Venerdì 8 maggio 2026
Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, in Sud Sudan, fa una riflessione missionaria a partire dal viaggio di Papa Leone XIV in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. [Nella foto, domenica scorsa, mons. Carlassare prega ad Abiemnom (Sud Sudan) presso la fossa comune dove sono stati sepolti 214 corpi in seguito alle violenze del primo marzo 2026]
C’è un gesto che vale più di molte parole: scegliere dove andare. Non so perché Papa Leone XIV abbia scelto proprio l’Africa per questo primo viaggio intercontinentale. Di certo non è stato un viaggio di particolare rilievo diplomatico, ma di grande valore pastorale che va a mostrare la centralità delle periferie. Andare in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale significa dire, con i fatti, che il Vangelo non segue le mappe del potere, ma le attraversa e le sovverte.
In un mondo che misura il valore dei popoli in base al peso economico, questo viaggio ha rovesciato la prospettiva: i cosiddetti “margini” diventano centro. Non perché idealizzati, ma perché lì la vita si manifesta nella sua verità più cruda e proprio per questo più evangelica.
La missione non parte dai forti, ma dai vivi
Uno dei messaggi più forti del Papa è stato implicito: la missione oggi non si gioca nei luoghi della sicurezza e del potere, ma in quelli della fragilità e della solidarietà. Le Chiese africane, spesso segnate da povertà, conflitti o instabilità, non sono comunità “da assistere”, ma soggetti vivi della missione.
Qui la fede non è un fatto culturale o una tradizione: è scelta, resistenza, speranza concreta. È una fede che si celebra sotto alberi, nelle capanne, nelle periferie urbane, ma che ha una forza che spesso le Chiese più “strutturate” rischiano di perdere.
Per la missione universale questo è decisivo: non si tratta più di portare qualcosa, ma di riconoscere ciò che già c’è. L’Africa non è solo destinataria del Vangelo, ma uno dei luoghi in cui il Vangelo oggi parla con più chiarezza.
Pace: non un tema spirituale, ma una responsabilità concreta
In più occasioni, Papa Leone XIV ha parlato contro la violenza, le guerre dimenticate, le leadership corrotte. Il suo non è un discorso generico sulla pace, ma una denuncia precisa: la pace è spesso impedita da interessi economici, da logiche di potere, da complicità internazionali.
Questo tocca direttamente la missione. Annunciare il Vangelo non può essere neutrale. Non basta parlare di riconciliazione senza toccare le cause dell’ingiustizia. La missione ha una voce profetica e chiede una presenza responsabile nella storia: stare accanto alle vittime dando loro voce e rivelando ciò che le ferisce.
Le comunità cristiane sono chiamate a vivere questa missione: sono luoghi dove si impara a perdonare, ma anche a dire la verità, a ricostruire legami, a resistere alla logica della violenza e della vendetta.
“Togliete le mani dall’Africa”: una parola profetica
Nel 2023 in RD Condo, papa Francesco aveva esortato il mondo dicendo: “Giù le mani dall’Africa, basta soffocarla: non è una miniera da sfruttare né una terra da saccheggiare.” Durante questo viaggio, papa Leone ha ripreso con forza il tema dello sfruttamento. Ha parlato di risorse naturali depredate, di dipendenza economica e dipendenza agli aiuti umanitari per la mancanza di buon governo e pace. In molti paesi come quelli africani, le popolazioni vengono escluse dai benefici della propria ricchezza. Non sono povere, ma impoverite perché derubate delle proprie risorse.
Questa denuncia non è ideologica, ma profondamente evangelica perché il Vangelo ha sempre a che fare con la dignità. Le risorse dell’Africa sono le persone stesse che lo rendono il continente più giovane e ricco di vitalità. Non saranno le risorse naturali a sviluppare l’Africa, ma le persone stesse se sapranno sottrarsi al sistema consumistico odierno, riscoprendo il valore della loro umanità che non può essere svenduta in nome del profitto.
In questo la missione assume una dimensione globale: non riguarda solo ciò che accade localmente, ma anche le responsabilità di un sistema internazionale che impoverisce. Evangelizzare significa quindi smascherare le strutture di peccato che producono esclusione. Per le comunità locali questo è un invito a superare il senso di inferiorità e impotenza. Per il mondo è un richiamo a conversione. Per la Chiesa è un appello ad annunciare un Vangelo incarnato nella storia e che interroga lo stile di vita e le relazioni.
Dialogo: non strategia, ma identità
Con la visita all’Algeria, il Papa ha espresso l’importanza del dialogo interreligioso non inteso come semplice convivenza pacifica dove si tollerano le differenze, ma come scelta profonda di vivere l’unità. L’altro infatti non è una minaccia, ma un luogo di incontro. L’altro non è un nemico, ma un compagno di umanità e quindi un fratello.
In molti contesti, cristiani e musulmani condividono la vita quotidiana in famiglia, a scuola, al lavoro. Il dialogo non è condivisione di idee astratte e pii propositi, ma una pratica concreta. La missione non passa attraverso il confronto ideologico, ma attraverso la relazione quotidiana nel farsi prossimo all’altro come ci viene raccontato da Gesù nella parabola del buon Samaritano.
La missione vista come dialogo cambia anche il modo di intendere l’evangelizzazione: non come conquista, ma come testimonianza. Non si tratta di “convincere”, ma di vivere il Vangelo in modo tale che diventi visibile, credibile, e quindi umano e universale.
Una Chiesa che tocca le ferite
Uno degli aspetti del viaggio è stata anche l’attenzione verso persone che vivono l’esperienza della vulnerabilità: malati, orfani, persone segnate da sofferenze psichiche e traumi provocati dalla violenza. Non è un dettaglio. È il cuore della missione.
La Chiesa è credibile quando si avvicina alle ferite senza paura, senza distanza, senza fretta di “risolvere”. In molti contesti africani, questa prossimità è già realtà: comunità che condividono il poco, che accompagnano nel dolore, che custodiscono la dignità anche quando tutto sembra perduto. Il Vangelo non è teoria. È incarnazione.
In questi giorni ho vissuto l’esperienza di visitare e mettere mano nella ferita di una comunità che ha dovuto seppellire ben 214 corpi in una fossa comune come conseguenza di un attacco armato da parte di un gruppo non ancora identificato. Gran parte della popolazione è sfollata nella regione vicina in cerca di protezione. Ma chi rimane, da cosa può ripartire?
Il Vangelo ci ha ricordato che solo Gesù è via, verità e vita. Gesù non dice di conoscere la via, non offre una mappa. Lui dice di essere la via e quindi è un percorso concreto fatto di croce e risurrezione nelle scelte di fede quotidiane. La verità non è una dottrina o uno slogan, ma è coerenza tra ciò che si dice di credere e ciò che si fa. La vita non è solo sopravvivere, ma far fiorire la vita anche negli altri e nella comunità.
L’invito alla Chiesa oggi
Questo viaggio di papa Leone in Africa dice qualcosa di essenziale alla Chiesa nel mondo. Dice, prima di tutto, che il centro si sta spostando verso le periferie. Poi ci dice che la missione è sempre più un movimento circolare di un dare e ricevere reciproci. E in questo movimento ci si accorge che sono proprio i “piccoli” che evangelizzano i “grandi”. Inoltre ci dice che la fede non cresce dove è garantita, ma dove è necessaria come, per analogia, la pace selvatica o spontanea. Infine dice soprattutto che Dio continua a scegliere luoghi inattesi per parlare.
In un sistema globale che tende a rendere invisibili interi popoli, la Chiesa è chiamata a fare il contrario: vedere, riconoscere, dare voce. Quindi, la vera domanda che questo viaggio lascia non è cosa il Papa ha detto all’Africa. Ma cosa l’Africa, attraverso questo viaggio, sta dicendo alla Chiesa.
L’Africa ci dice che il Vangelo è ancora capace di generare vita; che la speranza può nascere anche nelle condizioni più dure; che la comunità è più forte dell’individualismo; che la fede è credibile quando è vissuta. E che, alla fine, la missione non è portare Dio dove non c’è, ma accorgersi dove Dio è già all’opera, spesso proprio lì dove il mondo non guarda.
Mons. Christian Carlassare
Martedì 5 maggio 2026