Sabato 13 giugno 2026
Le tre comunità della Curia generalizia dei Missionari Comboniani hanno celebrato ieri la solennità del Sacro Cuore con i confratelli presenti a Roma, un gruppo di sacerdoti amici, alcune missionarie comboniane, il personale di servizio e altri amici della comunità. La Messa è stata presieduta dall’arcivescovo venezuelano mons. Edgar Peña Parra, attuale nunzio apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino, accompagnato dai suoi consiglieri, mons. Filippo Colnago e mons. Mauro Cionini. Tra i concelebranti, accanto a mons. Edgar, c’erano padre Luigi Codianni, superiore generale, e padre David Costa Domingues, vicario generale.
Nell’occasione, è stata ricordata la nomina del comboniano mons. Tesfaye Tadesse Gebresilasie, avvenuta ieri (12 giugno), alla guida dell’arcieparchia di Addis Abeba, in Etiopia.
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In preparazione alla solennità, i confratelli delle tre comunità hanno animato un triduo di preghiera e riflessione sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù, ispirandosi al capitolo V dell’ultima enciclica di papa Francesco Dilexit nos (“Ci ha amati”). In questi tre giorni i missionari sono stati invitati a fermarsi e a riscoprire la fonte dell’amore, il Cuore di Gesù: in altre parole, a contemplare l’amore che da esso scaturisce, un amore che guarisce, ristora e rinnova ogni cosa.
Ogni giorno del triduo ha sviluppato uno degli aspetti fondamentali del Cuore di Cristo: l’amore al prossimo, la riparazione e la missione.
Nel primo giorno, padre Alberto Silva ha ricordato che la solennità del Sacro Cuore è la grande festa del nostro Istituto, perché il Cuore di Gesù è la sorgente della nostra vocazione e della nostra missione.
Seguendo Dilexit nos (n. 147), ha affermato che tutto comincia da una certezza semplice e decisiva: «Gesù mi ama. Personalmente. Con un amore che precede ogni mio passo. Da questa certezza nasce l’amore al prossimo».
Padre Alberto ha indicato tre movimenti: credere che Gesù mi ama; portare a lui le ferite del mondo, perché il suo Cuore è il luogo della guarigione; diventare persone che “usano il cuore”, capaci di compassione; missionari che amano il prossimo come il buon samaritano della parabola evangelica.
Infine, ha ricordato quanto il Papa afferma al n. 148: il cuore è il luogo della verità, della sincerità e dell’interiorità autentica, dove non è possibile ingannare. Il cuore rappresenta il centro vitale della persona, lo spazio intimo in cui si scoprono le vere intenzioni e il senso profondo del nostro essere: lì Cristo entra, lì guarisce, lì trasforma.
Nel secondo giorno, padre Cosimo De Iaco ha approfondito il tema della riparazione. Ha ricordato che la devozione al Sacro Cuore è una devozione riparatrice: non un gesto intimistico, non un rifugio spirituale, ma – come afferma Dilexit nos al n. 152 – una partecipazione liberamente accettata all’amore che ricostruisce ciò che il peccato ha distrutto.
Riparare, ha spiegato, significa lasciarsi guarire, assumere le ferite del mondo e collaborare con Cristo nella sua opera di misericordia e di redenzione dell’intera umanità. «Solo un cuore “riparato” può diventare un cuore missionario», ha concluso padre Cosimo.
A riflettere sulla dimensione della missione, nel terzo giorno, è stato padre Korir John. Ha ripreso brevemente le riflessioni dei giorni precedenti per mostrare come la missione nasca soltanto da un Cuore che ha imparato ad amare e a lasciarsi guarire.
La missione è fondamentalmente e anzitutto annuncio. Lo ricorda papa Francesco al n. 149, quando afferma che il Cuore di Cristo è «il nucleo vivo del primo annuncio». Da lì nasce ogni missione autentica.
Per questo, ha affermato: «I tre temi di questi tre giorni di riflessione non sono temi separati, ma hanno un’unica dinamica spirituale: l’amore al prossimo ci apre agli altri; la riparazione guarisce il cuore ferito; la missione è il cuore guarito che si mette in cammino».
Mentre il peccato ferisce, divide e spezza, il Cuore di Cristo – come ricorda il Papa al n. 147 – ci ama prima, durante e dopo il nostro peccato. E quando il Cuore trafitto incontra il nostro cuore ferito, nasce la guarigione.
«Un cuore guarito non può restare fermo: va incontro alle ferite degli altri, perché le riconosce, le comprende e sa cosa significa essere risanato. Il cristiano che vive unito al Cuore di Gesù diventa attraente. Il missionario comboniano devoto al Sacro Cuore diventa fecondo. Perché non annuncia se stesso, ma le fiamme d’amore del Cuore di Cristo», ha detto.
Ha poi ricordato che anche papa Francesco, al n. 150 di Dilexit nos, cita san Daniele Comboni, che trovò nel Cuore di Gesù la forza per consumare la propria vita a favore dei più poveri. Quel Cuore trafitto non era soltanto un simbolo, ma una sorgente ardente.
Padre Korir ha fatto riferimento anche al cuore di Maria, sempre accanto al Cuore del Figlio Gesù. Infatti, al n. 153, il Papa la chiama Nostra Signora del Sacro Cuore: colei che custodisce i sentimenti del Figlio e li rende fecondi nella missione. E aggiunge: «Maria ci ricorda che la missione non è mai un fatto isolato tra “me e Lui”: si vive, si soffre e si irradia in comunione».
Padre Korir ha concluso: «Chiediamo al Signore, per intercessione di san Daniele e sotto lo sguardo materno di Maria, di infiammare i nostri cuori. Perché possano essere “cuori amati”, “cuori riparati”, “cuori inviati”. Cioè cuori che vanno incontro ai cuori feriti del mondo, prolungamento vivo e ardente delle fiamme d’amore del Cuore di Gesù».
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Nella Messa del giorno della solennità mons. Edgar Peña Parra ha proferito l’omelia che di seguito pubblichiamo.
Omelia di S.E. Rev.ma Mons. Edgar Peña Parra
Reverendi sacerdoti, cari fratelli e sorelle,
all’inizio di questa solenne celebrazione eucaristica desidero rivolgere il mio cordiale saluto al Superiore Generale P. Luigi Fernando, per il cortese invito rivoltomi, come pure ai membri del Consiglio Generale, a voi Missionari e a quanti fanno parte della grande famiglia comboniana nel mondo. Vi ringrazio per l’accoglienza riservatami.
Sono molto lieto che a pochi mesi dall’inizio della mia missione come Nunzio Apostolico in Italia e San Marino, ho l’occasione di celebrare con voi la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù durante la quale rinnoverete i voti religiosi; il “sì” offerto con gioia e fedeltà al dono della propria consacrazione missionaria. Questo, poi, nell’odierna celebrazione è espressione di un amore più alto. Una scelta libera che si fonda proprio nella contemplazione del mistero del Cuore trafitto di Gesù, nel quale San Daniele Comboni ha trovato ispirazione e forza per l’impegno missionario.
Quando incontro una comunità religiosa dal vissuto così ricco e fecondo come la vostra, percepisco quanto Dio ami la sua Chiesa e come il Cuore di Gesù Cristo, nella forza creativa dello Spirito Santo, continui ancora oggi a guidarla e,
attraverso i tanti missionari, a rafforzarla nella fede e nella speranza,
Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, ci ricorda quanto il Signore sia “cordiale”. Il suo cuore, infatti, è «mite e umile» (Mt 10,29), sensibile alle nostre difficoltà e alle nostre fatiche, alle nostre preoccupazioni e alle tante paure che accompagnano il nostro cammino. Un cuore non solo compassionevole, ma che guarisce e trasforma la nostra volontà.
La Prima lettura che abbiamo ascoltato, tratta dal Deuteronomio, il quinto libro della Torah, che conserva le ultime parole del grande condottiero Mosè, afferma come Israele sia «un popolo consacrato al Signore» (Dt 7,6). Ciò lo porta a riconoscere l’amore di Dio, che è fedele e che «mantiene l’alleanza e la bontà per mille generazioni» (Dt 7,9).
In Gesù questo popolo è la Chiesa, nata dal costato trafitto del Signore e dall’invio dello Spirito Santo. Una comunità fondata dall’amore perché, come ci ha ricordato la Seconda lettura, «chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (IGV 4,7-8). In queste parole di San Giovanni possiamo contemplare l’infinita bellezza della paternità di Dio che genera alla carità attraverso il Cuore stesso di Gesù.
Il Vangelo, infine, ci consola con le parole di Gesù che sono un invito a ricorrere a Lui quando siamo “stanchi e oppressi”, certi che ci darà ristoro e conforto (cfr Mt 11,28). Come Dio nell’Antico Testamento (cfr. Es 33,14; Sir 6,23-32), Gesù promette riposo a coloro che prendono su di sé gli impegni del regno. Il cristiano, immerso nel mondo, annuncia così «la dolcezza e la mansuetudine di Cristo» (2Cor 10, 1) nella propria vita, e non perde la speranza nelle difficoltà e prove, perché il Cuore di Gesù gli infonde il coraggio e la costanza.
Oggi, carissimi sacerdoti, rinnovate la vostra consacrazione «a seguire Cristo nella sua missione evangelizzatrice, specialmente tra i più poveri e abbandonati» (dal Rito sulla Rinnovazione della Consacrazione per la Missione). Questa volontà nasce e si rinnova nel Cuore di Cristo, nascosto nella santa Eucaristia, che palpita per noi come un fuoco, la fiamma stessa della Pentecoste che riempi di gioia e di coraggio i discepoli. Il vostro, come quello di ogni consacrato, è un cuore che può cambiare il mondo, come lo hanno coraggiosamente dimostrato i tanti missionari che vi hanno preceduto; un cuore che è «estasi, è uscita, è dono, è incontro» (Papa Francesco, Dilexit nos, N. 28).
La solennità che stiamo celebrando è il mistero dell’amore di Dio che si manifesta nel dono del Cuore del Suo Figlio. Infatti, in Gesù Dio è venuto a noi nella pienezza della sua persona, e il suo amore dà risposta ai nostri dolori, alle nostre sofferenze, al nostro pianto, all’incontro inevitabile con la morte. Così come alle situazioni buie della nostra storia, nelle sue guerre e conflitti che ancora portano profonde ferite. A proposito di queste lacerazioni, Papa Leone XIV, ci ha ricordato recentemente la necessità di una «consolazione della carità cristiana, specialmente in regioni colpite da odio e violenza» come pure ha invitato tutti «a comprendere l’urgenza di intraprendere una conversione missionaria continua e di cercare insieme modi per essere una Chiesa missionaria per guarire il nostro mondo, cosi pieno di tensioni, conflitti e guerre» (Ai partecipanti all’Assemblea Generale delle Pontificie Opere Missionarie, 1° giugno 2026)
È solo il Cuore di Gesù, amore versato liberamente, che può illuminare questa nostra storia, i nostri stessi cuori e così portare la fiamma dello Spirito nel mondo, consolare e offrirsi per il bene. Siamo difatti persuasi che il prolungamento della fiamma d’amore del Cuore di Cristo avviene anche nell’opera missionaria della Chiesa, in ogni vostro servizio ecclesiale per portare l’annuncio dell’amore di Dio manifestato in Cristo.
San Paolo VI, rivolgendosi alle Congregazioni che diffondono la devozione al Sacro Cuore, ricordava che «non vi è dubbio che l’impegno pastorale e 10 zelo missionario arderanno in maniera vivissima, se, sacerdoti e fedeli, al fine di propagare la gloria di Dio, contempleranno l’esempio dell’amore eterno che Cristo ci ha mostrato, e rivolgeranno i loro sforzi per rendere partecipi tutti gli uomini delle imperscrutabili ricchezze di Cristo» (Lett. Diserti interpretes del 25 maggio 1965, 4). Alla luce del Sacro Cuore, la missione diventa una questione d’amore che abbraccia e che salva.
Carissimi, vi invito anzitutto a fare memoria con gratitudine di ciò che Dio ha compiuto in questi 159 anni attraverso il servizio generoso dei Missionari Comboniani, la dedizione dei sacerdoti e delle religiose, e la fede semplice e perseverante di tante famiglie che seguono il carisma di san Daniele; nulla di ciò che il Signore opera nella storia della Chiesa va perduto: ogni gesto d’amore, ogni sacrificio nascosto, ogni cammino condiviso continua a generare vita e speranza. Continuate perciò a vivere con autenticità il vostro carisma nella qualità delle relazioni, il primato della preghiera e la coerenza tra fede e vita.
Siate una Comunità religiosa concretamente missionaria, capace di parlare al cuore delle persone con linguaggi comprensibili, attenta alle ferite umane, pronta ad ascoltare, accompagnare e guarire laddove la Provvidenza vi ha chiamati ad operare. Non lasciate che l’audacia missionaria venga soffocata da ciò che è secondario, ma abbiate invece il coraggio del discernimento, per riconoscere sempre ciò che è essenziale: il Cuore di Cristo vivo, il Vangelo e l’amore di Dio che continua a salvare il mondo.
Vi affido al Cuore Immacolato di Maria e Nostra Signora del Sacro Cuore, figure queste che rappresentano per voi missionari un’icona di tenerezza, di protezione e vicinanza alle sofferenze dell’umanità, affinché guardando lei possiate anche voi imparare lo stile umile e docile per accogliere la Parola del Suo Figlio Gesù, San Daniele Comboni, vostro Padre, vi accompagni sempre ispirandovi cammini nuovi di evangelizzazione. Amen.
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Dopo l’omelia, i comboniani presenti – sacerdoti e fratelli – hanno ringraziato il Signore per la loro vocazione missionaria e, affidandosi al Cuore di Gesù, hanno fatto la rinnovazione dei voti.
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Al termine dell’Eucaristia, padre David Domingues ha ringraziato tutti i presenti per la loro presenza, in particolare il parroco di San Vigilio, gli amici e benefattori. Infin, ha invitato tutti all’agape fraterna, per festeggiare il Sacro Cuore insieme come famiglia comboniana.