Giovedì 20 agosto 2026
Siamo partiti per Castel Volturno pensando di andare in un luogo che conoscevamo già attraverso le cronache e i film. Siamo rimasti sotto shock. Perché certe cose, quando le leggi sui giornali, sembrano lontane. Quasi irreali. Poi ci vai. E scopri che non sono accadute dall’altra parte del mondo, ma in Caserta, provincia italiana della Campania. Quindi sono accadute qui: in Italia. Nel nostro Paese, quello dove siamo nati e viviamo tutt’ora. E questa è forse la cosa che ci ha sconvolto di più.

Abbiamo ascoltato un ufficiale penitenziario, un consigliere comunale, mediatori culturali, donne che hanno conosciuto la tratta sulla propria pelle. Abbiamo ascoltato chi era lì quando è stato ucciso don Peppe Diana e non è stato zitto.

E, pian piano, abbiamo capito che non stavamo ascoltando storie diverse. Stavamo guardando pezzi dello stesso problema. Un territorio dove lo Stato, da troppo tempo, è assente. Dove la criminalità organizzata ha occupato ogni spazio disponibile. Dove la camorra è diventata parte integrante del paesaggio.

E allora arriva la rabbia. Una rabbia difficile da contenere. Perché dietro le parole “degrado”, “immigrazione”, “criminalità”, “periferia” ci sono persone. Persone che hanno paura. Persone sfruttate, che muoiono. Persone che cercano semplicemente di sopravvivere.

E c’è anche qualcosa che ci ha fatto paura ancora di più: vedere fino a che punto può arrivare la crudeltà dell’essere umano quando non trova più un limite.

Ma Castel Volturno e le zone intorno non sono soltanto questo. Per fortuna! Perché in mezzo a tutto questo ci sono persone che hanno scelto di restare. Di non stare zitte. Di ascoltare. Di accogliere. Di combattere.

I missionari comboniani e tutte le persone che lavorano con loro fanno qualcosa di impressionante ogni giorno: tengono aperta una porta dove molti altri hanno smesso persino di guardare. E lo fanno senza chiederti da dove vieni, quale Dio preghi o se ne preghi qualcuno.

Ti accolgono.

E in questa settimana abbiamo incontrato persone meravigliose. Abbiamo cenato insieme alla comunità ghanese e poi li abbiamo accolti a nostra volta in parrocchia per festeggiare l’Assunzione. Abbiamo partecipato al primo incontro di Arte Migrante, dove persone di provenienze e culture diverse hanno condiviso in cerchio musica, canti e storie. Abbiamo pulito una spiaggia dai rifiuti. Abbiamo dato una mano alla parrocchia, facendo piccoli lavori e tutto ciò che poteva essere utile.

Piccole cose, forse. Ma è anche così che si costruisce una comunità: mettendosi a disposizione, condividendo, ascoltando, facendo insieme.

Ci portiamo a casa la consapevolezza di quanto il male può essere devastante, ma che anche il bene, quando è ostinato, concreto e quotidiano, può diventare una forma di resistenza.

E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dalle persone, dalle loro capacità di esserci e di non arrendersi.

I membri del secondo Campo Estivo a Pescopagano e Castel Volturno: Sara da Mantova, Tommaso da Bologna, Silvia da Torino, Simona e Giulia da Parma, Giovanni, Margherita, Anna e Salvatore dalla Val D’Arno