La presenza e l’impegno della Chiesa cattolica in Etiopia – Un punto di riferimento per l’intera popolazione

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Mercoledì 18 marzo 2026
La Chiesa cattolica in Etiopia, rappresenta all’incirca l’1% dei fedeli. Su una popolazione che conta quasi 137 milioni di abitanti, i cattolici sfiorano il milione. La comunità cattolica è divisa in due parti a seconda del rito: la Chiesa cattolica etiope, che celebra in rito locale Ge’ez e la Chiesa cattolica di rito latino. Ha una arcieparchia, Addis Abeba, tre eparchie, otto vicariati apostolici e una prefettura.

Del suo essere minoranza assoluta, in un contesto in cui la netta maggioranza si professa cristiano-ortodossa (Chiesa Tewahedo, circa il 44%), seguita dall’Islam i cui fedeli ammontano a circa il 32% e dai protestanti che raggiungono il 20%, ha fatto una sua forza e, per quanto minuta nelle dimensioni, rappresenta un riferimento stabile per tutta la popolazione.

Il territorio in cui questa dualità tra l’essere un piccolo seme e avere un grande impatto è forse più evidente, è la Prefettura apostolica di Robe, in Oromia, nell’area a sud-est dell’Etiopia. Qui, nella città di Shashamane, i media vaticani hanno incontrato alcuni suoi rappresentanti.

«Qui non arriviamo a 1500 fedeli, in una terra in cui i musulmani rappresentano il 97% — spiega Feyisa Gemeda Beriso, direttore del segretariato cattolico di Robe — ma abbiamo una presenza a messa che sfiora il 90% e rappresentiamo un punto di riferimento per l’intera popolazione, a prescindere da fedi e appartenenza. Non a caso quando si è trattato di decidere il nome del presidente del Forum Interreligiosa della West Arsi Zone, la scelta è caduta su di me, un cattolico. Noi giochiamo un ruolo fondamentale come mediatori, in varie circostanze. Da queste parti, ad esempio, i rapporti tra musulmani e ortodossi sono molto tesi, noi abbiamo ospitato incontri di dialogo e siamo chiamati a fare da pacificatori. Insomma, una realtà piccolissima, ma molto significativa».

Per padre Angelo Antolini il cappuccino prefetto apostolico di Robe, da 45 anni in Etiopia, le piccole dimensioni sono la forza della Chiesa. «Siamo circa milleduecento fedeli in tutto — dice il prefetto — su cinque milioni di popolazione, in un territorio di 110 mila km quadrati in cui vivono quattro milioni e mezzo di Oromo e mezzo milione di Somali. Ma non ci fa certo paura il numero così esiguo. La piccola comunità, che vive nella dimensione dell’amore e dell’unità come le nostre otto nella Prefettura, in un mondo non cristiano, celebrano la presenza dell’amore di Dio nel mondo e dilatano il Regno. Per questa ragione siamo impegnati nel migliorare la situazione scolastica con dieci asili infantili e dieci scuole primarie, con attività in villaggi remoti, con la formazione sull’igiene e in particolare al rispetto della donna. Abbiamo aperto, con sforzi immani, un ospedale neuropsichiatrico, unico centro nel Sud Etiopia, per i malati mentali, scarto dell’umanità. Non chiamatele, però, opere sociali, ma annuncio del Regno di Dio e del suo amore agli ultimi e ai poveri».

L’Etiopia vive dal 2020 una fase contrassegnata da una serie di gravi tensioni sopratutto nel Tigray, in Oromia, in Afar, in Ahmara. La Chiesa cattolica, si sforza di giocare un ruolo in questo pesante stato di cose. «Il ruolo della Chiesa cattolica in un Paese come l’Etiopia scosso da tensioni violente e ricorrenti — riprende padre Angelo — è fondamentale perché abbiamo il vantaggio di essere una Chiesa minoritaria, senza troppo potere. La nostra è una presenza più in ordine al Regno di Dio che alla Chiesa e al suo potere. In molti comitati per la pace, che si formano nelle varie regioni, spesso sono proprio i rappresentanti della Chiesa cattolica ad avere il ruolo di presidenti perché siamo sopra le parti e senza interessi particolari. Anche all’interno della Conferenza episcopale, dove si vivono tutte le diversità delle Chiese particolari, con quattro Eparchie di rito orientale, otto Vicariati Apostolici e una Prefettura Apostolica, di rito latino, si vive un continuo cammino, faticoso, ma sempre fruttuoso di riconciliazione e comunione nella diversità».

Luca Attanasio – L’Osservatore Romano