Venerdì 14 agosto 2026
Contratti precari, salari bassi e traumi psicologici privi di qualsiasi tutela: è questo il prezzo nascosto dello sviluppo tecnologico, pagato dai giovani laureati della Silicon Valley africana, che alimentano il sistema rimanendo invisibili. [Foto di X su Unsplash]

Nel mondo della tecnologia digitale, il Kenya è conosciuto come la «Silicon Savannah», un riferimento esplicito alla Silicon Valley americana e la speranza che il paese possa diventare il prossimo polo globale del settore. Un’ambizione non priva di fondamento, ma che maschera profonde contraddizione, a partire dalle condizioni di sfruttamento vissute da molti di coloro che alimentano questo settore dall’interno.

L’attenzione alla sua evoluzione digitale risale al 2007, quando la compagnia di telefonia mobile Safaricom lanciò M-Pesa, un servizio di trasferimento di denaro tramite cellulare che sfruttava la capillare rete telefonica del paese. Non fu il primo esperimento del genere al mondo, ma è stato riconosciuto come il più riuscito.

L’evoluzione delle tecnologie dell’informazione è proseguita con la creazione di piattaforme innovative, come Ushahidi, sperimentata per il tracciamento delle persone durante crisi e catastrofi, e oggi utilizzata anche come strumento di raccolta informazioni per coinvolgere individui e comunità in azioni di trasformazione sociale, ambientale ed economica.

Poli di innovazione

Non mancano gli hub che promuovono l’innovazione digitale, come iHub, il più importante sistema panafricano, che, come si legge nella sua homepage, «mira ad accelerare l’applicazione del capitale sociale e tecnologico per la prosperità economica in Africa». Anche il governo ha investito nel settore, sia sul piano finanziario sia su quello politico, per fare del Paese un polo tecnologico di rilevanza globale.

Di particolare importanza è la Konza Technopolis, un vero e proprio parco scientifico e polo dell’innovazione inserito nel progetto della più grande smart city dell’Africa orientale, che sta già prendendo forma su un’area di 5.000 acri a 60 chilometri da Nairobi. Significativo è anche l’impegno nella formazione del capitale umano necessario allo sviluppo digitale. Quasi tutte le università dispongono di una facoltà che forma personale in ambito tecnologico, probabilmente in numero eccessivo rispetto alla capacità di assorbimento del mondo del lavoro, sempre più digitalizzato ma ancora limitato rispetto alle aspettative. La maggioranza di chi resta escluso vive spesso la frustrazione di dover ridimensionare i propri sogni, gravata per di più da un prestito statale contratto per completare gli studi.

Sfruttamento

È un terreno fertile per le multinazionali del settore, che trovano un’abbondante offerta di manodopera qualificata disposta a lavorare a qualsiasi condizione. La domanda è cresciuta in modo vertiginoso con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, che si basa su un vasto archivio di dati in costante aggiornamento. Decine di migliaia di giovani kenioti vengono assunti a questo scopo con contratti a breve termine, senza garanzie, e con compensi orari che arrivano al massimo a due dollari l’ora. Praticamente tutte le multinazionali del settore – OpenAI, Meta, Microsoft e altre – ricorrono a questo metodo, operando tramite intermediari come Appen, specializzati nella creazione di database affidabili per l’intelligenza artificiale.

Lo sfruttamento è tale che molti parlano di «schiavitù digitale», in particolare nel lavoro digitale assistito che comporta la classificazione dei dati, la pulizia degli archivi e altre mansioni analoghe necessarie per alimentare l’intelligenza artificiale: un lavoro essenziale, eppure gravemente sottovalutato e sottopagato. Inoltre, questo lavoro comporta gravi rischi per la salute mentale dei lavoratori, costretti a ritmi frenetici e spesso a orari prolungati, a scorrere immagini scioccanti di abusi di ogni genere, al fine di «insegnare» all’intelligenza artificiale a filtrarle correttamente. Molti hanno già denunciato gravi traumi psicologici, senza avere né il diritto né la possibilità di ricevere un adeguato supporto specialistico.

Il mondo della tecnologia digitale è dunque costellato di insidie, soprattutto in Africa, dove la legislazione che dovrebbe regolamentarlo è particolarmente debole, se non del tutto inesistente. Non mancano tuttavia coloro che si impegnano a sostenerne la trasformazione, come Project Ether (Ethical Tech Ecosystem for Human Rights), un collettivo con sede a Nairobi composto da innovatori, tecnologi e lavoratori digitali africani, con l’obiettivo di «creare spazi in cui le voci siano ascoltate, il lavoro sia valorizzato e ogni contributo conti».

Bruna Sironi – SouthWorld