Sabato 16 maggio 2026
La saggezza popolare riconosce – e a maggior ragione – che l’uomo propone e Dio dispone. Ho impiegato 21 anni per tornare in Etiopia, con tappe e soste in Messico, in Portogallo e nel Sudan del Sud.
Quando sono tornato alla fine di ottobre 2021, pensavo di restare una decina di anni con i miei fratelli guji. Invece, quel decennio si è ridotto a meno di cinque. I superiori mi hanno proposto di raggiungere la comunità della Curia dei Comboniani, a Roma, in Italia, per lavorare nella comunicazione.
La proposta mi ha colto completamente di sorpresa un venerdì di marzo 2025, al termine di un viaggio con due colleghi da Qillenso a Haro Wato, l’altra comunità comboniana tra i guji, per un sabato di ritiro quaresimale.
Ho espresso le mie obiezioni – la principale? Dover imparare a scrivere in italiano a 65 anni – e ho chiesto del tempo per riflettere. Ho consultato alcune persone – comboniani e laici – che mi hanno consigliato di accettare la nuova sfida.
Ho proseguito i colloqui con i fratelli più anziani. Nel frattempo, durante le ferie, mi è stato diagnosticato un cancro e il programma è stato sospeso fino a quando non si è chiarito il quadro della mia salute. Quando a febbraio l’urologo mi ha detto che, dopo l’intervento, ero libero dal tumore, ho comunicato la notizia a Roma e abbiamo definito il piano di avvicendamento.
Volevo tornare a Qillenso per celebrare la Pasqua con le persone, salutarle e poi partire per Roma. Se possibile, mi sarebbe piaciuto andarmene quando il mio sostituto, un missionario del Togo, fosse tornato a Qillenso. Hanno preferito mantenere il piano originale.
I saluti sono iniziati la domenica di Pasqua nelle comunità di Gosa e Chirra. Ho spiegato che ero stato destinato a un nuovo servizio missionario a Roma. A Chirra, il pranzo festivo dopo la messa di Resurrezione – latte e cocho – si è trasformato in un pranzo d’addio.
Il giorno seguente sono andato ad Adola per salutare le Missionarie della Carità – di cui sono stato cappellano – e i loro assistiti, gli anziani della chiesa e i detenuti del carcere regionale, con i quali pregavamo ogni martedì.
Tornato a Qillenso – il viaggio è servito anche a salutare i tuk-tuk – ho spiegato a Werqé, la nuova cuoca, che il mio tempo con loro si era accorciato. Mi ha invitato a casa della sua famiglia, dietro la collina dove si trova la missione. Ci sono andato sabato. Ho visto la sorella, che si è sposata ed era in visita alla famiglia con il marito, e ho conosciuto Kenna (Nostro), il primo figlio della coppia. Sulla via del ritorno alla missione siamo passati da casa degli zii di Werqé, una famiglia con cui ho un legame di grande amicizia.
Domenica, al termine dell’Eucaristia e prima della benedizione, mi sono seduto accanto all’altare. Ho comunicato all’assemblea che quella sarebbe stata l’ultima messa per un po' di tempo. Che mi vogliono a Roma per un nuovo servizio. Che i guji sono la mia seconda famiglia. Che ho pronunciato il voto di obbedienza e per questo ho dovuto obbedire. Si sono sentiti alcuni singhiozzi.
Alla fine dell’Eucaristia, dopo una breve discussione, hanno deciso di fare una raccolta per comprare il necessario per la festa d’addio, da tenere a fine giornata nella sala parrocchiale.
Il saluto si è articolato in diverse fasi. Mi’essa, il catechista della comunità, ha tenuto un breve discorso di elogio e anch’io ne ho fatto uno.
Poi, un gruppo di uomini mi ha accompagnato nell’ufficio parrocchiale per cambiarmi i vestiti con il tradizionale abito cerimoniale guji: pantaloni corti, maglietta e mantello bianchi bordati di blu, e una sciarpa sulla testa. E il bastone del capo in mano.
Sono tornato nella sala tra gli applausi. Ha fatto seguito la sessione fotografica. Poi ho benedetto e tagliato due grandi pani da condividere con tutti.
Alcune famiglie hanno portato latte e yogurt per la festa. Ho dovuto benedire chi li offriva e bere quattro sorsi da ogni recipiente.
È seguito il pasto vero e proprio: injera, il pane locale simile a un’enorme crêpe, con carne cotta accompagnata da alcune verdure e bevande gassate offerte da alcune persone – che ho anch’io dovuto benedire.
Durante il pasto la corrente è mancata qualche volta, ma grazie alle candele e alle torce dei cellulari nessuno ha messo per sbaglio il cibo in bocca al vicino. Solo in bocca a chi serviva alle tavolate. È un’interessante usanza guji, un modo per ringraziare del servizio.
Alla fine, ho chiesto scusa se ho offeso qualcuno e ho ringraziato per i quattro anni e mezzo vissuti insieme nella parrocchia di Qillenso. Ho dato la benedizione e sono stato benedetto. C’è stato tempo per scambiarsi abbracci, belle parole e lacrime.
Lunedì mattina siamo partiti per Hawassa per l’assemblea provinciale. La carenza di gasolio ci ha costretto a noleggiare un’auto privata a benzina da Adola.
L’assemblea provinciale è stata anche l’occasione per salutare Hawassa, una città verde e dal clima mite che mi piace molto. Mi sono congedato dal lago e dalla città con una lunga passeggiata. E dal Monte Tabor, la collina accanto al lago. Ha una scalinata di quasi 600 gradini. Ho notato come la città sia cresciuta e abbellita negli ultimi 26 anni. E mi sono guadagnato un bel mal di gambe e una broncopolmonite.
Addis Abeba, la capitale della Terra delle Origini, che gli oromo chiamano Finfinne, è stata l’ultimo scenario degli addii. Ho guarito l’infezione polmonare. Ho richiesto la carta d’identità digitale – quando è stata introdotta due anni fa mi avevano detto che era solo per i cittadini locali, ma quando sono andato a rinnovare la patente di guida mi è stata richiesta. Ho rinnovato la patente. Ho salutato le missionarie e i postulanti comboniani. Ho pranzato con l’ambasciatore del Portogallo in Etiopia e con sua moglie. Ho chiuso la mia pratica con il Governo, dopo un giorno e mezzo presso l’Ufficio Immigrazione e Cittadinanza. E ho ricevuto il visto di uscita dal Paese.
In questo succedersi di tempeste emotive – che i saluti mi provocano sempre – ho la netta sensazione che tornerò. Quando e come, non ne ho idea! E sono pronto a dire ciao alla nuova fase della mia vita missionaria a Roma, in un incarico che Dio mi ha donato come un’ulteriore delle sue tante carezzevoli sorprese. Nonostante le mie paure!
Partirò la prossima settimana.