Martedì 19 maggio 2026
La saggezza popolare riconosce – e a ragione – che “l’uomo propone e Dio dispone”. Mi ci sono voluti 21 anni per tornare in Etiopia, con tappe e soste in Messico, in Portogallo e nel Sud Sudan. E quando sono tornato alla fine di ottobre del 2021, pensavo di restare almeno dieci anni con i miei fratelli guji. Invece, lo sperato decennio si è ridotto a meno di cinque. I superiori, infatti, un bel giorno mi hanno raggiunto con la proposta di essere assegnato comunità della Curia generalizia, a Roma (Italia), per lavorare nel settore della comunicazione.
La proposta mi ha colto completamente di sorpresa un venerdì di marzo del 2025, alla fine del viaggio con due confratelli da Qillenso a Haro Wato – l’altra comunità comboniana tra i guji – per un sabato di ritiro quaresimale a livello di zona.
Ho subito espresso le mie riserve. La principale? Dover imparare a scrivere in italiano a 65 anni. Ho chiesto, pertanto, tempo per riflettere. Ho consultato alcune persone – confratelli e laici – che mi hanno consigliato di accettare la nuova sfida.
Ho continuato i colloqui con i confratelli più anziani. Nel frattempo, durante un periodo di vacanze in patria, mi è stato diagnosticato un cancro. Ovviamente, il programma è stato sospeso fino a quando non avessi avuto un quadro di salute più chiaro. Quando, a febbraio, l’urologo mi ha detto che, dopo l’intervento, ero libero dal tumore, ho subito informato Roma e si è deciso il piano di rotazione.
Avrei voluto tornare a Qillenso per celebrare la Pasqua con la gente, salutarli e, da lì, partire per Roma, ma solo dopo che un confratello del Togo fosse tornato a Qillenso. I superiori hanno preferito mantenere il piano originale.
Pertanto, gli addii sono iniziati la domenica di Pasqua nelle comunità di Gosa e Chirra. Ho spiegato che mi era stato assegnato un nuovo incarico missionario a Roma. A Chirra il festoso pranzo pasquale si è trasformato in un pranzo d’addio.
Il giorno seguente sono andato ad Adola per salutare le Missionarie della Carità e i loro assistiti – di cui sono stato cappellano –, gli anziani della comunità e i detenuti del carcere regionale con cui pregavamo ogni martedì.
Di ritorno a Qillenso – dopo ho potuto dire addio ai tuk-tuk – ho detto a Werqé, la nuova cuoca, che il mio tempo con loro si era accorciato. Mi ha invitato ad andare a casa della sua famiglia, dietro la collina dove si trova la missione. Ci sono andato il sabato, e ho incontrato anche sua sorella, da poco sposata, tornata a fare alla famiglia con il marito. Ho potuto così conoscere Kenna, il primo figlio della coppia.
Sulla strada per la missione mi sono fermato alla casa degli zii di Werqé, una famiglia con cui ho goduto un rapporto di grande amicizia.
Domenica, al termine della Messa e prima della benedizione, mi sono seduto accanto all’altare. Ho detto all’assemblea che quella sarebbe stata l’ultima messa, forse per molto tempo, e ho spiegato il perché. Ho detto: «Voi guji sono la mia seconda famiglia. Ma ho fatto voto di obbedienza e quindi devo obbedire». C’è stato un lungo mormorio.
Alla fine della Messa, hanno deciso di fare una colletta per comprare il necessario per una festa d’addio quella stessa sera nella sala parrocchiale.
Una volta riuniti, Mi’essa, il catechista locale, ha tenuto un breve discorso pieno di lodi sperticate nei miei confronti. Dopo lui, ho detto alcune parole di saluto. Poi, un gruppo di uomini mi ha portato nell’ufficio parrocchiale perché potessi indossare l'abito cerimoniale guji: pantaloncini, maglietta e mantello bianchi bordati di blu e una sciarpa in testa. Poi mi hanno messo il bastone del capo in mano.
Sono tornato nella sala tra gli applausi. È seguita la sessione fotografica. Poi ho benedetto e tagliato due grandi pani da condividere con tutti.
Alcune famiglie hanno portato latte e yogurt. Ho dovuto benedire chi li offriva e bere quattro sorsi da ogni recipiente.
È seguito il pasto vero e proprio: injera – il pane locale simile a un’enorme crêpe – con carne cotta accompagnata da alcune verdure e bevande gassate offerte da alcune persone, che ovviamente ho dovuto benedire.
Durante il pasto, la corrente è mancata alcune volte, ma grazie alle candele e alle “torce” dei cellulari, nessuno ha messo per sbaglio il cibo in bocca al vicino. Molti, invece, hanno messo cibo nella bocca di chi serviva ai tavoli, secondo la sorprendente usanza guji di ringraziare chi serve.
Alla fine, ho chiesto perdono a chiunque avessi mai offeso e ringraziato tutti per i quattro anni e mezzo trascorso assieme nella parrocchia di Qillenso. Poi ho impartito la benedizione e sono stato benedetto. C’è stato anche il tempo per scambiarsi abbracci, parole dolcissime e calde lacrime.
Lunedì mattina siamo partiti per Hawassa per attendere all’assemblea provinciale. La mancanza di gasolio ci ha costretti a noleggiare un’auto privata a benzina da Adola.
Durante l’assemblea provinciale ho trovato il modi di “dire addio” ad Hawassa, una città verde e temperata che adoro. Ho salutato il lago e la città con una lunga passeggiata, poi il Monte Tabor, salendo che portano alla cima. Da lì ho potuto ammirare la città e la sua bellezza crescita sorprendentemente negli ultimi 26 anni. Devo confessare anche che mi procurato un bel dolore alle gambe e una broncopolmonite.
Addis Abeba, la capitale della “Terra delle Origini”, che gli oromo chiamano Finfinne, è stata l’ultimo teatro degli addii. Ho curato l’infezione polmonare. Ho richiesto la carta d’identità digitale, introdotta due anni or sono e riservata ai cittadini nazionali, ma mi è stata richiesta – e concessa – quando sono andato a rinnovare la patente. Ho poi salutato le missionarie e i postulanti comboniani. Ho pranzato con l’ambasciatore del Portogallo in Etiopia e con l’ambasciatrice. Ho chiuso la mia pratica con il Governo – durata un giorno e mezzo – presso il Servizi Emigrazione e Cittadinanza, ricevendo infine il visto di uscita dal Paese.
In questa lunga serie di “tempeste emotive” – che gli addii mi provocano sempre – ho sempre avuto la forte sensazione che tornerò. Quando e come, non ne ho idea!
Ora sono pronto a dare il benvenuto alla nuova fase della mia vita missionaria a Roma, in un incarico che Dio mi ha donato come un’altra delle sue tante affettuose sorprese. Nonostante le mie paure!