Giovedì 17 ottobre 2013
“Oggi, a noi comboniani e a tutte le persone che entrano in rapporto con san Daniele Comboni, viene offerta la santità di Comboni come una grazia che può diventare il motore della nostra esistenza, la linfa che nutre le nostre azioni e lo spirito che dà forza alle nostre speranze e ai nostri sogni per il futuro”, ha detto P. Enrique Sánchez G., Superiore Generale, durante la omelia dell’Eucaristia del 10 ottobre per celebrare il decimo anniversario della canonizzazione del fondatore. In allegato, pubblichiamo il testo tradotto in portoghese.

Festa di San Daniele Comboni
Roma 10 ottobre 2013
Omelia di P. Enrique Sánchez G.,
Superiore Generale

“Sono capo e fondatore dell’opera più difficile di apostolato, che deve formare dei santi e delle sante per convertire l’Africa” (Scritti 6877)

La festa di san Daniele Comboni coincide oggi con il decimo anniversario della sua canonizzazione che abbiamo ricordato lo scorso 5 ottobre e questo è un motivo in più per ringraziare il Signore per il dono di questo grande missionario alla Chiesa e in particolare a ognuno di noi che cerchiamo di seguirne le orme.

In questo momento vorrei riflettere con voi su tre punti che possono servirci per vivere questo momento di preghiera e gratitudine nel ricordare san Daniele Comboni come modello di santità vissuta.

  • L’esperienza di Comboni
  • L’esempio della santità vissuta dai suoi missionari e missionarie
  • La santità di Comboni come grazia a noi offerta per dare senso alla nostra vita e arricchire la nostra umanità.

 

L’esperienza di Comboni

Alcune settimane fa ho avuto occasione di condividere con i membri di tutto l’Istituto alcune riflessioni sulla santità di Comboni e ho cercato di ricordare quanto sia importante non dimenticare che la sua santità è sfida e programma per noi che abbiamo fatto del suo carisma la nostra eredità. Celebrare la santità di Comboni si traduce in questo senso in ricordo del dono, ma allo stesso tempo in esame di coscienza che ci obbliga a chiederci quanto siamo stati aperti e fedeli alla grazia della sua santità.

Per fare questo esame mi sembra indispensabile soffermarci un momento a contemplare l’esperienza di Comboni per capire che cosa l’abbia portato a meritare di essere riconosciuto santo.

Possiamo fare lunghi discorsi sul tema della santità di Comboni, ma penso che l’essenziale stia in alcune delle sue esperienze e nel suo modo di vivere il rapporto con il Signore e con i suoi fratelli e sorelle.

La sua è una santità missionaria che significa impegno totale nell’annuncio del Vangelo. Annuncio che parla di speranza, di fiducia, di letizia, di semplicità, di accoglienza che apre il cuore alla Parola che, seminata nel cuore umano, diventa fonte di vera felicità.

La santità di Comboni è un’esperienza che ci sfida a non vivere al margine dei drammi che vivono i nostri contemporanei. È santità che ci obbliga ad assumere uno stile coerente di vita che necessariamente deve trasformarsi in solidarietà con gli emarginati e gli esclusi della nostra società.

È santità che parla di conversione che apre all’ospitalità, alla generosità e alla gioia di poter condividere quello che siamo più che quello che abbiamo, diventando fratelli, padri e madri delle persone cui siamo inviati come missionari.

Comboni è santo come missionario prima di tutto perché ha saputo stabilire un’amicizia profonda col Signore diventando familiare a Lui e vivendo ogni momento della sua vita in comunione con Lui, cercando di capire ad ogni passo quale sia stata la volontà di Dio nella sua esistenza e imparando a leggere la storia con gli occhi di Dio, con uno sguardo di fede e di abbandono nelle mani del Padre.

Un rapporto forte, unico, continuo e fedele col Signore, questa è stata la costante, il filo conduttore, il legame che è cresciuto nel tempo e attraverso le esigenze della missione, vissuta non come progetto personale, ma come volontà di Dio, come opera di Colui che aveva fissato il suo sguardo su di lui e aveva conquistato il suo cuore al punto di non poter vivere se non per donare la vita per i più poveri e abbandonati.

Comboni è diventato santo perché si è lasciato affascinare dalla persona del Signore che ha sperimentato come l’unico capace di riempire il suo cuore e di rispondere al suo infinito bisogno di amare.

La sua vita e la sua missione non si possono capire con un linguaggio che non sia quello della fede vissuta, pagando di persona tutte le conseguenze e le esigenze d’una realtà che continua ad essere, fino ai nostri giorni, umanamente inaccettabile perché priva della presenza di Dio.

 

L’esempio della santità vissuta
dai suoi missionari e missionarie

Lasciatemi dire, come testimonianza personale, che la santità di Comboni, prima ancora che fosse proclamata ufficialmente dalla Chiesa, è, fin dall’inizio della missione comboniana, un’esperienza vissuta nel silenzio, nel nascondimento, nella generosità del lavoro, nel sacrificio e anche nel martirio di tanti figli e figlie di Comboni.

Si tratta di una santità vissuta come donazione totale ai più poveri e abbandonati, motivati e sostenuti soltanto della forza che scaturisce dalla fede. Per amore e per una fede che è passata, tante volte, attraverso il crogiuolo della sofferenza, della solitudine, delle difficoltà e degli ostacoli senza misura, i missionari di Comboni hanno saputo portare avanti la croce della missione senza lamentarsi e senza risparmiarsi.

Pochi giorni fa ho visto con i miei occhi le tombe dei primi comboniani e comboniane, sepolti nel cimitero di Khartoum e di El Obeid e tutti sappiamo che dietro ai nomi c’è una storia di generosità, di amore e di passione missionaria che spesso si è arrestata alla sola età di 25 o 26 anni, di quei fratelli e sorelle nostre che hanno marcato il cammino della missione non solo con la croce del sacrificio e del dolore, della malattia, ma persino con la croce della tomba, su cui è scritto: “In attesa della risurrezione”.

Per molti di questi e di tanti altri missionari/e, figli e figlie del Comboni, la santità è diventata sinonimo di prigionia, umiliazione, persecuzione e tante altre prove che sono diventate laboratorio per verificare la qualità della loro fede e della loro capacità di raccontare – con la loro vita – la santità del padre e fondatore che ne ha lasciato per primo l’esempio.

Tutti sappiamo che la santità di Comboni non è un cofanetto dove si conservano i ricordi di tante belle virtù o dove si custodiscono i racconti delle pagine gloriose e miracolose di un super eroe di cento anni fa. La sua santità, l’abbiamo riconosciuta nella vita di tanti confratelli e sorelle nostre che non hanno fatto tanti discorsi, ma ci hanno insegnato con il loro sacrificio che vale la pena lasciare tutto per vivere la missione fino in fondo. E oggi abbiamo il dovere di dire grazie al Signore perché la santità comboniana è diventata seme fecondo che ha dato vita a tante comunità cristiane, a tante Chiese locali, a famiglie religiose, a laici che sono andati lontano spinti dalla forza dello spirito del Comboni.

Penso sia giusto, in questa giornata in cui ricordiamo san Daniele Comboni, dire grazie per la santità vissuta ieri e oggi da tante persone che si identificano con il carisma missionario di Comboni: è la santità viva che genera vita in mezzo a noi.

 

La santità di Comboni come grazia a noi offerta
per dare senso alla nostra vita

Oggi, a noi comboniani e a tutte le persone che entrano in rapporto con san Daniele Comboni, viene offerta la santità di Comboni come una grazia che può diventare il motore della nostra esistenza, la linfa che nutre le nostre azioni e lo spirito che dà forza alle nostre speranze e ai nostri sogni per il futuro.

Si tratta della grazia che può permetterci di vedere gli altri come dono, come opportunità per capire che cosa vuol dire essere fratelli in una società in cui sembra crescere tutto ciò che divide, che oppone, che allontana e impedisce di fare l’esperienza della comunione.

La santità di Comboni che siamo chiamati a vivere oggi è quella forza che non ci lascia in pace quando sappiamo che, non molto lontano da noi, c’è qualcuno che soffre, che è condannato a vivere nella guerra o nelle moderne schiavitù che gridano giustizia.

È santità che ci spinge ad andare incontro a quei fratelli e sorelle che vivono oggi alla frontiera del mondo, che non è necessariamente una frontiera geografica, ma è la frontiera che siamo sfidati ad attraversare per uscire da noi stessi, per riconoscere il fratello che abbiamo accanto come dono. È la frontiera che dobbiamo superare per ascoltare il dolore di quanti soffrono oggi per la solitudine, per l’angoscia di non avere un lavoro, di non essere rispettati nella loro dignità.

È la santità del dono di noi stessi, superando ogni tentazione di predominio, di protagonismo, di ricerca della comodità che ci inganna facendoci credere che dobbiamo essere al centro di tutto, quando la verità è che non c’è gioia più grande di quella di consegnare ciò che siamo affinché altri possano avere la vita.

In allegato, pubblichiamo il testo tradotto in portoghese.