Mercoledì 17 giugno 2026
«La cittadina è quasi deserta. Il novanta per cento della gente ha abbandonato la propria casa». Da Mungbere, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, la voce di un missionario restituisce l’immagine di una comunità sospesa tra paura e incertezza. Da settimane l’area del Haut-Uélé è interessata da nuove operazioni militari contro gruppi armati che le autorità congolesi attribuiscono alle Adf (Forze democratiche alleate), il movimento jihadista originario dell’Uganda che negli ultimi anni ha esteso la propria presenza in ampie zone dell’est congolese. [Fabrizio Floris]

Secondo l’esercito di Kinshasa, le operazioni di rastrellamento sono in corso lungo l’asse Isiro-Mungbere e la popolazione è stata invitata a non percorrere temporaneamente alcune strade della zona. Le autorità militari sostengono che i ribelli stiano tentando di disperdersi in piccoli gruppi dopo aver subito perdite significative. Tuttavia, sul terreno, la situazione appare molto più confusa e difficile da controllare.

Mungbere, circa 135 chilometri a est di Isiro, è diventata uno degli epicentri della crisi. Già nelle settimane precedenti numerose fonti locali segnalavano l’abbandono progressivo della cittadina a causa degli scontri avvenuti nelle aree circostanti. «I ribelli ancora non identificati, forse Adf, scorrazzano nelle campagne sul lato sud», racconta un missionario. «Sono arrivati rinforzi militari, ma hanno difficoltà ad attaccarli. I ribelli hanno armi sofisticate e tendono imboscate». In una zona dove le strutture sanitarie rappresentano spesso l’unico presidio stabile dello Stato, l’ospedale è diventato contemporaneamente luogo di cura, rifugio e presidio militare. «È il posto più presidiato. Ci sono una trentina di militari all’interno […] ma tanti sono indisciplinati. Bevono alcol».

Lo scorso 6 giugno «dietro il muro del nostro convento è stato freddato un nostro infermiere, Emmanuel. Lavorava nella maternità». Secondo le testimonianze raccolte sul posto, ad ucciderlo potrebbe essere stato un militare delle Fardc (esercito regolare). Nel frattempo, i medici dell’ospedale si sono nascosti. «Non possono muoversi, sono in pericolo». Mentre l’esercito concentra uomini e mezzi nell’area, migliaia di persone continuano a lasciare i villaggi. Secondo informazioni diffuse dai media congolesi, oltre ventimila persone risultano coinvolte dagli spostamenti forzati e circa settemila sarebbero ospitate in scuole e strutture della città di Isiro.

A Isiro un missionario racconta l’arrivo continuo di famiglie in fuga dalle aree colpite dai combattimenti. «Nei giorni scorsi una ventina di persone erano ospitate nelle sale parrocchiali, stamattina ne abbiamo contate una cinquantina». Donne, bambini e anziani arrivano dopo aver camminato per ore nella foresta. Alcuni hanno appreso che le loro case sono state incendiate. Altri hanno ricevuto notizia dell’uccisione di parenti e conoscenti rimasti nelle località di origine. Tra loro c’è Martin, catechista della zona. «In questi giorni ha ricevuto la notizia che la sua casa è stata bruciata e con la sua tante altre del villaggio di Ndubala. Era veramente triste, ma almeno è in vita». Proprio Ndubala, a circa venticinque chilometri da Mungbere, è indicata come una delle località maggiormente colpite. I missionari riferiscono di villaggi svuotati, abitazioni incendiate e popolazioni costrette a fuggire senza sapere quando potranno tornare. «Tutti ci chiediamo: chi sono questi ribelli e cosa vogliono?». Le testimonianze raccolte tra le persone arrivate nella missione raccontano di gruppi armati che non sanno il lingala. Negli ultimi mesi diversi osservatori avevano segnalato la progressiva espansione delle Adf verso il Haut-Uélé, una provincia che fino a poco tempo fa sembrava relativamente al riparo dalla violenza che da anni colpisce le vicine regioni del Nord Kivu e dell’Ituri. Secondo analisti e organizzazioni di ricerca, la pressione militare esercitata in altre aree avrebbe contribuito alla dispersione dei combattenti verso territori meno controllati. Ma a Mungbere la guerra non si misura soltanto negli scontri armati. «Non c’è Ebola nel raggio di cinquecento chilometri da qui, eppure tutte le notizie parlano di quello. Di ciò che sta accadendo qui quasi nessuno parla», osserva un missionario.

Intanto una delle principali arterie commerciali dell’area è praticamente paralizzata. L’asse stradale che collega con l’Uganda fino a Isiro e poi verso Kisangani, fondamentale per il trasporto di carburante e merci, è stato di fatto bloccato dall’insicurezza e dalle restrizioni imposte dalle operazioni militari. Camion e veicoli non transitano più regolarmente e le conseguenze cominciano a pesare sulla popolazione. La scarsità di carburante ha fatto aumentare i prezzi, mentre la disponibilità di cibo si riduce progressivamente. La situazione è resa ancora più grave dal fatto che questo periodo coincide con il raccolto del mais e con le nuove semine. Molti contadini, però, non possono raggiungere i campi. Secondo i missionari, l’esercito sta cercando di isolare i gruppi armati creando una sorta di “vuoto” nelle aree rurali. Chi viene incontrato nelle campagne rischia di essere considerato sospetto. «Se qualcuno si muove può essere identificato come collaboratore dei ribelli». Il timore crescente è che all’emergenza della sicurezza possa presto aggiungersi quella della fame.

Le missioni continuano ad accogliere gli sfollati. A Mungbere circa venti persone hanno trovato rifugio negli spazi della missione, mentre a Isiro oltre cento sono ospitate presso la parrocchia di Sant’Anna. Più a est, nella zona di Watsa, i missionari parlano di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case. Accanto alla minaccia rappresentata dai ribelli emerge però anche un’altra preoccupazione. «Abbiamo più paura dei militari che dei ribelli, soprattutto durante la notte», racconta il missionario. Nelle ultime settimane sono stati segnalati diversi episodi di violenza attribuiti a soldati delle Fardc. A Mungbere un uomo è stato ucciso durante una rapina e un’altra persona è rimasta ferita; gli autori sarebbero stati identificati e arrestati, ma la popolazione vive in un clima di crescente sfiducia. Nel villaggio di Diforo i ribelli hanno tentato di incendiare la chiesa locale e hanno ucciso il figlio di un catechista. «La nostra tranquillità non esiste più. Dobbiamo vivere con le orecchie sempre attente, pronti a reagire a ogni rumore o anomalia». Per ora, a Mungbere, la guerra si misura nel silenzio delle strade vuote, nei campi abbandonati, nelle scuole chiuse e nelle famiglie costrette alla fuga. Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata su altri fronti della crisi congolese, nel Haut-Uélé migliaia di persone attendono di sapere quando potranno tornare ai loro villaggi. «Quanto durerà questa situazione? Non lo sappiamo», spiega il missionario. «Sappiamo soltanto che queste persone fanno parte della nostra famiglia».

Fabrizio Floris – L’Osservatore Romano