Venerdì 16 gennaio 2026
L’Africa occupa una posizione di crescente centralità nella geoeconomia globale in virtù della sua eccezionale dotazione di risorse minerarie, che la colloca come uno dei principali poli di approvvigionamento di materie prime strategiche a livello mondiale. Ma questo non si traduce in sviluppo per i suoi popoli, bensì in nuovo sfruttamento di attori stranieri. Per la posizione cattolica e per ogni retta coscienza ciò è inaccettabile, come fanno fede un’infinità di interventi dei Papi e dei loro rappresentanti.

Basterà ricordare su tutti il discorso di Papa Francesco al suo arrivo nella capitale congolese, Kinshasa, prima tappa del suo ultimo viaggio, giusto tre anni fa, in Africa. «Giù le mani dall’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare», disse, denunciando che «dopo quello politico, si è scatenato un ‘colonialismo economico’, altrettanto schiavizzante» e ammonendo i leader politici congolesi (e in generale africani) a non farsi «manipolare né tantomeno comprare da chi vuole mantenere il Paese nella violenza, per sfruttarlo e fare affari vergognosi».

Ma forniamo qualche numero. Dal punto di vista geologico, il continente detiene circa il 30 per cento delle riserve minerarie globali complessive (US Geological Survey, Mineral Commodity Summaries), con una concentrazione particolarmente elevata di minerali critici essenziali per l’industria avanzata e per la transizione energetica. In particolare, l’Africa possiede oltre il 90 per cento delle riserve mondiali di metalli del gruppo del platino, localizzate prevalentemente in Sudafrica e Zimbabwe (USGS), circa il 60–65 per cento di quelle del cobalto, in larga misura concentrate nella Repubblica Democratica del Congo (International Energy Agency, Critical Minerals Market Review), oltre il 40 per cento di quelle di manganese, con Sudafrica e Gabon come principali produttori (World Bank, Minerals for Climate Action), circa il 30 per cento di quelle i di bauxite, di cui oltre un quarto è situato in Guinea (USGS), e quasi il 70 per cento di quelle ridi fosfati, concentrate in Marocco e nel Sahara Occidentale (FAO, World Fertilizer Trends). A questi dati si aggiungono rilevanti giacimenti di rame in Zambia e nella RDC, di litio in Zimbabwe, Namibia e Mali, di grafite naturale in Mozambico e Madagascar e di terre rare in diversi paesi dell’Africa orientale e australe (IEA; World Bank).

La rilevanza di tali risorse è aumentata in modo significativo nel contesto della transizione energetica globale, poiché tecnologie come veicoli elettrici, batterie agli ioni di litio, reti elettriche avanzate e sistemi di accumulo dipendono in maniera strutturale da minerali quali cobalto, litio, rame, nichel e manganese (IEA, Net Zero by 2050). In questo quadro, la Repubblica Democratica del Congo riveste un ruolo sistemico, producendo oltre il 70 per cento del cobalto mondiale estratto e raffinato, elemento imprescindibile per la produzione di batterie (IEA; USGS), mentre la domanda globale di rame è prevista in crescita di oltre il 40 per cento entro il 2040, con l’Africa destinata a svolgere una funzione chiave sul lato dell’offerta (IEA). Questa trasformazione ha convertito le risorse minerarie africane da semplice fattore di esportazione primaria a vera e propria leva geoeconomica, capace di incidere sugli equilibri industriali, tecnologici e strategici delle principali potenze globali.

La crescente competizione internazionale per l’accesso a tali risorse, come abbiamo spesso messo in evidenza in questa rubrica, si traduce in una nuova “corsa alle materie prime”, nella quale la Cina emerge come attore dominante, controllando direttamente o indirettamente oltre il 60 per cento dei progetti minerari di cobalto e rame nella RDC e detenendo partecipazioni significative in miniere di litio e manganese nell’Africa australe (OECD, Global Material Resources Outlook). Tale influenza non si limita alla fase estrattiva, poiché la Cina concentra circa l’85 per cento della capacità globale di raffinazione del cobalto e oltre il 70 per cento di quella delle terre rare, assicurandosi un controllo sostanziale sulle catene globali del valore (IEA; European Commission, Critical Raw Materials Act). In risposta a questa egemonia, Stati Uniti e Unione europea hanno intensificato le strategie di diversificazione delle forniture, identificando più di 30 materie prime critiche e avviando partenariati strategici con paesi africani quali Namibia, Zambia e Repubblica Democratica del Congo, al fine di ridurre la dipendenza da un singolo fornitore dominante (European Commission; US Department of Energy). Parallelamente, altri attori come India, Russia, Turchia e Paesi del Golfo stanno rafforzando la loro presenza nel settore estrattivo africano, contribuendo a una crescente competizione multipolare (UNCTAD, World Investment Report).

Di contro, il contributo del settore minerario allo sviluppo industriale locale resta limitato. In molti Paesi, oltre il 70 per cento delle esportazioni minerarie avviene ancora sotto forma di materie prime non lavorate, mentre la quota africana nel valore aggiunto globale delle filiere minerarie e metallurgiche rimane inferiore al 10 per cento (World Bank; UNIDO). Questa struttura produttiva espone le economie africane alla volatilità dei prezzi internazionali e riduce la capacità di trasformare la rendita mineraria in sviluppo sostenibile, anche a causa di carenze infrastrutturali, debolezza istituzionale e persistenti problemi di governance delle risorse (African Development Bank, African Economic Outlook). Negli ultimi anni, tuttavia, diversi governi africani hanno avviato tentativi di rinegoziazione dei termini della propria integrazione nelle catene globali del valore, introducendo politiche di “local content”, obblighi di raffinazione interna e una maggiore partecipazione statale nei progetti minerari, mentre iniziative regionali come l’African Continental Free Trade Area mirano a creare mercati integrati capaci di sostenere filiere industriali continentali (AfCFTA Secretariat; World Bank).

In sintesi, la persistente distanza tra l’eccezionale ricchezza naturale del continente e le condizioni socio‑economiche della maggioranza della sua popolazione africana rappresenta una delle contraddizioni più profonde dello sviluppo africano contemporaneo. Tale paradosso è stato ampiamente analizzato dal pensiero critico africano. Frantz Fanon (†1961) osservava come «l’Africa è ricca, ma i suoi popoli restano poveri», sottolineando che la questione delle risorse non può essere separata dai rapporti di potere globali che ne governano l’estrazione e la distribuzione, poiché la ricchezza delle ex colonie continua ad alimentare la prosperità delle metropoli (si veda il manuale “I dannati della terra”; Piccola Biblioteca Einaudi Ns, 2007, pagine 232, euro 24). In una prospettiva analoga, Walter Rodney (†1980) ha sostenuto che il sottosviluppo africano non costituisca una condizione originaria, bensì «il prodotto storico dell’integrazione forzata dell’Africa in un sistema economico mondiale strutturalmente diseguale», nel quale le risorse del continente vengono sistematicamente estratte senza generare accumulazione interna (si veda il manuale “Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa; Mimesis, 2025, 582 pagine, euro 26). Anche l’economista nigeriano Claude Ake (†1996) ha osservato che «l’Africa non soffre di un deficit di risorse, ma di un deficit di potere sul proprio processo di sviluppo», spostando l’attenzione dalla quantità di risorse disponibili alla capacità di governarne l’utilizzo. Anche in ambito culturale, il nigeriano Chinua Achebe (†2013) ha richiamato l’attenzione sulla tragica ironia di un continente in cui l’abbondanza naturale convive con istituzioni fragili e modelli di sviluppo imposti dall’esterno, sostenendo che finché l’Africa non controllerà pienamente l’uso e la narrazione delle proprie risorse, la sua ricchezza continuerà a produrre povertà.

Alla luce di tali contributi, la sfida africana nel contesto della transizione energetica globale non consiste unicamente nel rafforzare il proprio ruolo come fornitore di minerali critici, bensì nel trasformare questa centralità in capacità decisionale, industriale e redistributiva. In prospettiva, la possibilità per l’Africa di affermarsi come attore geoeconomico autonomo dipenderà dalla transizione da esportatore di risorse grezze a produttore di valore aggiunto, utilizzando la propria centralità mineraria come leva negoziale nei confronti dei grandi attori internazionali, evitando che la nuova corsa globale alle materie prime riproduca, in forme rinnovate, le stesse dinamiche estrattive e diseguali che il pensiero critico africano denuncia da oltre mezzo secolo.

P. Giulio Albanese – L’Osservatore Romano