Venerdì 31 luglio 2026
Con l’accompagnamento di CREC International, i responsabili delle radio cattoliche del Ciad si sono riuniti a Bongor per l’Incontro nazionale 2026 del “Réseau des Médias Catholiques du Tchad”. A guidare i lavori, accanto ai vescovi e ai comunicatori ciadiani, la presenza del presidente di CREC International, padre Fabrizio Colombo [a destra nella foto], missionario comboniano: e non è un dettaglio biografico, ma la chiave di lettura di tutto ciò che è accaduto in quei giorni.

Un ritorno, non una visita

«Torno in Ciad con gioia»: così padre Fabrizio Colombo ha aperto il suo intervento davanti a mons. Dominique Tinoudji, vescovo di Pala e presidente della Commissione episcopale per i mezzi di comunicazione sociale, al coordinatore nazionale Djimtamra Percy Séraphin e ai direttori, tecnici e giornalisti delle radio diocesane riunite a Bongor, ospiti della Radio Terre Nouvelle.

Quel «torno» pesa. Il presidente di CREC International non è arrivato in Ciad come un consulente esterno: ci è arrivato da comboniano, cioè da uomo di una famiglia missionaria che in questa terra e in questo continente ha una storia lunga, fatta di anni condivisi, di lingue imparate, di radio accese e di studi di registrazione costruiti con poco. È da lì che nasce anche la franchezza con cui ha detto di tornare «con una preoccupazione: quella del tempo che abbiamo impiegato per arrivare a una posizione definitiva e far nascere concretamente la nostra rete dei media cattolici». Un’inquietudine che solo chi appartiene a una storia può permettersi di esprimere.

«Salvare l’Africa con l’Africa»

Il cuore del suo discorso è stato esplicitamente comboniano. Citando il sogno del fondatore, San Daniele Comboni — salvare l’Africa con l’Africa — padre Colombo ha detto di essere felice di vederlo realizzarsi «nel vostro lavoro e nella vostra passione», in una visione in cui la donna e l’uomo africani sono i veri, e talvolta gli unici, protagonisti del presente e del futuro del continente, e in particolare del caro Ciad.

Non si tratta di una citazione di circostanza. Il Piano di Comboni nasceva da un’intuizione precisa: l’Africa non si rigenera per delega, ma attraverso i suoi figli formati, competenti, responsabili delle proprie istituzioni. Tradotto nel linguaggio dei media del 2026, significa esattamente ciò che i partecipanti di Bongor hanno messo sul tavolo: radio non assistite ma capaci, redazioni che si scambiano contenuti, un coordinamento nazionale che appartiene ai ciadiani e risponde ai vescovi del Ciad, un piano di sostenibilità economica che riduce la dipendenza invece di consolidarla.

Da qui la frase più netta pronunciata nella sala: «Questo progetto di creazione della rete non è l’ennesimo grande progetto destinato a riempire di materiale ciascuna delle vostre realtà. Se fosse solo questo, non sarei qui». Sì, ha spiegato, si va verso una migrazione tecnologica audio e video che metterà tutte le radio sullo stesso livello di mezzi — ed è l’impegno concreto che CREC International si è assunto. Ma il fine non è l’attrezzatura: è l’unione, nello spirito dell’UBUNTU, io sono perché gli altri sono. Uno spirito che parla la stessa lingua del «fare causa comune» con l’Africa che Comboni pronunciò a Khartoum davanti al suo popolo.

Il medium è già il messaggio

C’è un secondo filo comboniano, meno ovvio ma altrettanto forte. Comboni fu un comunicatore: usò la parola scritta, gli appelli, le pubblicazioni per cambiare lo sguardo dell’Europa sull’Africa. Padre Colombo ha ripreso quella eredità citando McLuhan — the medium is the message — per dire che il modo stesso in cui la Chiesa comunica è già annuncio. Una rete che condivide programmi, eventi e informazioni superando ogni regionalismo e ogni separatismo culturale o linguistico non è un’infrastruttura tecnica: è una forma visibile di comunione, ed è già Vangelo prima ancora di trasmetterlo.

Questa visione ha incontrato pienamente quella espressa da mons. Tinoudji, che ha ricordato come, in un mondo segnato da disinformazione, divisioni, conflitti e discorsi di odio, le radio cattoliche non siano semplici mezzi tecnici di diffusione, ma spazi di evangelizzazione, educazione e promozione umana, che danno voce a chi non ne ha. E ha riconosciuto pubblicamente in CREC International e nel suo presidente un partner fedele, la cui «testimonianza di vera comunione missionaria» ha reso possibile sia l’incontro nazionale sia la finalizzazione del progetto di rafforzamento ed equipaggiamento dei media cattolici del Ciad.

Le decisioni di Bongor

I lavori hanno esaminato con lucidità la situazione di ciascuna radio — forze, difficoltà, bisogni, ma anche le molte iniziative già portatrici di speranza — e hanno definito meccanismi concreti di cooperazione: condivisione delle produzioni radiofoniche, scambio regolare di notizie di interesse nazionale e diocesano, coordinamento nei rapporti con i partner, ricerca di nuovi finanziamenti, visite annuali alle otto radio membri. L’incontro si è chiuso con l’elezione dei nuovi membri degli organi del Réseau e con l’adozione di risoluzioni che saranno trasmesse alla Conferenza episcopale del Ciad come tabella di marcia per gli anni a venire, anche in vista del centenario dell’evangelizzazione del Paese.

Mons. Tinoudji si è detto convinto che, restando uniti e fedeli agli impegni presi a Bongor, il Réseau potrà diventare un riferimento all’interno dell’ACERAC, l’Associazione delle Conferenze episcopali della Regione dell’Africa Centrale.

Una voce profetica

Nel discorso di chiusura, padre Colombo ha lasciato all’assemblea un mandato e un impegno. Il mandato: «Che la vostra comunicazione si rivolga anche ai potenti e a coloro che usano la violenza e la paura per dominare e reprimere. A immagine dei profeti, siate la voce della verità che annuncia che Dio non ama le loro azioni». E ancora: «Lavorate concretamente su progetti e sull’organizzazione della vostra sostenibilità, con creatività e coraggio, per essere sempre più indipendenti».

L’impegno, preso a nome di CREC International: rappresentare il Réseau e portare a termine con determinazione il dossier di finanziamento del progetto, affidato — con le sue stesse parole — «nelle mani di Dio e del Cristo comunicatore».

Centosessant’anni dopo il Piano per la rigenerazione dell’Africa, il metodo non è cambiato: non fare per, ma fare con. A Bongor, tra microfoni e tabelle di marcia, quel sogno ha semplicemente cambiato tecnologia.