Sabato 24 gennaio 2026
Il ruolo degli intellettuali africani si prospetta in questa fase storica globale come un nodo cruciale nella ridefinizione delle traiettorie politiche, culturali ed epistemiche — cioè relative alla conoscenza, in particolare scientifica e accademica — del continente. [Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]
Tale centralità emerge con particolare evidenza di fronte alla persistenza di profonde asimmetrie nella produzione, nella circolazione e nella legittimazione del sapere, asimmetrie che continuano a marginalizzare le prospettive africane all’interno dei circuiti accademici e decisionali internazionali.
In questo scenario, si distingue il contributo di Khumbudzo Phophi Silence Ntshavheni, attuale ministra nella presidenza del Sud Africa, il cui intervento Reclaiming Africa’s Intellectual Futures offre spunti di grande rilievo. Tale riflessione fu esposta in una Lectio Magistralis in apertura della conferenza annuale dedicata alla vita e all’eredità di Oliver Reginald Tambo, figura simbolo della lotta contro l’apartheid, tenuta tre anni fa presso l’Università del Sudafrica (Unisa). In essa Ntshavheni pose la questione intellettuale africana al crocevia tra pensiero critico, responsabilità istituzionale e progetto politico, superando la tradizionale divisione tra la sfera del sapere e quella del potere.
Il suo intervento si inserisce in una più ampia tradizione del pensiero africano che ha costantemente interrogato le condizioni storiche attraverso cui l’Africa è stata marginalizzata come soggetto epistemico. In questa prospettiva, la subordinazione coloniale non viene cioè letta esclusivamente in termini di sfruttamento economico e territoriale, ma come la produzione di un ordine cognitivo gerarchico, all’interno del quale i saperi africani sono stati sistematicamente svalutati, silenziati o riformulati mediante categorie estranee ai contesti locali.
La colonizzazione del sapere appare così come un processo di lunga durata, i cui effetti continuano a manifestarsi nelle strutture educative, nei curricula universitari, nei criteri di validazione scientifica e nei meccanismi di finanziamento della ricerca. Ciò rende necessaria una riflessione critica che non si limiti alla denuncia, ma che si traduca in una strategia coerente di ricostruzione epistemica.
In questa direzione, la Ntshavheni sottolinea come il futuro intellettuale dell’Africa non possa essere concepito come un semplice adattamento ai modelli dominanti di produzione della conoscenza, bensì richieda un processo di riappropriazione concettuale che coinvolga linguaggi, istituzioni, metodologie e immaginari.
Tale processo si fonda sul riconoscimento della pluralità delle tradizioni intellettuali africane e della loro capacità di generare categorie analitiche autonome. Esso implica il recupero e la valorizzazione delle esperienze storiche di produzione del sapere nel continente, dalle grandi università medievali, come quella di Timbuktu, ai sistemi di conoscenza etnica sviluppatisi attraverso la trasmissione orale, le pratiche artistiche, le cosmologie e le forme di organizzazione sociale.
Questi saperi vanno riconosciuti non come residui di un passato da superare ma come risorse epistemiche vitali per affrontare le sfide del presente.
In tal senso, la riflessione della ministra sudafricana si oppone a una concezione lineare della modernità che identifica il progresso con l’adozione di modelli esterni, proponendo invece una visione in cui la modernità africana si costruisce attraverso un dialogo critico e dinamico tra tradizione e innovazione. Il ruolo degli intellettuali africani emerge, dunque, come centrale nella mediazione tra memoria storica e progettualità futura, richiedendo una capacità di lettura del presente attenta tanto alle continuità quanto alle fratture prodotte dai processi coloniali e post coloniali.
La dimensione politica di tale ruolo risulta ulteriormente accentuata dal fatto che la Ntshavheni, in quanto membro dell’esecutivo sudafricano, colloca la decolonizzazione del sapere all’interno di un orizzonte di policy, di un indirizzo strategico di governance. Evidenzia, cioè, come l’autonomia epistemica non possa essere perseguita senza un impegno statale concreto in termini di investimenti nell’istruzione, nella ricerca scientifica, nella preservazione del patrimonio culturale e nella promozione delle lingue africane come strumenti pienamente legittimi di produzione della conoscenza.
In questo quadro, l’intellettuale africano non si configura soltanto come osservatore critico della realtà, ma come attore coinvolto nella definizione delle condizioni strutturali che rendono possibile la produzione del sapere, chiamato a interagire con le istituzioni e con la società civile per orientare le scelte collettive.
Nell’intervento della ministra, colpisce inoltre la sottolineatura di come la costruzione di futuri intellettuali africani richieda la creazione di ecosistemi della conoscenza inclusivi, capaci di superare la frammentazione che caratterizza molti sistemi educativi del continente, spesso segnati da sottofinanziamento, dipendenza da agende di ricerca esterne e persistente fuga di cervelli. A tale scopo il ruolo degli intellettuali si estende alla costruzione di reti di collaborazione intra-africane, volte a rafforzare la circolazione del sapere all’interno del continente e a ridurre la dipendenza dai centri accademici del Nord globale.
A ciò si affianca l’importanza attribuita alla diaspora africana, concepita non come una risorsa esterna ma come parte integrante dello spazio intellettuale africano, capace di contribuire con competenze, esperienze e connessioni transnazionali alla costruzione di una comunità epistemica più ampia e articolata.
Un ulteriore elemento centrale della riflessione riguarda la dimensione inclusiva del progetto di rinnovamento intellettuale, che non può prescindere dal riconoscimento delle disuguaglianze interne al continente, in particolare quelle legate al genere, alla generazione e alla classe sociale. La costruzione di futuri intellettuali africani richiede infatti il superamento di una concezione elitaria del sapere, promuovendo forme di partecipazione che valorizzino le conoscenze prodotte nelle comunità locali e riconoscano il contributo delle donne e dei giovani come attori fondamentali della trasformazione sociale. In questo senso, l’intellettuale africano è chiamato a interrogare anche le gerarchie interne ai contesti nazionali e regionali, evitando che la decolonizzazione epistemica si traduca in una semplice riorganizzazione delle élite anziché in una trasformazione strutturale dei rapporti di potere.
Nel contesto globale contemporaneo, segnato dall’emergere di nuove tecnologie, dalla crescente centralità dei dati e dall’intensificarsi delle crisi ambientali e sociali, il ruolo degli intellettuali africani assume, infine, una valenza strategica nella capacità del continente di intervenire nei dibattiti globali non come destinatario passivo di soluzioni ma come produttore attivo di idee e pratiche innovative.
La Ntshavheni richiama, dunque, l’importanza di investire nella formazione di pensatori critici, scienziati, ricercatori e innovatori capaci di affrontare le sfide del XXI secolo a partire da prospettive radicate nelle realtà africane, contribuendo così a ridefinire le categorie stesse attraverso cui vengono affrontati temi globali quali lo sviluppo sostenibile, la giustizia sociale e la convivenza interculturale.
In conclusione, il ruolo degli intellettuali africani oggi, così come emerge dal contributo della Ntshavheni, si configura come eminentemente politico ed epistemico. Esso non si limita alla critica dell’eredità coloniale, ma si orienta verso la costruzione attiva di immaginari, istituzioni e pratiche capaci di sostenere l’autonomia del sapere africano e di rafforzare, attraverso la sovranità intellettuale, la capacità del continente di determinare i propri futuri nel sistema mondiale contemporaneo.
Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano