A “colloquio” con la «Dilexi te»: Dalla scoperta del silenzio all’impegno per la pace

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Mercoledì 14 gennaio 2026
Pubblichiamo di seguito il saggio di Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, in Sud Sudan, tratto dal libro «Dilexi te». Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri a cura di Sergio Massironi (Castelvecchi, 2025, 192 pagine, 17,50 euro).

Dopo vent’anni in Sud Sudan non posso smettere di sognare. Ho vissuto con la gente del Sud Sudan momenti di grande speranza come l’accordo di pace del 2005, la fase di transizione e la proclamazione dell’indipendenza nel 2011 con il processo di dialogo e costruzione dell’identità nazionale, riconciliazione, guarigione dal trauma.

Con i sud sudanesi ho anche sperimentato la catastrofe del conflitto scoppiato nel 2013 che ha strappato il tessuto sociale, diviso la popolazione su basi etniche, devastato l’economia e fatto piombare nella miseria milioni di cittadini dove un terzo della popolazione ha perso tutto e vive o da sfollato dentro un paese devastato o rifugiato all’estero.

Continuo a sognare una società dove sia rispettata la dignità della vita umana, dove non si uccida per un non nulla: una vendetta, un rancore o un pregiudizio. Dove per una ragazza non ci sia più probabilità di morire di parto che di ottenere un diploma di scuola superiore. Dove il povero non muoia più di malattie banali, dopo essere stato dissanguato da cure mediche tanto costose quanto inefficaci. Dove un bambino possa giocare e andare a scuola per imparare a usare il dono dell’intelletto, senza più farsi manipolare e usare per false battaglie. Dove un uomo e una donna possano lavorare guadagnando quanto necessario per vivere, anziché dover contare sull’aiuto umanitario. Dove le risorse naturali siano al servizio dello sviluppo del paese, piuttosto che inquinare e degradare l’ambiente.

Spero che un mondo dove tutti possano vivere dignitosamente non sia solo un sogno. Purtroppo lo resterà fintanto che continueremo a guardare il povero dall’alto al basso, fintanto la corruzione la fa da padrona e permangono divisioni e confini pur di salvaguardare il benessere di pochi alle spese dei tanti. Questa disuguaglianza è uno squilibrio profondo che si fonda sull’egoismo e l’indifferenza.

Crediamo forse di essere ricchi e invece siamo dei poveracci, ci sentiamo super-uomini pur avendo perso l’umanità. Un mondo diviso può anche presentare indici di sviluppo in positivo, ma in verità sarà sempre e solo più povero e meno umano. Non sorprende che, di questi tempi, si testimoni un deficit di speranza che rende la società più divisa e divisiva, più travagliata e disillusa.

Anche la Chiesa non ne è del tutto immune. Il Giubileo della speranza è un momento per guardare al Signore e impegnarci per una società più umana e fraterna. Accolgo l’Esortazione apostolica Dilexi te di Papa Leone con grande entusiasmo e gratitudine perché è un richiamo alla speranza.

L’Esortazione si apre con il Signore che ci dice: «Hai poca forza, poco potere, ma io ti ho amato» (Ap 3, 9). Sono parole che, prima di tutto, ci mettono davanti alla nostra povertà, non tanto economica, ma antropologica: siamo infatti incapaci di vivere la fraternità, la comunione, la pace. Nonostante tutti i progressi che abbiamo fatto, siamo ancora analfabeti quando si tratta di accompagnare, prendersi cura e sostenere i membri più fragili e vulnerabili delle nostre società sviluppate (cfr. Fratelli tutti 64). Fintanto che ci saranno poveri che soffrono, avremo fallito come società.

Ma il Signore ci conforta dicendo: «Io ti ho amato». Il Suo amore misericordioso e fedele riempie ogni nostro vuoto, ricuce ogni strappo, sana ogni ferita e ci unisce come fratelli e sorelle. Ribadisce e ristabilisce la nostra dignità di figli. Gesù Cristo ci è venuto incontro prendendo la nostra stessa carne e, da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr. 2Cor 8, 9).

Ricchezza, competizione e individualismo ci avevano diviso. Il benessere ci ha reso ciechi, al punto che pensiamo all’altro come a un avversario dove la nostra vittoria si ottiene con la sconfitta dell’altro. Gesù invece si è lasciato sconfiggere per mostrarci la vera vittoria. Si è fatto povero per farci riconoscere la vera ricchezza. È nella povertà condivisa che si riconosce la dignità dell’altro non più visto come straniero e nemico, ma come un fratello e una sorella da amare. Allora si saprà condividere anche la ricchezza materiale per il bene comune di tutti.

Gesù ha fatto la sua scelta. Ha scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno (Gc 2, 5). Questa deve essere anche la scelta della Chiesa poiché è chiamata da Lui a seguirLo, ad essere Suo sacramento fra le genti e anticipazione del Regno promesso. L’opzione preferenziale per i poveri non è opzionale, ma una scelta profetica che rivela l’azione creativa e salvifica di Dio nella storia. Sarà solo una Chiesa povera e per i poveri, secondo anche il desiderio e la riforma di Papa Francesco, in grado di mostrare il volto stesso di Gesù Cristo, buon pastore dal cuore trafitto, ed essere così seme di speranza per l’umanità.

Papa Leone ha fatto proprio questo cammino ecclesiale attraverso questa Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri. Il mondo ha bisogno, oggi come sempre, di una Chiesa «che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare» (DT 120). L’amore ai poveri è «garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio» (DT 103). Ortodossia e orto-prassi si danno finalmente la mano.

L’opzione preferenziale per i poveri deve pervadere tutta l’esistenza e la missione della Chiesa. Questa scelta non ha un significato di esclusività: non si intende infatti abbracciare un gruppo abbandonando gli altri. È piuttosto una scelta inclusiva che non rigetta nessuno, nemmeno quello che la società ha ritenuto uno scarto. Infatti la pietra scartata è diventata testata d’angolo (Atti 4, 11).

La vocazione di Gesù è la vocazione stessa dei poveri. Come Gesù ha redento il mondo, così il mondo troverà il suo riscatto nell’attenzione al povero che, dopo essere stato messo da parte, diventa principio di conversione per tutti. Infatti, i poveri possono essere per noi come dei maestri silenziosi, «riportando a una giusta umiltà il nostro orgoglio e la nostra arroganza» (DT 108).

Il povero va amato dunque non per i suoi meriti o perché sia migliore degli altri, ma perché nella situazione in cui vive egli dà uno scossone al nostro torpore indifferente e apparente benessere, egli smaschera le bugie su cui fondiamo le nostre scelte e ci chiede di impegnarci nella storia per superare quelle strutture di peccato che tolgono dignità alle persone e le fanno vivere nella miseria. L’invito di Papa Leone è chiaro: «Le strutture di ingiustizia vanno riconosciute e distrutte con la forza del bene, attraverso il cambiamento della mentalità, ma anche con l’aiuto delle scienze e della tecnica, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci nella trasformazione della società» (DT 97).

L’opzione preferenziale per i poveri vuole immaginare non solo una Chiesa per i poveri ma con i poveri. I poveri non sono più da ritenersi semplice oggetto di assistenza o beneficiari dell’azione benefica della Chiesa. I poveri diventano parte integrante della Chiesa e soggetti in grado di mettere in moto e portare avanti nuovi processi sia nell’evangelizzazione, sia nel denunciare strutture sociali ingiuste che generano divisione e miseria, sia nel costruire una società più umana e fraterna. La Chiesa con i poveri è la Chiesa dei poveri. Una Chiesa che non può che essere povera nella misura in cui fa causa comune con loro, ne condivide il cammino e talvolta anche le sorti.

L’Esortazione di Papa Leone ci riporta alla mente il concetto «extra paupers nulla salus» ripetuto dal vescovo brasiliano Pedro Casaldáliga Plá: fuori dai poveri non c’è salvezza, non c’è Chiesa, non c’è Vangelo. Ciò non significa che dove ci sono i poveri ci sia automaticamente la salvezza, ma che non c’è salvezza fintanto che ne sono esclusi. I poveri non sono sempre dei santi, ma «l’esperienza della povertà dà loro la capacità di riconoscere aspetti della realtà che altri non riescono a vedere, e per questo la società ha bisogno di ascoltarli. Lo stesso vale per la Chiesa, che deve valutare positivamente il loro modo “popolare” di vivere la fede» (DT 100).

I poveri ci testimoniano una sapienza evangelica nel modo in cui esprimono la fede nonostante la precarietà, e una santità incarnata per come vivono la carità nella solidarietà. Si impegnano con coraggio a difendere la vita e conservano la gioia sperando contro ogni speranza. In questo i poveri ci evangelizzano. Ci chiamano alla conversione. Ci indicano la salvezza in quel Gesù che si è fatto povero per farci ricchi. I poveri sono vicari di Cristo.

Allora sì, sogno una Chiesa povera e dei poveri. L’immagine di una Chiesa ricca e potente è illusoria. La tentazione del plauso, della rilevanza, della forza ci fa perdere di vista la strada del servizio, dell’umiltà e della fraternità. Tante parole, ma mancheremmo di credibilità. Sarà solo una Chiesa povera e dei poveri quella che saprà rispondere all’invito di Gesù di andare in tutto il mondo e predicare la buona notizia ad ogni creatura, un Vangelo vivo che cambia la vita di chi lo predica e di chi lo ascolta. «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo» (Mc 16, 15-16).

Mons. Christian Carlassare, vescovi de Bentiu (Sud Sudan)
L’Osservatore Romano