Sabato 13 giugno 2026
C’è una soglia oltre la quale la sofferenza smette di fare notizia. La Repubblica Democratica del Congo l’ha abbondantemente superata. Per il decimo anno consecutivo questo Paese figura tra le crisi di sfollamento più trascurate al mondo secondo il Norwegian Refugee Council (Nrc). Si tratta di un primato che fotografa il fallimento della risposta internazionale a una delle emergenze umanitarie più gravi e prolungate del pianeta.
La RD Congo vive da decenni in uno stato di emergenza strutturale, alimentato da conflitti armati, instabilità politica, povertà endemica e, oggi, da una nuova epidemia di Ebola. La sua gravità risiede dunque anche nella cronicità. All’origine non ci sono cause improvvise né imprevedibili, ma precise decisioni politiche di potere accompagnate da una mirata disinformazione. Il che finisce per rendere la sofferenza di milioni di persone una sorta di luogo comune generatore di assuefazione nelle opinioni pubbliche internazionali.
Il quadro attuale combina tre crisi intrecciate: sfollamento interno, insicurezza alimentare ed epidemia. Ognuna richiederebbe una risposta coordinata. La loro simultaneità avrebbe dovuto portare la RD Congo al centro dell’agenda umanitaria globale. Invece, accade il contrario. Nel 2025, solo il 27,4 per cento dei fondi necessari per rispondere alla crisi congolese è stato erogato, il livello più basso in dieci anni. Oltre 21 milioni di persone hanno ricevuto aiuti ridotti o nulli. Un decennio fa la comunità internazionale destinava in media 55 dollari per ogni persona bisognosa in RD Congo; oggi la cifra è scesa sotto i 33. È il segno concreto di un disinvestimento umanitario.
Jan Egeland, segretario generale dell’NRC, ha definito questa trascuratezza non una conseguenza inevitabile della scarsità di risorse, ma una scelta deliberata. I governi donatori privilegiano investimenti militari e strategici, mentre lasciano senza risposta crisi giudicate prive di importanza geopolitica. L’aiuto umanitario internazionale non è guidato solo dal bisogno, ma da interessi, visibilità mediatica e prossimità politica o culturale.
Il metodo NRC valuta le crisi lungo quattro assi: copertura mediatica, finanziamenti, attenzione politica internazionale e scala dello sfollamento. Da rilevare che la RD Congo ha guidato questa classifica nel 2017, 2020 e 2021, si è collocata al secondo posto in altri cinque anni e nel 2026 risulta ancora seconda, dopo il Sudan. Quando lo stesso Paese compare per dieci anni tra le crisi più ignorate, la spiegazione non è la mancanza di conoscenza, bensì una scelta politica persistente.
Su questo sfondo si innesta la crisi alimentare. Nell’est, soprattutto in Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, i campi per sfollati accolgono da anni popolazioni in fuga da gruppi armati, operazioni militari e violenze intercomunitarie. La guerra interrompe le attività agricole, distrugge infrastrutture rurali, impedisce l’accesso ai mercati e priva le famiglie di bestiame e sementi. Ne deriva una vulnerabilità cronica che i tagli agli aiuti rendono sempre più difficile affrontare.
Nel maggio scorso, come se non bastasse, è esplosa una nuova epidemia di Ebola. Al 16 maggio, le autorità sanitarie avevano registrato otto casi confermati, 246 sospetti e 80 decessi sospetti nella provincia di Ituri. Il focolaio si è poi esteso a Goma, città di un milione di abitanti, alla capitale Kinshasa e oltre frontiera, in Uganda.
L’organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha classificato la situazione come emergenza sanitaria di portata internazionale, avvertendo che l’epidemia potrebbe essere più estesa di quanto rilevato. Lo indicano i decessi inspiegabili, l’alto tasso di positività dei campioni e la debole diffusione delle informazioni sulla trasmissione del virus. Preoccupa anche la morte, mentre scriviamo, di almeno quattro operatori sanitari, segno della fragilità dei protocolli di prevenzione. La complessità aumenta perché il ceppo responsabile è la variante Bundibugyo, per la quale non esistono vaccini approvati né terapie specifiche. A differenza di precedenti focolai legati al ceppo Zaire, contro cui è disponibile il vaccino rVSV-ZEBOV, l’attuale epidemia lascia le autorità sanitarie prive di strumenti profilattici consolidati. L’insicurezza, la mobilità della popolazione e la natura urbana o semiurbana del focolaio aggravano il rischio di propagazione. L’Ebola non si sovrappone casualmente alla crisi congolese sfruttandone le condizioni. Sfollamento, malnutrizione, distruzione del sistema sanitario e impossibilità di raggiungere molte aree rurali creano l’ambiente ideale per la diffusione del virus. La vulnerabilità diventa il vettore più efficace del contagio.
Il Global Preparedness Monitoring Board, l’organismo indipendente istituito nel 2018 dall’OMS e dalla Banca Mondiale per valutare e monitorare la capacità internazionale di prevenire e rispondere a crisi ed emergenze sanitarie globali, ha avvertito nel giugno 2026 che il mondo non è più al sicuro dalle pandemie. Nel caso della RD Congo, questa diagnosi appare già realizzata: sistemi sanitari distrutti, campi sovraffollati, mancanza di acqua potabile, insicurezza e finanziamenti insufficienti precedono il virus e ne facilitano la diffusione.
La crisi congolese mostra così il nesso profondo tra conflitto, sfollamento, fame e salute. Lo sfollamento spezza reti sociali e familiari, riduce la produzione agricola e aumenta la dipendenza dagli aiuti; la malnutrizione indebolisce i sistemi immunitari; la crisi sanitaria alimenta paura, movimenti disordinati e sfiducia verso le istituzioni. Nessun intervento parziale può spezzare da solo questa spirale.
Anche la vicenda della nazionale congolese di calcio riflette queste contraddizioni. La RD Congo si è qualificata alla Coppa del Mondo 2026, il primo Mondiale in 52 anni per una nazionale che allora si chiamava ancora Zaire, ma deve prepararsi in condizioni straordinarie. Washington ha imposto protocolli sanitari molto rigidi. La squadra dovrà trascorrere almeno 21 giorni in una bolla sanitaria in Europa prima di entrare negli Stati Uniti. Il ritiro previsto a Kinshasa è stato annullato, così come l’amichevole del 9 giugno contro il Cile in Spagna. La visibilità sportiva rischia così di illuminare solo i problemi logistici, lasciando nell’ombra la crisi umanitaria che li produce.
Il contesto globale aggrava ulteriormente il quadro. Lo scorso anno, a fronte di un fabbisogno umanitario di 45,47 miliardi di dollari, ne sono stati erogati solo 15,95, con un deficit di oltre 29,5 miliardi. Le crisi meno visibili, prive di sponsor geopolitici e di attenzione mediatica, subiscono i tagli più duri. I principali donatori hanno ridotto gli aiuti a partire dagli Stati Uniti che, con lo smantellamento di USAID e i tagli dell’amministrazione Trump, hanno ridotto il proprio contributo all’assistenza pubblica allo sviluppo del 56,9 per cento nel 2025, diventando da soli responsabili di quasi tre quarti del calo globale degli aiuti. Il Regno Unito prevede di scendere dallo 0,5 allo 0,3 per cento del reddito nazionale lordo entro il 2027. Germania, Francia e Paesi Bassi hanno annunciato contrazioni significative. Nel complesso, nei bilanci dei Paesi dell’organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) l’Aiuto pubblico allo sviluppo è calato del 23,1 per cento nel 2025. E giova ricordare che l’OCSE è un’organizzazione internazionale che riunisce 38 Paesi impegnati a promuovere politiche per migliorare il benessere economico e sociale nel mondo.
La logica di questi tagli è politica. La retorica del debito pubblico e della sicurezza nazionale si combina con la delegittimazione del multilateralismo e con una solidarietà sempre più subordinata al ritorno immediato d’interesse. Il confronto con la spesa militare globale è eloquente, basti pensare che nel 2025 ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, circa 7,9 miliardi al giorno. Il deficit umanitario globale equivale a poco più di tre giorni e mezzo di spesa militare mondiale.
Alla fine, resta una domanda politica e morale: qual è il costo dell’indifferenza sistematica? La comunità internazionale non manca di risorse né di capacità organizzativa. Sa finanziare il riarmo, organizzare tornei globali, sviluppare tecnologie avanzate. Ciò che manca è la volontà di applicare quella stessa capacità alla protezione delle vite umane dove l’abbandono è diventato norma.
La Repubblica Democratica del Congo è certamente uno di quei luoghi. Nella sua crisi si riflettono le contraddizioni dell’ordine internazionale contemporaneo. La lista è lunga: risorse abbondanti e povertà estrema, tecnologia avanzata e sistemi sanitari inesistenti, retorica dei diritti universali e gerarchie implicite tra vittime considerate degne o indegne di attenzione. Studiare la crisi congolese significa portare alla luce le strutture invisibili che decidono chi conta e chi può essere dimenticato.
Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano