Lunedì 14 settembre 2026
Gioia, edificazione e senso di impegno. Sono questi i sentimenti che hanno riempito il cuore delle migliaia di giovani che hanno partecipato, dal 7 all’11 settembre 2026, alle prime Giornate della Gioventù dell’Africa Occidentale ad Accra, in Ghana.

Dopo cinque giorni di un intenso programma, le prime Giornate della Gioventù dell’Africa Occidentale hanno raggiunto il loro culmine con la Messa conclusiva, presieduta da Mons. Julien Kaboré, Nunzio Apostolico in Ghana, nella serata di venerdì 11 settembre.

Esprimendo la sua gratitudine e soddisfazione per l’evento, il presule burkinabè ha articolato la sua omelia attorno a cinque temi: Africa Occidentale, Gioventù, Seminatori di speranza, Operatori di pace, Abbiate coraggio.

Mons. Kaboré ha iniziato facendo riferimento alla loro comune appartenenza alla regione dell’Africa Occidentale. Ha invitato i giovani ad assumersi la responsabilità e a impegnarsi per il suo sviluppo:

“Giovani cattolici dell’Africa Occidentale, siate artigiani di pace, seminatori di speranza; …questa terra è vostra”, ha detto.

Richiamandosi alle proiezioni statistiche, il nunzio ha osservato che questa parte del continente africano, ricca di immense risorse umane e spirituali, entro il 2030 conterà mezzo miliardo di abitanti, la maggior parte dei quali giovani.

I giovani sono dunque chiamati ad assumersi la responsabilità del suo futuro, rifiutando tutto ciò che ne mina la dignità e non permettendo a nessuno di manipolarli:

“Spetta a voi, spetta a noi, costruire il suo futuro”, ha detto Mons. Kaboré.

Dopo aver descritto la giovinezza come una fase della vita caratterizzata da sogni e ambizioni, il nunzio ha evidenziato le importanti sfide che la regione dell’Africa Occidentale deve affrontare, in particolare la disoccupazione e la mancanza di opportunità.

Queste possono portare i giovani allo scoraggiamento e renderli vulnerabili, ha osservato, prima di esortarli:

“Non permettete a nessuno di sfruttare le vostre frustrazioni, la vostra appartenenza etnica, la vostra religione o le vostre convinzioni politiche semplicemente per mettervi gli uni contro gli altri; … rifiutate la violenza, la corruzione, l’odio, la discriminazione e la superstizione.”

I giovani cattolici sono stati invitati a scegliere il discernimento e a sviluppare la capacità di affrontare queste sfide con speranza — una speranza che non è rassegnazione, ma che affonda le sue radici nel coraggio ed è capace di portare al cambiamento attraverso la solidarietà e l’azione.

La missione comincia ora

“Abbiate coraggio”, ha detto Mons. Kaboré, sottolineando che, mentre le Giornate stanno giungendo al termine, la missione comincia.

Le parole del nunzio riassumono il cammino percorso dai giovani durante questi cinque giorni.

In un’atmosfera di gioia, condivisione e scambio culturale, le attività culturali, gli insegnamenti catechetici impartiti dai vescovi e le diverse celebrazioni hanno permesso ai partecipanti di diventare maggiormente consapevoli dei propri valori in quanto giovani africani, così come della responsabilità che sono chiamati ad assumersi per contribuire a un autentico sviluppo sociale.

L’Africa Occidentale si trova infatti ad affrontare importanti sfide legate al cambiamento climatico, alla tratta di esseri umani, alla violenza estremista, al terrorismo, alla disoccupazione e alla povertà, tutte realtà che lasciano molti giovani senza prospettive.

Eppure, in questo contesto, la figura di Cristo, pace e speranza dell’umanità, illumina i giovani e li invita a superare la rassegnazione, ad assumersi le proprie responsabilità e, a loro volta, a diventare missionari di pace e di speranza nella loro vita quotidiana.

I giovani che hanno partecipato a queste Giornate sono tornati a casa felici di aver incontrato altri giovani come loro.

Sono tornati con una speranza rinnovata e con una maggiore consapevolezza della necessità di un rinnovato impegno al servizio della pace.

Sono tornati consapevoli che, nonostante le frontiere che li separano — e che possono essere così difficili da attraversare — sono, in fondo, fratelli e sorelle.

“Alla fine, si vede che siamo un unico popolo”, ha osservato Sadou Lydia, del Niger.

Condividendo la stessa opinione, Schesky Hervée, della Guinea-Conakry, ha espresso il forte auspicio che il dinamismo che è appena nato, insieme all’entusiasmo e al desiderio di unità manifestati durante queste Giornate, “non finisca con l’attraversamento delle frontiere”.

Padre Canisius Metin, mccj