Iniziamo oggi la lettura del Vangelo di Matteo, che ci accompagnerà per più di trenta domeniche (tranne durante il tempo quaresimale e pasquale). Il brano del Vangelo di questa domenica racconta l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Oggi egli entra in scena pubblicamente! Quanto è successo prima – il battesimo e il soggiorno nel deserto – era soltanto un preambolo. Vediamo come avviene questa sua partenza. (...)

Quando tutto sembra finito,
è l’ora di ricominciare!

Matteo 4,12-23

Iniziamo oggi la lettura del Vangelo di Matteo, che ci accompagnerà per più di trenta domeniche (tranne durante il tempo quaresimale e pasquale). Il brano del Vangelo di questa domenica racconta l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Oggi egli entra in scena pubblicamente! Quanto è successo prima – il battesimo e il soggiorno nel deserto – era soltanto un preambolo. Vediamo come avviene questa sua partenza.

Crisi e discernimento

Tutto inizia da un evento drammatico: l’arresto di Giovanni, un momento di crisi anche per Gesù. Giovanni era un amico e un punto di riferimento. La sua scomparsa dalla scena avrà lasciato i suoi discepoli nello sconcerto. “Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea”. Sembra una fuga. Lascia la Giudea e si ritira a casa sua. Questa battuta di arresto si trasforma in un momento decisivo di discernimento. Gesù sente che il movimento iniziato da Giovanni non deve scomparire. Qualcuno deve continuarlo. Gesù si sente interpellato dal Padre: è arrivato il suo momento, ora tocca a lui! E allora Gesù esce allo scoperto: “Lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare”. E così, quando tutto sembrava finito, tutto ricomincia!

Spesso pensiamo che Gesù sapesse tutto in anticipo, che tutto fosse chiaro per lui, in partenza: la sua identità, la sua missione, le mosse da fare, i tempi... Alcuni credono, addirittura, che già dal grembo materno Gesù fosse cosciente di essere il Figlio di Dio. Ma questo sarebbe ignorare l’incarnazione. Gesù, come ognuno di noi, “cresceva” (Luca 2,40). Nel battesimo prende coscienza di essere il Figlio di Dio, nel deserto si interroga sul suo messianismo...

Siamo nel mistero insondabile dell’autocoscienza di Gesù, che tuttavia è inseparabile dal mistero dell’incarnazione. Anche Gesù ha dovuto passare attraverso i dubbi, le incertezze, la riflessione sugli eventi, la preghiera per discernere la volontà del Padre. “Egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Ebrei 4,15). Uomo come noi, ha dovuto imparare, anche in modo drammatico: Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì” (Ebrei 5,8).

Camminare, la condizione del cristiano

Nel Vangelo di oggi attira l’attenzione la rilevanza data ai verbi di movimento. Compaiono ben nove volte. Camminare diventa il modus vivendi di Gesù e dei suoi discepoli, cioè di quelli che gli stanno dietro. Gesù lascia il suo villaggio Nàzaret e va ad abitare a Cafàrnao, scegliendo questa città come base della sua missione. È solo il punto di partenza perché subito dopo inizia a percorrere tutta la Galilea, la Palestina e i territori confinanti. Non si fermerà più, fino al suo ritorno dal Padre, che l’aveva inviato. La sua dimora sarà la via, a tal punto che lui stesso diventerà la Via (Giovanni 14,6).

La strada aperta da Gesù sarà designata “la Via” e i cristiani “seguaci della Via” (Atti degli Apostoli 9,2). E da allora tutto accade nel cammino. Quindi, non c’è condizione più contrastante con la vocazione del cristiano di quella di essersi fermato, di pensare di aver camminato abbastanza o, peggio ancora, di sentirsi arrivato. Una fede accomodata, rifugiata nella tana delle proprie sicurezze, siano esse umane o ecclesiali, è una fede senza respiro, paralizzata.

Da dove si parte? Da dove siamo, dalla nostra “Galilea”, dal nostro ambito di vita, dalla nostra quotidianità, dalla “Galilea delle genti”, una società paganizzante. Lì si manifesterà la “grande luce” (vedi prima lettura: Isaia 8,28-9,3).

Dove si va? La meta è il “monte della missione”, il traguardo finale del Vangelo di Matteo (28,16-20). E l’itinerario? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che dobbiamo seguire Gesù. Forse nemmeno lui lo conosce in anticipo. Anche lui è guidato dallo Spirito e dagli eventi della vita. Anche per lui, il Viandante, non c’è una strada già tracciata. Camminando, si apre il cammino!... Sarà un viaggio forse più insicuro, soggetto a imprevisti, ma respireremo il sapore della libertà e della novità!

Quale equipaggiamento prendere? Non ci serviranno degli zaini stracolmi. Ci serve solo la Parola. L’espressione biblica scelta per la Domenica della Parola di Dio, che oggi celebriamo, è: “La parola di Cristo abiti tra voi” (Colossesi 3,16). “Paolo non chiede che la Parola sia soltanto ascoltata o studiata: egli vuole che essa ‘abiti’, cioè prenda dimora stabile, plasmi i pensieri, orienti i desideri e renda credibile la testimonianza dei discepoli” (dalla presentazione del Messaggio). Quindi, non basta mettere la Bibbia nel nostro zaino. Occorre che la Parola diventi carne della nostra carne, per poter dire come Paolo: “Cristo vive in me” (Galati 2,20).

Un augurio:
Che la strada si apra davanti a te,
che il vento soffi sempre alle tue spalle,
che il sole inondi e riscaldi il tuo volto,
che Dio ti custodisca nel palmo delle sue mani!
(Benedizione Irlandese)

P. Manuel João Pereira Correia, mccj

Ciò che tutti noi vorremmo sentire e vedere
Mt 4,12-23

Il Vangelo di oggi (Matteo, 4, 12-23) mostra inequivocabilmente che l’essere umano è animato da forze irrazionali. Se non fosse così vorrei che qualcuno mi spiegasse come sia spiegabile l’atteggiamento di quelle due coppie di fratelli, Pietro e Andrea prima, i quali un giorno mentre stavano facendo il loro lavoro quotidiano di pescatori (per la precisione avevano appena buttato le reti in mare) dalla riva passa un tipo che urla «venite dietro a me» e loro mollano reti, carpe, naselli e branzini e seguono quello che a prima vista avrebbe tutti i connotati di un imbonitore; per non parlare degli altri fratelli Giovanni e Giacomo (il terzo, Aldo, era rimasto a casa per un’influenza dissenterica) che sentendo quel tizio urlare dalla spiaggia si tuffarono in mare e a nuoto lo raggiunsero ignorando le invocazioni e le suppliche del vecchio padre dalla barca terrorizzato perché, lasciato solo, non sapeva governare il timone e soprattutto perché soffriva di mal di mare.

Perché quattro pescatori in un solo giorno mollano il loro lavoro per seguire uno sconosciuto che promette loro di diventare pescatori di uomini? La presenza capillare sul territorio di uno sportello psicologico avrebbe dato una mano ai quattro?

Le autorità locali interpellate al riguardo non sono state in grado di certificare le alte temperature segnalate in quei giorni, mentre invece i pronto soccorso della zona erano pieni di gente disidratata e con crisi di spersonalizzazione dovute per l’appunto al caldo torrenziale.

Ma per lo più stupisce il particolare della bislacca proposta «se venite con me vi farò pescatori di uomini». Come è possibile intravedere un miglioramento lavorativo in tutto ciò? Pescare uomini per farne cosa? A chi rivenderli? E come? In salamoia, in carpione o salati e seccati come il baccalà?

Forse converrebbe respirare profondamente, contare fino a mille e poi domandarsi se una cosa apparentemente folle può possedere un’altra interpretazione, un’altra verità. E se quei quattro fratelli avessero sentito quella cosa che tutti vorremmo sentire nella vita, una voce che ti scuote, che ti fa tuffare in mare anche se non sai nuotare, e se avessero visto un volto, quel volto che tutti vorremmo incontrare, quegli occhi che ti fanno innamorare perdutamente, che ti fanno dire io vado dietro a te anche se mi chiedi di andare su Marte a vendere lo stoccafisso.

Verrebbe da dire beati loro, i quattro fratelli che hanno sentito quello che vorremmo sentire e vedere. È per quello che una volta all’anno sarebbe buona cosa fare una visita oculistica e otorinolaringoiatrica. Anche se la cosa più importante è che dovremmo assicurarci che la porta di sicurezza del nostro cuore non sia chiusa a chiave.
Giacomo Poretti – L’Osservatore Romano

Tocca a me!

Si comincia con un’indicazione temporale: “Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato...”. Il Signore decifra l’uscita di scena del Battista come il momento in cui tocca a lui entrare. Perciò si trasferisce a Cafarnao, comincia a predicare e chiama i primi discepoli. La maestà del Figlio di Dio si rivela anche in questo particolare: cogliere il momento in cui “tocca a lui”. Essere suo discepolo, assumere il suo stile comporta quindi la prontezza nell’intuire il tempo in cui tocca a me. Senza dubbio è tra le cose più difficili, poiché in genere si è più svelti nell’indicare quando tocca agli altri, cioè quasi sempre.

Capire quand’è il nostro tempo è faticoso, non sembra mai quello giusto: adesso “sono troppo giovane”, “sono troppo vecchio”; “sono troppo impegnato”, “sono in vacanza”; “non sto tanto bene”, “sono troppo stanco”; “sono troppo felice”, “sono troppo triste”; “ho i figli piccoli”, “ho i figli adolescenti”, “ho il figlio che si sta sposando”, “ho i nipotini da curare”.

Aspettando il tempo ideale, non arriva mai il momento opportuno, perciò toccherà sempre a qualcun altro. Il continuo rinvio dell’ingresso in scena è anche causato dall’insensibilità. Se ho la pelle dura, se niente mi tocca, non toccherà mai a me. Se nulla e nessuno mi risulta toccante, non toccherà mai a me. Cosa mi tocca? Tocca a me!

La pagina evangelica indica anche un luogo. Si tratta della Galilea, a nord della Terra Santa. Una terra di confine: a settentrione la zona pagana di Tiro e Sidone; a est il territorio altrettanto pagano della Decapoli. La scena nella quale il Signore entra è un confine che, come tale, pur ben delineato, catalizza sempre molta confusione. Le frontiere sono linee nettissime e ben difese, eppure gli italiani al confine della Francia sono un po’ francesi e i francesi al confine con l’Italia sono un po’ italiani; vivono una situazione mista. Così gli abitanti della Galilea sono un po’ pagani.

Che bello che Gesù entri in una scena ingarbugliata. Che bello che non tema la fatica di chiarire una situazione confusa, portando la luce. Che bello che il Signore non metta la “chiarificazione” della nostra ambiguità come condizione previa alla sua vicinanza, ma colga il nostro impasto di santità e peccato come il punto di partenza del compito che tocca a lui. Se non fosse stato toccato dalla tristezza del nostro male e dalla speranza per il nostro bene, non sarebbe mai toccato a lui. Cosa mi tocca? Tocca a me!
[Giovanni Cesare Pagazzi – L’Osservatore Romano]

Verso un destino oscuro e glorioso

Is 8,23b - 9,2; Salmo 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

Con questa domenica, iniziamo la lettura del vangelo di Matteo, e la proseguiremo quasi pagina dopo pagina per più di trenta domeniche (tranne durante il tempo pasquale, dal Mercoledì delle Ceneri alla Pentecoste), fino alla fine di novembre. Nel brano di questa domenica compare a tutto campo la figura di Gesù che inizia la sua attività pubblica in Galilea, invitando alla conversione e proclamando la buona notizia del regno dei cieli. La proclamazione del vangelo del regno di Dio in Galilea, e l’appello alla conversione costituiscono i due punti focali di questa domenica. Ci è anche offerto un modello di risposta all’appello di Gesù nella duplice chiamata dei primi quattro discepoli: pescatori che dal mare di Galilea verranno inviati nel mondo intero, ma ormai come pescatori di uomini.

Per dare lo scenario adatto soprattutto all’annuncio profetico del regno fatto da Gesù, la liturgia riporta nella prima lettura un brano del profeta Isaia, al quale rimanda espressamente il testo evangelico. In un momento drammatico della storia delle regioni settentrionali della terra di Israele, appartenenti alle tribù di Zàbulon e Neftali, il Profeta Isaia annunzia a loro un avvenire di liberazione e quindi gioia. Egli annunzia in particolare l’irrompere della luce di Dio per quelli che erano immersi nelle tenebre e dimoravano in terra ed ombra di morte. Infatti, vivevano, come dice Isaia, “nelle tenebre dell’errore”, poiché le loro terre vennero invase da popoli pagani. La profezia di Isaia si è compiutamente avverata quando in Cristo, messia liberatore, è brillata, non su una sola regione ma sul mondo intero, la luce a tutti gli esseri umani, che erano immersi nelle tenebre del peccato.

Ritornando all’annuncio del regno di Dio, Gesù lo presenta in questi termini: “Convertitevi perché il regno di Dio è vicino”. Di fatto, con la venuta di Gesù si è chiusa nella storia umana l’epoca dell’attesa, e se n’è aperta una nuova, più favorevole per la nostra liberazione e salvezza. Il contenuto di quest’annuncio appare quindi come un segnale di emergenza. “Il regno di Dio è vicino”. Questi termini molto concisi proclamano la prossimità di Dio all’uomo e servono proprio a trascrivere il suo intervento decisivo per liberare i suoi dall’oppressione e stabilire nel mondo una era di giustizia e di pace.

Dicendo “Convertitevi” Gesù ci sollecita individualmente a cambiare rotta e a rivolgere lo sguardo e l’orientamento verso il “regno”. Perciò, Matteo ci presenta anche la scena esemplare della prima chiamata dei primi quattro discepoli di Gesù. Lo schema della loro vocazione è semplicissimo e ridotto all’essenziale. C’è l’appello e, poi, una risposta. L’iniziativa è di Gesù, dopo uno sguardo (“vide due fratelli… vide due altri”), che in quel contesto esprime una nota di tenerezza, un modo per dire la sua attenzione amorosa, ed è un messaggio o una proposta di comunione. Insomma, l’incontro comincia spesso col “vedere” la persona.

Di solito sono i discepoli che scelgono il maestro. Cristo invece assume l’iniziativa. Perciò, la vita cristiana risulta risposta al manifestarsi della grazia. Cioè non siamo noi che andiamo alla ricerca di Dio, è piuttosto Dio che si pone sempre davanti, alla nostra ricerca. Nella risposta dei primi quattro chiamati all’iniziativa di Gesù, si può anche scoprire alcuni elementi basilari: la fede o fiducia, il distacco, la sequela e il lasciarsi fare. Infatti, il discepolo si caratterizza per la fede che è affidamento a Dio e adesione incondizionata. La decisione o risposta che ne risulta si traduce in un distacco, una separazione, una rinuncia (dalle reti, da un mestiere, dai familiari).

L’accento non va posto tanto sul lasciare quanto sul seguire. Quindi il discepolo non è uno che ha anzitutto abbandonato, perso qualcosa, ma è soprattutto uno che ha trovato qualcuno di affidabile, il Messia salvatore. E, come si vede tutto naturalmente, la “perdita” viene abbondantemente assorbita dal guadagno. Il distacco o la rinuncia non sono allora il fine, ma la condizione della sequela. È il termine “seguire” (“Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono”) che caratterizza alla fin fine il discepolato e che stabilisce una comunione di vita con il Salvatore.

L’ultimo tratto che caratterizza il discepolo è di lasciarsi plasmare dal Maestro: “Vi farò diventare pescatori degli uomini”. Cioè un discepolo già bell’ e fatto, completo, “arrivato” non esiste. Il cristiano o il discepolo è uno che lo diventa ogni giorno, sottomettendosi alla volontà di colui che lo ha chiamato.
Don Joseph Ndoum