Sabato 27 giugno 2026
Di fronte alle attuali trasformazioni dell’ordine internazionale, l’Africa potrebbe sembrare passiva o marginalizzata, ma al contrario è uno spazio nel quale tali trasformazioni si manifestano con maggiore intensità. La crisi del multilateralismo, l’indebolimento del diritto internazionale e la competizione tra Stati Uniti e Cina — a cui si affianca l’attivismo di potenze regionali e medie — non indicano un semplice ritorno alla logica dei blocchi ma una configurazione più fluida.

In questo contesto gli Stati africani cercano di ampliare i propri margini di manovra tra partenariati concorrenti, mentre le fragilità interne rendono instabile questa autonomia selettiva. La domanda “dove sta andando l’Africa?” non ammette dunque una risposta lineare: il continente si muove contemporaneamente verso una crescente vulnerabilità sistemica e verso una multipolarità che potrebbe aprire spazi negoziali, ma anche frammentare norme, istituzioni e responsabilità.

La pandemia, la guerra in Ucraina ancora in corso, l’inflazione alimentare ed energetica e l’instabilità nel Mar Rosso hanno ridotto i margini fiscali di molti Stati. La crescita resta positiva ma è appesantita dal servizio del debito (del quale la Cina è ormai il principale creditore bilaterale del continente, peraltro con condizioni più sostenibili di quelle della finanza occidentale), dalla debolezza delle valute e dalla difficoltà di finanziare infrastrutture, istruzione e lavoro giovanile. Il problema non è soltanto crescere ma convertire la crescita in capacità statale e mobilità sociale. In molti paesi il caro vita erode la legittimità dei governi più rapidamente di quanto i benefici attesi dalle riforme riescano a consolidarla. Ne deriva un divario tra stabilizzazione finanziaria e stabilità politica, particolarmente esplosivo quando gli aggiustamenti richiesti dai creditori non sono accompagnati da protezioni per le fasce più esposte.

Il ciclo elettorale conferma questa tensione. Le elezioni non sono scomparse ma in numerosi contesti si svolgono entro spazi politici compressi, con opposizioni limitate, corti politicizzate, media sotto pressione e apparati di sicurezza invasivi. Uganda, Repubblica del Congo, Gibuti, Benin ed Etiopia mostrano forme diverse della medesima questione: la proceduralizzazione della democrazia non basta più a garantire legittimità. Dove i governi restano percepiti come incapaci di assicurare sicurezza, servizi e lavoro, la competizione elettorale può diventare una valvola insufficiente; dove invece viene svuotata di significato, alimenta l’argomento dei militari e dei movimenti anti-sistema secondo cui le istituzioni liberali sarebbero soltanto un involucro.

La dimensione securitaria aggrava il quadro. Il Sahel centrale rappresenta il laboratorio più drammatico della crisi dello Stato postcoloniale: Mali, Burkina Faso e Niger hanno trasformato la rottura con l’Ecowas e il raffreddamento dei legami con Francia e Stati Uniti — culminato nel 2024 con il ritiro delle forze americane dalle basi nigerine — in un progetto di sovranità armata, cercando nuovi appoggi soprattutto presso la Russia e costruendo l’Alleanza degli Stati del Sahel come piattaforma difensiva. Tuttavia, la sostituzione dei partner non risolve la questione di fondo: l’incapacità di controllare territori e confini senza ricostruire relazioni di fiducia con le popolazioni locali. La militarizzazione della risposta jihadista, se non accompagnata da inclusione politica, giustizia locale e servizi, rischia di rafforzare rappresaglie, reclutamento e criminalità. Secondo molti osservatori, la proiezione russa in Africa resta una potenza in trompe-l’œil, più appariscente sul piano securitario che trasformativa su quello produttivo, a differenza della presenza cinese, meno visibile militarmente ma più radicata nelle infrastrutture, nel commercio e nell’estrazione mineraria.

Altri conflitti mostrano come la crisi africana sia intrecciata alle rivalità internazionali. In Sudan la guerra tra Forze armate e Rapid Support Forces ha prodotto una catastrofe umanitaria e una regionalizzazione del conflitto attraverso sostegni politici, finanziari e militari esterni. Nella Repubblica Democratica del Congo la ripresa dell’M23, sostenuto dal Rwanda secondo molte valutazioni internazionali, conferma il nesso tra sicurezza, risorse minerarie e competizione regionale. Cobalto, rame, coltan e terre rare sono materie prime essenziali per la transizione energetica globale: la Cina controlla quote rilevanti delle catene estrattive e di raffinazione, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati cercano di costruire alternative (si pensi al corridoio di Lobito sostenuto da Washington insieme all’Unione europea e a partner regionali). Restano però fattori di conflitto, fiscalità contesa e sovranità debole. Se la transizione verde mondiale riproduce catene estrattive dipendenti e violente, l’Africa rischia di pagare il prezzo della decarbonizzazione altrui senza ottenere una propria industrializzazione.

A questa instabilità si sovrappone il cambiamento climatico che non agisce come causa unica dei conflitti ma come moltiplicatore di vulnerabilità. Siccità, alluvioni, erosione costiera e stress idrico colpiscono agricoltura, pastorizia, salute pubblica e mobilità umana. Nel Corno d’Africa la competizione per acqua e pascoli si combina con economie di guerra e confini porosi; nell’Africa australe e orientale gli shock climatici incidono sulla sicurezza alimentare; nelle aree urbane l’aumento dei prezzi alimentari diventa una questione di ordine pubblico. Per questo adattamento climatico, sicurezza alimentare e prevenzione dei conflitti dovrebbero essere trattati come parti di una stessa politica pubblica. Un continente che emette poco rispetto ai grandi inquinatori globali subisce costi climatici sproporzionati, e ciò alimenta una domanda di giustizia climatica, finanza e tecnologie accessibili.

L’Africa orientale rende evidente la trasformazione delle rivalità regionali in competizione geostrategica. L’Etiopia, potenza demografica e militare senza accesso al mare, cerca da anni uno sbocco stabile verso il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Il memorandum del gennaio 2024 con il Somaliland, che prevede accesso portuale e possibile proiezione navale in cambio di aperture politiche, ha scosso l’architettura regionale perché Mogadiscio lo interpreta come una violazione della sovranità somala. La crisi ha dato all’Egitto l’occasione per rafforzare il legame con la Somalia e inserirsi nel dossier del Corno, non solo per solidarietà giuridica verso Mogadiscio ma anche per la rivalità con Addis Abeba sul Nilo Azzurro e sulla Grande diga del rinascimento etiope (Gerd). Sia la Gerd, sia porti, basi militari, missioni in Somalia e sicurezza del Mar Rosso appartengono ormai al medesimo campo di tensione, nel quale agiscono anche Eritrea, Gibuti, Türkiye, Emirati, Arabia Saudita, Qatar e Israele. Proprio a Gibuti Stati Uniti e Cina si fronteggiano da vicino: il Paese è l’unico al mondo a ospitare basi militari permanenti di entrambe le potenze, a poche miglia di distanza l’una dall’altra.

Un ragionamento analogo può essere applicato all’Algeria rispetto al Sahel. Algeri ha storicamente concepito la profondità sahariana come spazio di sicurezza nazionale, privilegiando mediazione, controllo dei confini e rifiuto formale di interventi militari esterni. L’accordo di pace del 2015 per il Mali, associato alla diplomazia algerina, aveva rappresentato il tentativo di istituzionalizzare questa influenza. La decisione della giunta maliana di denunciare quell’accordo nel gennaio 2024, le accuse reciproche tra Bamako e Algeri e il tentativo algerino di riaprire canali con Niger e Burkina Faso segnalano però che la vecchia centralità algerina è oggi contestata. Come l’Egitto nel Corno d’Africa, l’Algeria teme che una crisi periferica diventi minaccia interna e perdita di rango regionale; e, come l’Egitto, deve confrontarsi con attori esterni più flessibili, dalla Russia alla Türkiye, dagli Emirati al Marocco.

Dove sta andando, allora, l’Africa? Verso un ordine più regionale, più transazionale e più esposto, in cui il duopolio Washington-Pechino convive con attori di nicchia come Mosca, Ankara e i paesi del Golfo. Gli Stati africani non accettano più facilmente una tutela occidentale e cercano di moltiplicare i partner; allo stesso tempo, la pluralità degli offerenti esterni riduce gli incentivi a rispettare standard comuni su diritti, debito, elezioni e protezione dei civili. L’Unione africana e le organizzazioni regionali restano indispensabili ma dispongono di capacità coercitive limitate. Il futuro dipenderà dalla possibilità di convertire la multipolarità in pluralismo strategico, non in mercato delle protezioni armate. Ciò significa rafforzare istituzioni fiscali, catene del valore locali, sicurezza climatica, mediazioni regionali credibili e partecipazione politica reale. In assenza di questa ricomposizione, il continente rischia di diventare un mosaico di sovranità assertive ma fragili, capace di negoziare con il mondo e, al tempo stesso, vulnerabile alla propria frammentazione.

Padre Giulio Albanese – L’Osservatore Romano