Venerdì, 28 agosto 2026
La prima impressione è quella delle macerie.
 Edifici bruciati, sventrati, crivellati dai proiettili. Ministeri, banche, università, negozi, abitazioni. Interi quartieri portano ancora addosso i segni dei combattimenti che per oltre due anni hanno attraversato la capitale del Sudan. [Foto: Ospedale di maternità Saint Mary]

Siamo arrivati a Khartoum nei primi giorni di agosto per una breve missione di Medici con l’Africa CUAMM. Pochi giorni, certamente insufficienti per comprendere un Paese grande e complesso come il Sudan, ma sufficienti per raccogliere alcune immagini e, soprattutto, molte domande.

La guerra è dappertutto, anche quando non si combatte più.

Le memorie sovrapposte di Khartoum

Sulle grandi arterie della città campeggiano enormi poster, quasi ciclopici, con i volti dei protagonisti e degli eroi della guerra. Raccontano la vittoria dell’esercito e il ritorno della capitale sotto il controllo governativo.

Ma sotto questa nuova rappresentazione pubblica Khartoum conserva le tracce di altre storie.

Sui muri sopravvivono ancora i graffiti della rivoluzione del 2018-2019, alcuni segnati a loro volta dalle schegge e dai proiettili dell’ultima guerra. Volti e nomi ricordano i giovani che chiedevano libertà, pace e giustizia. Sono la memoria di una stagione di speranza che la guerra non è riuscita a cancellare completamente.

Poi ci sono i morti dell’ultima guerra. Ad Al-Thawra – “la Rivoluzione” – a Omdurman, come in altri quartieri della capitale, durante i combattimenti raggiungere i cimiteri era spesso impossibile. Si seppelliva allora dove si poteva: lungo le strade, davanti alle case, nei cortili e negli spazi pubblici. Piccoli tumuli e tombe improvvisate sono rimasti per mesi dentro la vita quotidiana dei quartieri. Con l’allontanarsi del fronte dalla capitale è cominciato anche il doloroso lavoro di riesumazione, e quando possibile, di identificazione e trasferimento delle salme nei cimiteri.

È difficile non essere colpiti da queste memorie che si sovrappongono nello stesso spazio urbano: i graffiti della rivoluzione civile e dei suoi martiri, le tombe della guerra iniziata nell’aprile 2023 e, poco più in là, i giganteschi cartelloni che celebrano la vittoria militare. Tre stagioni della storia recente del Sudan convivono oggi nelle stesse strade.

Per chi arriva da fuori la tentazione di interpretare tutto è forte. Ma sarebbe presuntuoso farlo dopo pochi giorni. Meglio guardare, ascoltare e cercare di capire.

Una cosa, tuttavia, appare evidente: Khartoum sta tornando a vivere più rapidamente di quanto stiano tornando a funzionare i suoi servizi.

Tornare a casa

Le persone stanno rientrando.

Tornano nelle case abbandonate durante i combattimenti, spesso trovandole saccheggiate o danneggiate. Tornano nei quartieri dove acqua ed elettricità funzionano ancora in modo precario, dove il lavoro è scarso e dove scuole e strutture sanitarie stanno lentamente riaprendo.

Il ritorno a Khartoum è però soltanto una delle facce dell’enorme movimento di popolazione prodotto dalla guerra.

Il Sudan continua a vivere la più grande crisi di sfollamento al mondo. Milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case dall’aprile 2023, spostandosi all’interno del Paese o attraversando i confini verso Ciad, Egitto, Sud Sudan e altri Paesi vicini.

E mentre alcuni tornano, altri continuano a fuggire. Perché la guerra non è finita.

Si è spostata.

Khartoum è entrata in una fase di relativa stabilizzazione, mentre il fronte si è mosso soprattutto verso il Kordofan e il Darfur. Ancora nell’agosto 2026 sono stati segnalati combattimenti e attacchi con droni attorno a El-Obeid e in altre aree strategiche.

È forse uno degli aspetti più impressionanti del Sudan di oggi: nello stesso Paese convivono guerra, ritorno e ricostruzione.

Gli ospedali raccontano la stessa storia

Anche gli ospedali raccontano questa contraddizione. Secondo il Sudan Doctors Network, all’inizio del 2026 soltanto una quarantina dei circa 120 ospedali di Khartoum resi non operativi dalla guerra aveva ripreso l’attività. Nei mesi successivi la riapertura è proseguita, ma durante la nostra visita di agosto era evidente quanto fosse ancora grande la distanza tra riaprire una struttura e restituirle la piena capacità di funzionare.

Abbiamo visitato il Saint Mary Hospital, storico ospedale materno-infantile delle Missionarie Comboniane nel cuore di Khartoum. Prima della guerra vi si assistevano circa 3.700-3.800 parti all’anno e circa il 30% delle donne più vulnerabili riceveva assistenza gratuitamente.

Oggi l’ospedale è ancora chiuso. L’edificio è in piedi, ma dentro quasi tutto è stato saccheggiato o distrutto: sale parto, terapia intensiva, neonatologia, laboratorio, impianti, attrezzature.

Camminare in quelle stanze vuote aiuta a capire che cosa significhi davvero ricostruire. Non basta riparare i muri e comprare nuove apparecchiature. Bisogna ricostruire un’équipe, recuperare medici, ostetriche e infermieri dispersi dalla guerra, ripristinare acqua ed elettricità, garantire farmaci, sangue, ossigeno, sterilizzazione, sistemi informativi e referral.

E bisogna soprattutto chiedersi se abbia senso ricostruire semplicemente l’ospedale che esisteva prima della guerra o se la Khartoum di oggi non richieda qualcosa di diverso.

A Omdurman abbiamo trovato una situazione diversa. Il grande ospedale pubblico materno sta progressivamente tornando a funzionare. Prima della guerra era uno dei principali centri ostetrici del Paese, con decine di migliaia di parti all’anno. Alcuni servizi sono stati riattivati, ma solo una parte dei posti letto è nuovamente disponibile; la terapia intensiva funziona ancora a capacità ridotta e la neonatologia sta lentamente recuperando.

Durante la visita, nelle corsie affollate, era facile vedere due, a volte tre donne condividere lo stesso letto. Un’immagine semplice, forse più eloquente di molti numeri: le donne sono tornate prima ancora che l’ospedale fosse pronto ad accoglierle.

La domanda di salute corre più rapidamente della ricostruzione.

La salute è anche nelle periferie

Ma Khartoum non si esaurisce nei suoi ospedali.

Allontanandosi dal centro, nelle periferie povere della città, la distruzione prodotta dalla guerra si sovrappone alle disuguaglianze che esistevano già prima del conflitto.

Quartieri cresciuti rapidamente, servizi essenziali insufficienti, famiglie impoverite, difficoltà di trasporto, acqua ed elettricità precarie. A tutto questo si aggiungono oggi le conseguenze dello sfollamento e del ritorno di centinaia di migliaia di persone.

È probabilmente qui che si giocherà una parte decisiva della salute della Khartoum dei prossimi anni.

La ricostruzione rischia invece di concentrarsi soprattutto sui grandi ospedali. È comprensibile: un ospedale distrutto è visibile. Una sala operatoria vuota è visibile. Un’incubatrice mancante è visibile. È relativamente facile contarli, fotografarli e trasformarli in un progetto.

Molto meno visibile è ciò che manca nei quartieri. Eppure una città di milioni di abitanti non può essere curata soltanto negli ospedali.

Servono servizi di primary health care vicini ai luoghi dove le persone vivono: vaccinazioni, assistenza prenatale e postnatale, nutrizione, pianificazione familiare, diagnosi e trattamento delle malattie infettive, continuità delle cure per ipertensione e diabete, salute mentale, sorveglianza epidemiologica e sistemi efficaci di riferimento verso gli ospedali.

Serve, in altre parole, una primary health care capace di raggiungere anche le periferie della città.

E serve una concezione della salute urbana che vada oltre i servizi sanitari. Nelle periferie di Khartoum la salute dipende dall’acqua, dalle condizioni delle abitazioni, dai rifiuti, dal cibo, dai trasporti, dal lavoro e dalla possibilità stessa di ricostruire una vita quotidiana.

Non basta riaprire gli ospedali se intorno agli ospedali non ricomincia a funzionare un sistema sanitario.

Ricostruire le persone

C’è poi una domanda ancora più importante: chi farà funzionare le strutture ricostruite?

La guerra non ha distrutto soltanto edifici. Ha disperso il personale sanitario, interrotto percorsi formativi, impoverito le famiglie e le istituzioni, spinto molti medici, infermieri e ostetriche a lasciare Khartoum o il Paese. Non esiste ancora una stima affidabile di quanti professionisti sanitari manchino oggi nella capitale né di quanti siano effettivamente rientrati. Ma negli ospedali che stanno riaprendo la difficoltà di ricostituire équipe sufficienti e qualificate è una delle fragilità più evidenti.

Ricostruire significa quindi anche ricostruire il capitale umano sanitario. E probabilmente richiederà più tempo che ricostruire gli edifici.

Durante la missione abbiamo discusso, per esempio, della possibilità che in futuro il Saint Mary possa diventare anche sede di tirocinio clinico per gli studenti del corso di infermieristica del College universitario comboniano. Sarebbe una funzione nuova, che non esisteva prima della guerra.

È un piccolo esempio di come la ricostruzione possa diventare occasione non soltanto per ripristinare ciò che c’era, ma anche per costruire qualcosa di migliore: mettere insieme assistenza, formazione e qualità delle cure.

In un Paese che deve ricostituire una parte importante della propria forza lavoro sanitaria, formare bene un infermiere e creare le condizioni perché possa rimanere nel sistema può essere importante quanto acquistare una nuova apparecchiatura.

Un’assenza che colpisce

C’è un’altra impressione che ci siamo portati a casa.

In diversi giorni trascorsi tra Khartoum e Omdurman abbiamo incontrato medici, infermieri, funzionari, religiosi, tanta gente comune. Ma pochissimi stranieri. Per chi ha frequentato per molti anni le capitali africane è una sensazione insolita.

Colpiscono soprattutto le ambasciate chiuse. Dopo lo scoppio della guerra gran parte del personale diplomatico è stato evacuato e molte rappresentanze non sono ancora tornate pienamente operative a Khartoum. Anche i cooperanti internazionali sono poco visibili. Le grandi agenzie ci sono e lavorano, ma lo fanno in modo discreto, quasi sotto traccia.

Le ragioni sono comprensibili: la sicurezza rimane fragile, gli accessi difficili, le condizioni operative complicate. Eppure, percorrendo la città, la sensazione di isolamento è forte. Khartoum ricomincia a riempirsi di persone, riaprono negozi e mercati, ritorna il traffico. Ma il mondo sembra ancora lontano.

Altri attori, intanto, sono presenti o si preparano a esserlo: Paesi del Golfo, Egitto, Turchia, Cina. Anche questo, visto da Khartoum, racconta qualcosa del mondo che sta cambiando.

Una guerra dimenticata?

A questa sensazione di isolamento se ne accompagna un’altra: la sproporzione tra la dimensione della tragedia e lo spazio che il Sudan occupa nella nostra attenzione.

Milioni di sfollati. Decine di milioni di persone bisognose di assistenza. Un sistema sanitario devastato. Epidemie, malnutrizione, insicurezza alimentare. E una guerra che continua.

Eppure in Europa ne parliamo poco.

Forse perché altre guerre ci sono geograficamente e politicamente più vicine. Forse perché il Sudan è difficile da raccontare. O forse perché, dopo oltre tre anni di conflitto, subentra quella pericolosa assuefazione attraverso la quale anche milioni di sfollati finiscono per diventare una statistica.

Il Sudan, però, non è un Paese marginale. Per popolazione, posizione geografica e storia è all’incrocio tra Sahel, Corno d’Africa, Mar Rosso e mondo arabo. Quello che accadrà qui avrà conseguenze ben oltre i suoi confini.

Ricostruire, ma per chi?

Tra le macerie, intanto, Khartoum ricomincia a vivere.

I mercati riaprono. Le automobili tornano sulle strade. Le persone riparano le case. Ricompaiono i piccoli commerci. Da una parte ci sono gli enormi poster degli eroi della guerra. Dall’altra, sui muri, resistono i volti della rivoluzione.

E poi ci sono le persone che ritornano. Non chiedono di essere eroi o martiri. Chiedono una casa, acqua, lavoro, una scuola per i figli, un centro sanitario vicino e un ospedale che funzioni quando ce n’è bisogno. Forse è questa la domanda che dovremmo portarci dietro quando parliamo di ricostruzione: ricostruire che cosa, e soprattutto per chi?

Per chi si occupa di cooperazione sanitaria la tentazione di arrivare con soluzioni già pronte è sempre forte. Ma davanti a una città come Khartoum il primo compito dovrebbe essere più semplice: vedere, ascoltare, capire.

Capire quali servizi servono davvero. Ricostruire gli ospedali, certamente, ma anche la primary health care nelle periferie. Investire nelle strutture, ma soprattutto nelle persone. Sostenere le istituzioni locali. Proteggere l’accesso alle cure dei più poveri.

E decidere se vogliamo esserci. Anche quando non abbiamo ancora un progetto pronto.

Perché dopo una guerra ricostruire la salute significa ricostruire ospedali e servizi, ma soprattutto persone e comunità: relazioni, competenze, fiducia e istituzioni.

E sarà proprio questa, per il Sudan, la ricostruzione più lunga e più difficile.

Giovanni Putoto e Chiara MarettiCUAMM