Martedì 2 giugno 2026
Un intero Paese sospeso tra il fragore delle armi e il silenzio dei continui sfollamenti di una popolazione ormai allo stremo. È così che il Sudan si presenta oggi, segnato da una guerra — divampata Il 15 aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi (Saf) e i paramilitari delle Rapid support forces (Rsf) — che non ha risparmiato città, villaggi né infrastrutture vitali, trasformando la quotidianità in una lotta costante per la sopravvivenza.

Il conflitto, rapidamente evolutosi in una crisi nazionale totale, ha travolto milioni di civili inermi con una forza difficilmente contenibile, spalancando le porte a una delle peggiori emergenze umanitarie globali. Le Nazioni Unite l’hanno definita senza esitazione «la più grave crisi di sfollati al mondo», una definizione che restituisce solo in parte la dimensione della catastrofe umana in corso. Dietro queste parole si celano milioni di storie individuali: famiglie separate, bambini dispersi, anziani lasciati indietro, interi quartieri svuotati nel giro di poche ore.

Quella che, oltre tre anni fa, era una fragile convivenza tra poteri militari è esplosa in uno scontro aperto, violento e diffuso, capace di destabilizzare l’intero tessuto sociale ed economico del Paese.

Le città, in particolare la capitale Khartoum, sono diventate scenari di combattimenti urbani, evacuazioni improvvise e distruzione sistematica di servizi essenziali. In questo contesto, la popolazione civile è rimasta intrappolata tra linee di fuoco mutevoli e un collasso progressivo delle istituzioni.

Oltre 12 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Non si tratta di un movimento lento o programmato, ma di una fuga continua, caotica, spesso notturna, sotto il rumore delle armi e la minaccia costante di bombardamenti. Alcuni hanno cercato rifugio in altre regioni del Sudan, in condizioni sempre più precarie e affollate, mentre altri hanno intrapreso viaggi lunghi e pericolosi verso i paesi limitrofi, attraversando confini resi instabili dall’emergenza: Egitto, Ciad e Sud Sudan sono diventati punti di approdo improvvisati, spesso privi delle infrastrutture necessarie ad accogliere un flusso di tale portata.

Parallelamente, la crisi umanitaria ha raggiunto livelli allarmanti. Oggi, circa 30,4 milioni di persone – più della metà della popolazione sudanese – necessita di assistenza urgente. Si tratta di un collasso diffuso dei bisogni primari: cibo, acqua, cure mediche, sicurezza e protezione. Il sistema sanitario, già fragile prima del conflitto, è stato gravemente compromesso: un ospedale su tre non è più operativo e molte strutture ancora attive funzionano in condizioni precarie, con carenze di personale, forniture e sicurezza. Il movimento degli operatori umanitari e la distribuzione degli aiuti risultano spesso ostacolati da combattimenti, blocchi stradali e mancanza di corridoi sicuri. Le conseguenze sono immediate e drammatiche: intere comunità restano isolate per giorni o settimane, senza accesso a cibo, cure o rifornimenti essenziali.

Sul piano economico, il Paese è entrato in una vera e propria “economia di guerra”. Le catene di approvvigionamento si sono spezzate, le produzioni agricole interrotte o abbandonate, e le importazioni fortemente limitate. Le materie prime scarseggiano e, quando disponibili, raggiungono prezzi proibitivi. Il cibo diventa sempre più difficile da reperire, il carburante è insufficiente per garantire trasporti e servizi minimi, e i medicinali sono spesso introvabili o fuori portata per la maggior parte della popolazione. Nel mezzo di questo collasso generalizzato, la popolazione civile affronta una crisi alimentare crescente. Si stima che circa 3,6 milioni di bambini siano a rischio di malnutrizione acuta, una condizione che può compromettere in modo permanente la crescita e lo sviluppo. La carestia, già presente in alcune aree del Paese, continua ad allargarsi, alimentata dai combattimenti, dall’insicurezza, dalla distruzione dei raccolti e dall’impossibilità di distribuire aiuti in modo stabile e capillare.

In questo drammatico scenario, privo di una soluzione pacifica all’orizzonte, Il Sudan appare come un Paese frammentato, sospeso tra emergenza e collasso, dove ogni giorno si traduce in una nuova lotta per la sopravvivenza. Le cifre, per quanto impressionanti, non riescono a restituire pienamente il peso umano della crisi: il rumore delle città svuotate, il silenzio delle scuole chiuse, le file interminabili per un pezzo di pane o per un po’ d’acqua, le notti trascorse senza sapere se il giorno successivo porterà sicurezza. È una crisi senza sbocchi, che non è soltanto militare, ma profondamente umana, sociale ed esistenziale, che continua a consumare, giorno dopo giorno, la vita di milioni di persone.

Francesco Citterich – L’Osservatore Romano