Lunedì 16 febbraio 2026
Da dove veniamo? È una domanda originaria, iscritta nel cuore dell’uomo, che attraversa la storia dell’umanità e le sue molteplici forme di conoscenza. Le tradizioni religiose, la riflessione filosofica e la ricerca scientifica hanno cercato, ciascuna secondo il proprio linguaggio, di illuminare il mistero delle origini e dell’identità umana. (...) [Testo: 
Padre Giulio Albanese. Foto Pixabay]

Come ricordava San Giovanni Paolo II nella Fides et ratio, fede e ragione sono «come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità»: non vie alternative, ma dimensioni complementari della stessa ricerca. Anche la scienza, con i suoi modelli e le sue scoperte, si inserisce in questo orizzonte più ampio di senso. E la domanda rimane intatta, nella sua radicalità: chi siamo e come siamo diventati ciò che siamo?

Per gran parte del Novecento, l’Africa era considerata la culla dell’umanità, in particolare l’Africa orientale, dove i fossili di Omo Kibish e Herto e i resti della Rift Valley sembravano indicare un’origine unica di Homo sapiens circa 200.000 anni fa, poi diffusasi nel resto del continente e del mondo. Negli ultimi decenni, però, questa visione lineare ha iniziato a incrinarsi. Nuovi fossili, nuove datazioni e nuove tecnologie genetiche hanno mostrato che la storia dell’uomo non è una linea retta, ma una rete intricata di rami che si separano e si ricongiungono.

Le scoperte nell’Africa meridionale stanno riscrivendo uno dei capitoli più profondi della nostra storia. Nel 2024, un’équipe internazionale guidata dal genetista Mattias Jakobsson dell’Università di Uppsala ha pubblicato su Nature uno studio che ha sequenziato il Dna di 28 individui antichi vissuti a sud del fiume Limpopo, nell’attuale Sud Africa e Namibia, tra circa 10.200 anni fa e 150 anni fa. È la più grande collezione di genomi antichi mai ottenuta in Africa, un continente dove il caldo e l’umidità rendono la conservazione del Dna estremamente difficile.

Per ottenere questi dati, gli scienziati hanno lavorato su ossa e denti, utilizzando laboratori ultra-sterili, datazioni al radiocarbonio e analisi isotopiche per ricostruire diete e ambienti di vita. Quello che è emerso è sorprendente: una popolazione di cacciatori-raccoglitori che visse nell’Africa meridionale rimase geneticamente distinta per almeno 200.000 anni. Per centinaia di migliaia di anni, questi esseri umani, antenati dei moderni Khoisan (termine ombrello con cui si designano collettivamente due gruppi etnici dell’Africa meridionale, i Khoi e i San) seguirono una traiettoria evolutiva quasi indipendente dal resto del continente. Gli individui antichi portavano una particolare linea mitocondriale, chiamata L0d, trasmessa per via materna e oggi presente solo in alcuni gruppi San del Kalahari, e alcuni uomini portavano un raro cromosoma Y associato alle stesse popolazioni.

Per lunghissimo tempo, questo gruppo rimase isolato. Solo circa 1.400 anni fa compaiono segni chiari di mescolanza genetica con popolazioni provenienti dall’Africa orientale, in coincidenza con le grandi migrazioni bantu che trasformarono la geografia linguistica e culturale dell’Africa subsahariana. Nei secoli successivi, il quadro si complicò ulteriormente con contributi genetici dall’Africa occidentale e dall’Europa. Eppure, ancora oggi, i Khoisan conservano in media circa il 79 per cento di quell’antica eredità genetica, anche se non sono copie identiche dei loro antenati. La distanza genetica tra gli antichi sudafricani e i moderni Juǀ’hoansi è paragonabile a quella tra popolazioni europee e asiatiche, testimonianza della profondità delle differenze umane già presenti in Africa molto prima della dispersione globale.

Il Dna e le analisi isotopiche permettono anche di immaginare come vivevano queste persone. Avevano pelle scura e occhi marroni, non potevano digerire il latte in età adulta e non possedevano varianti genetiche protettive contro malaria e tripanosomiasi. La loro dieta era flessibile: carne di animali selvatici, pesce, molluschi e piante raccolte. Vivevano lungo le coste, nei pressi dei fiumi e nelle savane interne, adattandosi a ambienti diversi e mutevoli. Uno dei siti più affascinanti è Matjes River, un riparo roccioso abitato per circa ottomila anni. Gli strati archeologici mostrano cambiamenti nelle tecnologie e nei modi di vivere: nuovi strumenti, nuove pratiche di sussistenza, nuove tradizioni. Eppure, il Dna rimane sorprendentemente stabile.

Qui infatti la cultura cambia senza che la popolazione venga sostituita, un caso raro nella preistoria, dove spesso nuove tecnologie arrivano con nuovi popoli. Le analisi demografiche basate sul Dna suggeriscono che questa popolazione non era piccola né fragile. Rimase numerosa per centinaia di migliaia di anni, per poi ridursi durante l’ultima glaciazione. Questo pattern suggerisce che l’Africa meridionale abbia funzionato come un refugium umano, una regione relativamente stabile dove gruppi umani poterono sopravvivere alle oscillazioni climatiche mentre altre parti del continente diventavano inospitali. Durante i periodi più caldi, alcune di queste persone potrebbero essersi spostate verso nord, portando con sé geni, tecnologie e idee. L’archeologia conferma questa visione di lunga continuità.

Uno dei risultati più interessanti riguarda i geni che rendono tale l’Homo sapiens moderno. I ricercatori hanno analizzato mutazioni proteiche uniche dei sapiens e assenti nei Neandertal e nei Denisova. Molte di queste, considerate in passato universali, mostrano invece una sorprendente variabilità. Il gene Tktl1, un tempo proposto come chiave della crescita neuronale, mostra una variante arcaica comune negli antichi sudafricani e nei moderni Khoisan. Altre varianti coinvolgono il sistema immunitario, la funzione renale e la regolazione dei fluidi corporei, forse legate alla sudorazione e alla resistenza fisica, caratteristiche cruciali per la sopravvivenza nei climi africani. Più della metà delle varianti genetiche uniche di questa popolazione antica non è presente nei campioni globali moderni, suggerendo che molta della diversità umana antica è andata perduta nel tempo a causa di migrazioni, colli di bottiglia demografici e sostituzioni di popolazione.

Tutto questo porta a una visione nuova e potente: Homo sapiens non nasce in un unico luogo da un’unica popolazione. Sempre più scienziati parlano di un modello pan-africano, in cui diverse popolazioni distribuite nel continente si sono separate, adattate localmente e poi riconnesse attraverso scambi episodici. L’umanità non appare dunque sul pianeta come un’esplosione improvvisa, ma come una rete di comunità che condividono geni, culture e innovazioni nel corso di centinaia di migliaia di anni. Le evidenze dell’Africa orientale e dell’Africa meridionale non sono storie in competizione, ma capitoli diversi della stessa epopea. L’antico Dna del Limpopo racconta una storia di resilienza e creatività: un popolo che sopravvive ai cambiamenti climatici, innova senza essere sostituito, conserva una diversità genetica profonda e contribuisce alla storia globale dell’umanità.

La nostra specie cioè non è il prodotto di una singola mutazione o di un singolo luogo sacro. È il risultato di una lunga convergenza di pluralità, adattamenti e incontri. In questa prospettiva, la pluralità delle origini non contraddice l’unità dell’umanità, la rende più profonda e più reale: siamo uniti non perché veniamo da un unico punto, ma perché veniamo da una lunga storia di differenze che si sono incontrate. E in quel Sud dell’Africa, lungo le coste battute dall’oceano e nei ripari rocciosi come Matjes River, una parte della nostra storia rimase in silenzio per centinaia di migliaia di anni, per poi riemergere oggi dalle ossa e dal Dna, raccontandoci che l’umanità è stata, fin dall’inizio, un mosaico di percorsi, tempi e destini intrecciati.

Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano