro della complessità dell’evento e nella circostanza specifica del momento.

È in questo contesto che l’Istituzione trova nel paradigma lo strumento necessario per farsi carico del processo di discontinuità/continuità proprio della dinamica del regno e dell’esperienza del mistero di Dio, i cui effetti saranno propri dello scriba (in questo caso l'Istituzione stessa) che, divenuto discepolo del regno dei cieli, “è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt13,52): prima le nuove e poi le antiche, in sintonia con l’avvento del regno del quale è maestro e artefice.

Un riferimento imprescindibile in tutta questa trattazione è rappresentato dalla lavanda dei piedi di Gesù agli apostoli, che non si esaurisce nel mero fatto concreto ma prosegue nell’azione riguardo l'inaffidabilità di Pietro e il tradimento di Giuda.

Gesù percepisce la fragilità di Pietro e, nonostante questi affermi il contrario, gli dice: “Simone, Simone, ecco: satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano: ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32). Nei riguardi di Giuda, del quale annuncia l’imminente tradimento, indicandolo come “colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò”, compie un gesto di grande considerazione, per poi dire: “Quello che vuoi fare, fallo presto” (Gv 13,26-27).

Nell’istituzione da Lui costituita e sostenuta sulla responsabilità autonoma e autorevole, Egli conforma la sua autorità di maestro e di guida e non frena né ostacola il loro proposito. Il suo procedere è estremamente sconcertante.

È lecito porsi questa domanda: come può reggersi l’istituzione odierna assumendo un comportamento del genere? La profezia escatologica di Gesù rimarrà sempre un’utopia? Ma, d’altro lato, se l’Istituzione non assume la profezia nella sua organizzazione, non solo questa resterà utopia ma l’Istituzione stessa perseguirà i tentativi di gruppi all’interno di essa per realizzarla, come fu il caso delle riduzioni del Paraguay (vedi il film Mission di anni fa) e altro…

  • L’operatività di auto evangelizzazione e auto rigenerazione del paradigma

A scanso di equivoci, per non pensare che il paradigma si proponga di fare del vangelo un manifesto politico, pur essendo socialmente rivoluzionario e, meno ancora, di concepire l’Istituzione come un’organizzazione democratica o una monarchia assoluta, è opportuno sottolineare che l’obiettivo va oltre e riguarda l’organizzazione socio-politica della fraternità, responsabile del bene di ognuno e di tutti. In termini teologici, l’avvento del regno nel presente, nella circostanza attuale.

Il paradigma si inquadra nelle parole di John P. Meier, tratte dal suo ampio studio sul regno di Dio: “Cominciamo a intuire perché Gesù non fosse interessato a riforme politiche e sociali concrete né abbia fatto dichiarazioni del genere per il mondo in generale né per Israele in particolare. Gesù non proclamava la riforma del mondo; egli proclamava la fine del mondo [del mondo organizzato in quel modo, non dello sconvolgimento dell’universo. Certamente che in quel modo è senza dubbio sconvolgente…] (…) È vano cercare dichiarazioni altrettanto esplicite di Gesù sui mali sociali più scottanti e sulle linee politiche del suo tempo: per esempio la schiavitù (…) La ragione di questo silenzio imbarazzante è semplice: Gesù era un profeta escatologico (…). L’obiettivo definitivo del dominio regale di Dio era imminente” (UN EBREO MARGINALE. Ripensare il Gesù storico - Querniana BTC vol.2 2012. pag.430-31) (il sottolineato è mio).

Nella trasformazione paradigmatica occorre prestare attenzione alla cultura - il modo di rapportarsi con sé stesso, con gli altri, con il creato, con Dio (GS 53), o con il mistero della vita per l’agnostico - e ciò che la scienza, nei suoi ambiti, offre come risultato attendibile riguardo al nuovo che emerge, individuando in essa gli eventuali processi auto-rigenerativi.

I risultati integrati nel paradigma costituiscono, nel loro insieme, i riferimenti sui quali l’abilità e la competenza dell’Istituzione dovrà lavorare per un risultato soddisfacente, evidenziando che il collegamento dei riferimenti, caso per caso, conforma un insieme, un disegno, diverso uno dall’altro, ma che traccia un cammino verso lo stesso fine, facendo “conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo di tutti i tempi: ricondurre - ricapitolare – al Cristo, unico capo tutte le cose quelle nei cieli e quelle della terra” (Ef 1, 9-10).

CONSIDERAZIONI FINALI

Come anticipato precedentemente, questo scritto costituisce solamente una traccia di lavoro da completare e approfondire. Giustamente si può dire che è un sogno molto alto, per l’ampiezza e la complessità che si propone, ed necessita, evidentemente, di un impegno collettivo fra coloro che ritengono che non ci si debba spaventare e, meno ancora, rinunciare agli approfondimenti, anche perché è parte integrante del grande sogno che Gesù ha instaurato e affidato ad ogni credente.

D'altronde la nostra società non è carente di un sogno all’altezza delle sfide presenti in essa? È la Chiesa stessa non è chiamata a offrire il suo sogno, autore del quale è Dio stesso, integrando l'indagine sul mistero della vita, per il bene comune e individuale, attraverso un dialogo costruttivo con i non credenti o agnostici di buona volontà?
P. Luigi Consonni


Ringraziamenti:

Desidero ringraziare coloro che hanno contribuito, con grande passione, alla redazione di questo lavoro, attraverso suggerimenti, proposte, riflessioni, incoraggiamento e critiche. Uguale riconoscenza è rivolta a chi si è occupato, con entusiasmo, della correzione e impaginazione del testo.