Lunedì 18 maggio 2026
Uno studio tra Uganda e Congo ipotizza un legame tra un arenavirus e tumori orali aggressivi. Al centro, la sindemia della povertà estrema. [Da sinistra nella foto: Prof.ssa Marta Giovannetti, dr. Marco De Feo, prof. Vittorio Colizzi, prof. Giovanni Rezza]
Nel suo libro Come scrivere dell’Africa, lo scrittore kenyano Binyavanga Wainaina ironizzava sull’immaginario occidentale del continente, spesso ridotto a violenza, fame e malattie. Un’immagine che contiene una parte di verità, ma che resta incompleta.
Da oltre sette anni, insieme a un gruppo di scienziati ugandesi e congolesi, stiamo cercando di fare luce sul ruolo di un virus potenzialmente responsabile di tumori orali devastanti, che colpiscono e uccidono un numero imprecisato di bambini in Africa Equatoriale, America Latina e Asia. Un virus che sembra seguire la geografia della povertà, accanendosi sulle popolazioni più fragili ed emarginate.
Tra i ricercatori coinvolti c’è anche un giovane ugandese cresciuto – e tuttora residente – in un villaggio di capanne nei pressi di Gulu, il capoluogo del distretto omonimo nella Regione Settentrionale del paese. La sua presenza è il segno concreto di un’Africa che, quando è coinvolta e valorizzata, esprime competenze e intelligenze capaci di smentire molti stereotipi.
Al centro dello studio c’è un arenavirus: il virus di Lassa, identificato per la prima volta nel 1969 nell’omonima città dello Stato del Borno, in Nigeria. I nostri dati suggeriscono una possibile associazione tra questo virus e tumori caratterizzati da aggressività elevata e frequenti recidive, capaci di deformare il volto dei malati in modo impressionante.
Non è una descrizione iperbolica. È realtà clinica e sociale. Sociale, perché i malati vengono spesso isolati nei villaggi, come accadeva un tempo ai lebbrosi. Clinica, perché non esistono cure efficaci e la malattia conduce alla morte tra sofferenze atroci.
Dopo anni di ricerche sul campo e analisi molecolari condotte presso l’Institut National de Recherche Biomédicale di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, il virus di Lassa – zoonotico ed emorragico, appartenente alla stessa famiglia dell’ebola – è stato identificato in diversi campioni tumorali.
Le modalità di trasmissione appaiono oggi meno oscure. In vaste aree rurali dell’Africa subsahariana, il consumo di ratti, pipistrelli e serpenti è una pratica diffusa, spesso legata alla necessità di sopravvivere. Il roditore mastomys natalensis, principale serbatoio del virus, è tra i più consumati, soprattutto dai bambini, che lo cacciano e lo mangiano dopo averlo eviscerato.
Ma il contagio può avvenire anche attraverso acqua contaminata da urine e feci di roditori, alimenti infetti, frutta morsicata dai pipistrelli e poi raccolta. In alcuni casi, anche pratiche di medicina tradizionale possono contribuire, involontariamente, alla diffusione del virus.
Finanziare la ricerca, in Italia, è spesso una sfida: si sopravvive grazie a raccolte fondi, concerti di beneficenza e iniziative spontanee. In questo caso, il sostegno è arrivato dai missionari comboniani e dall’Associazione Economia Alternativa ad essi legata.
Il progetto è nato in un ospedale missionario, il Saint Mary’s Hospital di Lacor, in Uganda. Tutto comincia con una bambina karimojong, Lina, accompagnata da un missionario comboniano. Il suo volto è devastato dalla recidiva di un tumore. L’avevamo già operata due anni prima.
Ricordo bene quel momento. Promisi al missionario che avrei fatto tutto il possibile, arrivando a dirgli che avrei cercato la causa di quei tumori. Sapevo che era una promessa quasi impossibile, ma, davanti alla sofferenza di un bambino, le parole diventano un atto di speranza, soprattutto per chi, come me, non è un ricercatore ma un dentista.
Da quella promessa è nato un percorso lungo anni, tra Uganda, Congo, altri paesi africani e fino al Brasile, coinvolgendo decine di scienziati, nel tentativo di comprendere l’origine di tumori devastanti che colpiscono soprattutto bambini e adolescenti dimenticati dal resto del mondo.
Lina, dopo sette recidive, è morta a tredici anni. È sepolta nel suo villaggio.
La ricerca è stata presentata anche a Papa Francesco, che ha espresso interesse e sostegno concreto, e più recentemente a Papa Leone XIV.
La mappatura dei tumori in Uganda mostra un quadro significativo: prevale l’ameloblastoma, seguito da fibroma ossificante e displasia fibrosa. Tumori diversi, ma accomunati da una forte componente fibro-ossea.
La distribuzione dei casi coincide in gran parte con le aree dove si consumano roditori. Si osservano, inoltre, aggregazioni di tumori all’interno della stessa famiglia o nello stesso villaggio, segno possibile di fattori ambientali condivisi. Tra questi, l’acqua contaminata gioca probabilmente un ruolo chiave.
Anche la diffusione del virus di Lassa segue traiettorie simili, con una minore incidenza nelle grandi città, dove le abitudini alimentari sono diverse. Alla radice, restano condizioni estreme di povertà: mancanza di cibo e di acqua potabile, igiene precaria, assenza di alternative.
Durante una visita in un villaggio della savana ugandese, cercai di spiegare i rischi legati al consumo di topi. Alla fine, un anziano mi chiese: «E allora cosa diamo da mangiare ai bambini?». Quel giorno, il pasto era costituito da topi divisi tra tutta la famiglia.
In quella domanda c’è il cuore del problema. La malattia non nasce solo da un virus, ma dalla fame, dall’assenza di alternative, dall’abbandono sanitario. È ciò che oggi chiamiamo “sindemia”: l’intreccio tra fattori sanitari, sociali ed economici.
Lo studio, condotto in condizioni spesso difficili, punta a individuare terapie capaci di prevenire o curare questi tumori. Ma mancano dati epidemiologici affidabili: molti pazienti vivono in aree isolate, senza accesso a strutture sanitarie o registri oncologici. Restano invisibili.
Oggi, l’unica possibilità terapeutica è spesso la chirurgia demolitrice: resezioni estese della mandibola o della mascella, interventi mutilanti con conseguenze gravi, soprattutto nei bambini. E le recidive sono frequenti.
Dopo anni di lavoro solitario, oggi posso contare su un gruppo di scienziati italiani e africani uniti dallo stesso obiettivo. Un percorso difficile, anche perché i tumori che colpiscono i paesi più poveri attirano poca attenzione, nonostante il virus di Lassa sia considerato dall’Organizzazione mondiale della sanità un potenziale agente pandemico.
Proprio per questo, il valore umano del progetto è ancora più forte. Nessuno lavora per interesse personale. Si investono tempo, energie e risorse proprie, mossi da motivazioni profonde: il ricordo di una bambina, il senso di giustizia, la convinzione che la cura sia un diritto per tutti.
Forse è questa la forza più autentica della ricerca: continuare a cercare risposte anche quando mancano mezzi e strutture, perché dietro i numeri ci sono volti e storie che non possono essere ignorati, anche se lontani.
Dr Marco De Feo