(Articolo pubblicato sull'Osservatore Romano)

Alcune parole dell’omelia pronunciata da Mons. Daniele Comboni nella cattedrale di Khartum, l’11 maggio 1873, alla folla dei fedeli accorsa per accogliere il proprio pastore, il primo vescovo del Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale, tracciano un programma di vita e legano indelebilmente il destino di Comboni a quello del Continente Africano: "Oggi finalmente recupero il mio cuore ritornando a voi per dischiuderlo in vostra presenza al semplice e religioso sentimento della spirituale paternità" (S 3157). Queste parole, rivelano, da un lato, il proposito solenne di assumere la paternità spirituale di numerose comunità cristiane africane; dall’altro, la schietta confessione di una passione per l’Africa, nata fin dalla giovinezza e alimentata nel tempo, al punto da divenire un elemento costitutivo della sua personalità: "Fissate nella mente - scriveva al canonico G. C. Mitterrutzner - che Comboni non può vivere che per l’Africa e per ciò che ha relazione all’Africa" (S 1185).
Il cuore di Comboni non batte che per l’Africa e la sua rigenerazione. Le pene, le sofferenze, l’abbandono in cui versa il Continente Africano, l’esclusione della "infelice Nigrizia" – come era solito chiamarla – non gli daranno pace. Le prove, le contrarietà, la mancanza di mezzi, le incomprensioni dei suoi stessi collaboratori non affievoliranno il suo amore per l’Africa, né lo fermeranno nel proposito di prodigarsi fino al giorno di vedere brillare nel tessuto della Chiesa la "nigricans margarita", la perla nera (S 2314) dell’Africa, a fianco degli altri Continenti.

L’amore paterno e martiriale di Comboni per l’Africa, contemplato nel costato aperto del Buon Pastore e condiviso nel quotidiano con i popoli africani, si tradurrà in un Piano ispirato e efficace, che costituisce tutt’oggi una bella e significativa eredità nel campo dell’evangelizzazione per la Chiesa universale e particolarmente per le Chiese d’Africa.
Il piano, concepito nel 1864 e approvato da papa Pio IX, conserva tutta la sua forza: le sue intuizioni e gli orientamenti pastorali e metodologici rimangono un punto di riferimento per proseguire il cammino e illuminare le scelte pastorali e missionarie per il Continente Africano, all’inizio del terzo millennio.
Comboni e la sua opera missionaria, innalzati agli onori degli altari, diventano un’occasione e un richiamo per tutti gli Africani ad impegnarsi nell’avvento di una nuova era missionaria, invitati a riscrivere il Piano di rigenerazione, in un nuovo contesto africano e globale, consapevoli e riconoscenti ad uno dei più significativi antenati nella fede, che aveva posto la sua illimitata fiducia negli africani e aveva fermamente creduto e operato nella prospettiva di "salvare l’Africa con l’Africa".

Tra gli elementi ereditati dal Comboni, ne sottolineiamo alcuni, perché la Croce redentrice del Cristo Risorto continui a brillare su tutto il Continente Africano.

1. Rompere il silenzio

Nel contesto globale di oggi, l’Africa e, in modo particolare, i popoli dell’Africa Sub-sahariana, sono ridotti al silenzio; molti paesi africani sono esclusi dall’Organizzazione Mondiale del Commercio; l’Africa interessa solo nella misura in cui può fornire materie prime.
A causa del petrolio, dell’oro, dei diamanti, del coltan, dell’uranio… si inventano e si alimentano guerre e lotte interetniche, che decimano le popolazioni e le riducono ad uno stato di miseria scandalosa e permanente. "In un mondo controllato dalle nazioni ricche e potenti – scrive Giovanni Paolo II – l’Africa è praticamente divenuta un’appendice senza importanza, spesso dimenticata e trascurata da tutti" (EiA, 40).
Il quadro senza dubbio si è aggravato, se già Comboni 139 anni fa, iniziava il suo Piano con queste parole: "Un buio misterioso ricopre ancora oggi quelle remote contrade che l’Africa Negra nella sua vasta estensione racchiude".
L’invito di Mons. Comboni a rompere il ciclo e le strategie adottate dai Governi Civili e dalle Private Società, che concentravano i loro interessi nelle esplorazioni geografiche e nella ricerca di vie di comunicazioni e ricchezze da esplorare, diventa una priorità per le Chiese d’Africa, oggi.
È necessario aiutare la comunità internazionale ad abbandonare il prisma dell’analisi dell’occhio del turista, del commerciante o dell’esploratore, ed assumere quello di un padre, di un medico e di un maestro (S 3159), allo scopo di rompere il cerchio dello sfruttamento, del preconcetto e del disprezzo, concentrando piuttosto tutta la preoccupazione sulla più grande ricchezza dell’Africa: i suoi figli, uomini e donne, protagonisti del riscatto della loro dignità calpestata.

2. Scuotere l’immaginario nel villaggio globale

Ci sono molti luoghi comuni, senza dubbio falsi o per lo più preconcetti sull’Africa e sugli Africani: quello del passato, che considerava i Neri privi di anima, e quello di oggi, che considera gli Africani primitivi e improduttivi. Molti di questi giudizi nascono dall’ignoranza sull’Africa e spesse volte sono frutto di manipolazioni ideologiche, politiche e razziste.
Dell’Africa si parla sempre poco e gli si dà spazio nei media solo quando succedono grandi calamità naturali, guerre tribali, violenze e fame; in questo modo si continua ad alimentare un’immagine dell’Africa molto negativa e il preconcetto di un Continente alla deriva e incapace di rigenerarsi.
È ora di scuotere questo immaginario e, con Mons. Comboni, affermare. "vorrei avere cento lingue e cento cuori per raccomandare la povera Africa, che è la parte del mondo meno nota e la più abbandonata" (S 1215).
È questa l’ora di comunicare la vera natura e la vita dell’Africa, ma bisogna convincersi che potrà realizzarlo solo chi avrà condiviso il vissuto quotidiano e approfondito una conoscenza antropologica, linguistica, religiosa e sociale del Continente.
È ora di parlare dell’Africa a partire dall’Africa: dalle periferie delle grandi città africane, dai villaggi delle foreste e della savana, dai deserti e dai luoghi più remoti e isolati del Continente, trasmettendo la ricchezza dell’esperienza di vita (EiA 43), della necessità di intrecciare relazioni umane, del senso del sacro, di esplosione spontanea di gioia e di dignità, rivelate solamente a chi sa leggere con gli occhi del cuore.

3. Liberare l’Africa da ogni schiavitù

Per realizzare il Piano di rigenerazione, Comboni aveva subito compreso che non ci poteva essere annuncio liberante del Vangelo, senza l’abolizione del flagello della schiavitù, che rendeva alcuni uomini schiavi di altri. La tratta degli schiavi africani, perpetrata da europei, arabi e alcuni capi africani, costituiva il primo grande ostacolo alla rigenerazione del Continente.
Comboni, insieme ad altri, dedicò tempo, energie e mezzi alla soluzione di questo dramma; fece pressione presso Governatori e Pascià; affrontò il conflitto contro i negrieri e i capi locali e si prodigò per il riscatto di molti infelici.
L’impegno di Comboni contro la schiavitù durò per tutta la vita e costituì il terrore dei trafficanti, così come Lui stesso ebbe a scrivere al Cardinale G. Simeoni, il 17 maggio 1881, alcuni mesi prima della sua morte: "La mia comparsa in Cordofan ha messo, così disponendo Iddio, il terrore nell’animo dei trafficanti di carne umana, perché credono che io sia munito di poteri straordinari del Khedive (ed in parte è vero) per annientare la tratta, il che significa distruggere il precipuo guadagno, e la loro ricchezza" (S 6729).
La schiavitù, abolita ufficialmente, continua purtroppo ad essere praticata in alcune parti del Continente, soprattutto attraverso il traffico di minori, impiegati nei servizi domestici e per soddisfare i capricci di alcuni ricchi signori dell’Africa e del Medio Oriente. A questa schiavitù bisogna aggiungere quella, ancor più nefasta, che colpisce milioni di africani, i quali, a causa di politiche nazionali e internazionali, vivono da ostaggi nelle mani di capi assetati di potere e di governi corrotti; privati dei diritti fondamentali, quali l’istruzione, il lavoro e l’assistenza sanitaria; sofferenti di fame endemica; obbligati a emigrare dalle campagne, attratti dalla falsa illusione di un benessere irraggiungibile nelle gradi metropoli; ingannati da ciarlatani, proclamatisi nuovi ministri del sacro, creatori di illusioni e di false speranze di paradisi irraggiungibili. Ed ancor più la situazione della donna, in molte parti dell’Africa, umiliata e relegata a svolgere compiti subalterni e incarichi gravosi e pesanti.
Dinanzi a questo quadro, le Chiese d’Africa devono rimboccarsi le maniche, nella consapevolezza che annunciare il Cristo significa prima di tutto "rivelare all’uomo la sua dignità inalienabile" (EiA, 69). L’uomo, fatto a immagine di Dio e dotato di tale incomparabile dignità, non può vivere in condizioni di schiavitù e di condizioni di vita infra-umane. "Ecco il fondamento teologico, – scrive Giovanni Paolo II – della lotta per la difesa della dignità personale, per la giustizia e la pace sociale, per la promozione umana, la liberazione e lo sviluppo integrale dell’uomo e di ogni uomo" (EiA, 69).

4. Salvare l’Africa con l’Africa (S 2753)

Il Piano di Mons. Comboni è coinvolgente, perché convoca, interpella e accoglie tutti quelli che sono disposti ad impegnare la loro vita per la rigenerazione della Nigrizia, fino al martirio, se necessario. Comboni accoglie uomini e donne di ogni lingua, di ogni cultura e di ogni nazione. Lui stesso aveva detto che l’opera doveva essere cattolica e "non già spagnola, o francese, o tedesca o italiana" (S 944).
Nei suoi numerosi viaggi attraverso il continente europeo, cerca benefattori e sostenitori dell’opera intrapresa. Non si stanca di informare, animare, motivare e convincere re potenti e prelati dell’urgenza e della necessità della rigenerazione dell’Africa.
Il 27 ottobre 1864, nell’udienza accordatagli, il Papa Pio IX approva il Piano e, accomiatandosi, lo incoraggia con le parole: "labora sicut bonus miles Christi".
Nel 1870, ai Vescovi radunati a Roma per il Concilio Vaticano I, presenta il "Postulatum pro Nigris Africae Centralis"; molti vescovi lo sostengono e lo sottoscrivono, perché il Concilio possa prendere in considerazione la situazione della Nigrizia e impegnare così tutta la Chiesa nella sua rigenerazione.
La struttura del Piano, di per sé comprensiva di ogni agente e di ogni forza, non potrà, tuttavia, raggiungere il suo scopo senza la partecipazione e il coinvolgimento degli stessi Africani; ecco perché la preoccupazione principale di Comboni fu quella di convocare, preparare ed ingaggiare africani di ambo i sessi nell’attuazione del suo Piano.
A Mons. Luigi Ciurcia, nella relazione storica sul Vicariato Apostolico, scrive: "Questa educazione deve prefiggersi lo scopo di preparare negli allievi stessi i futuri apostoli della Nigrizia… maestri dei loro connazionali delle arti e delle scienze più necessarie, e più della fede e morale dell’Evangelo" (S 2178). Un’attenzione tutta speciale Comboni la dedica alla formazione del personale religioso "allo scopo di formare un clero africano e preparare degli elementi dei due sessi che possono piantare a poco a poco, in maniera stabile, la fede e la civiltà nelle vaste tribù dell’Africa Centrale" (S 2578).
Due esempi rivelano quanto Comboni ne fosse convinto. Si tratta di due figli del continente africano: Daniele Sorur del popolo Denka e Fortunata Quascé del popolo Nuba, ambedue riscattati dalla schiavitù, formati e impegnati nella realizzazione del Piano. Il primo, dopo aver studiato teologia alla Pontificia Università Urbaniana, fu ordinato sacerdote da Mons. Sogaro, primo successore di Daniele Comboni, e divenne collaboratore prezioso, soprattutto a partire dal Cairo; la seconda, preparata nell’Istituto di Verona, divenne una delle istitutrici che Comboni portò con sé in Africa. Fortunata Quascé fu impegnata in una scuola ad El Obeid e fu lei ad accogliere il primo gruppo delle Pie Madri della Nigrizia che ivi arrivavano; in seguito chiese e fu accolta nell’Istituto Religioso femminile, diventando la prima africana Pia Madre della Nigrizia.
Accanto al personale religioso e consacrato, Comboni ha intuito il valore dell’impegno dei laici nell’opera dell’evangelizzazione, soprattutto dei catechisti; ad essi è affidato il compito di una catechesi fatta con il linguaggio della gente, di una testimonianza di vita, della formazione allo sviluppo e di organizzazione sociale.
Migliaia di catechisti e catechiste, alcuni dei quali anche a prezzo della vita, come hanno testimoniato i due Beati Gildo Irwa e Davide Okelo, trucidati a Paimol, in Uganda, nel 1918, in una cappella di una missione comboniana, hanno dimostrato che l’evangelizzazione in Africa sarà sempre più profonda e efficace se potrà contare sul coinvolgimento del laicato.
La formazione del laicato dovrà, dunque, diventare una delle priorità in tutte le Chiese d’Africa, per una nuova era missionaria per il Continente, riconoscendone il ruolo insostituibile nell’evangelizzazione. In particolare "i cristiani – afferma Giovanni Paolo II – devono essere formati a vivere le implicazioni sociali del Vangelo in modo che la loro testimonianza divenga una sfida profetica nei confronti di tutto ciò che nuoce al vero bene degli uomini e delle donne dell’Africa, come di ogni altro continente" (EiA, 54).

5. La sfida dell’Islam

Comboni, in qualità di primo vescovo del Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale, con sede a Khartum, parla spesso dell’Islam e della sua influenza sulla situazione della Nigrizia; ha coscienza che l’Islam rappresenta una sfida per l’evangelizzazione dell’Africa, che non deve essere sottovalutata e che mette a dura prova gli evangelizzatori.
Comboni rifiuta ogni fanatismo, il disprezzo per i negri e la condizione della donna, secondo la concezione di alcuni mussulmani; evita lo scontro e il confronto con l’Islam e incoraggia un approccio fatto di conoscenza, di formazione, di testimonianza e di impegno verso i più bisognosi.
Scrivendo a Mons. Luigi di Canossa, Comboni afferma: "Scopo dell’Opera è la conquista dell’Africa Centrale o Nigrizia, da farsi non per via d’assalto, ma per mezzo dell’assedio, per mezzo dei nostri Istituti, che sono come tanti approcci per iniziare il grande assedio dalla parte più debole del nemico, che è il corso del Nilo grande" (S 2451).
A parte il linguaggio "militare", Comboni indica che l’istruzione e la formazione delle coscienze costituiscono il primo grande mezzo per "assediare" l’Africa e renderla sempre più aperta e recettiva al messaggio evangelico.
Alla formazione deve tuttavia corrispondere la testimonianza di vita e la dedizione verso i più poveri e abbandonati, così come dimostra la testimonianza delle "nere missionarie". Scrivendo al cardinale Alessandro Barnabò, Comboni afferma: "Fra le more missionarie, ve ne sono 10 di provata moralità e capacità, che sarebbero pronte a esercitare convenientemente il loro ministero nell’Africa Centrale, e sarebbero mature per l’apostolato della Nigrizia. Tutte poi le nerette missionarie sono abilissime nell’arte e maniera di tirar negre sia pagane sia mussulmane al cattolicesimo. Un gran numero di pagane e mussulmane avrebber potuto esser guadagnate alla fede, se la prudenza non ci avesse guidato ad essere cauti coi padroni, che sono contrari alla conversione dei negri" (S 2244).
Nell’intento di proteggere il cammino di fede, appena iniziato, di alcuni Africani in un mondo a maggioranza islamico, Comboni acquista due vasti terreni: uno a Geref, non lontano da Khartum, l’altro a Malbes, a qualche ora di cammino da El Obeid, allo scopo di ospitare famiglie africane neofite e offrire loro la possibilità di un approfondimento della vita cristiana, un’iniziazione allo sviluppo e un’esperienza di comunione e di solidarietà.
L’opera di Comboni sottolinea il fatto che la conoscenza, la tolleranza e il dialogo con le altre religioni non si contrappongono alla missione evangelizzatrice della Chiesa. Il dialogo interreligioso difatti non dispensa la Chiesa dal mandato di annunciare e testimoniare Cristo anche alle altre religioni: "Anche se la Chiesa riconosce volentieri – scrive Giovanni Paolo II, quanto c’è di vero e di santo nelle altre tradizioni religiose del Buddismo, dell’Induismo e dell’Islam – riflessi di quella verità che illumina tutti gli uomini – ciò non diminuisce il suo dovere e la sua determinazione a proclamare senza esitazioni Gesù Cristo, che è la ‘la via, la verità e la vita’" (Osservatore Romano, 18 luglio 1990, 4).
Alle Chiese dell’Africa, sempre più tallonate da progetti espansionistici dell’Islam, soprattutto per l’Africa nera, spetta il compito di un’evangelizzazione fatta più in profondità, la formazione delle coscienze per una cultura di rispetto, di tolleranza e di un impegno maggiore nella eliminazione delle cause che generano l’ignoranza e il fanatismo.

6. Africani santi e capaci

Comboni non ha mai dubitato che per l’Africa ci sarà un futuro felice. Anche sul letto di morte, manifesta la sua fiducia incrollabile che l’opera della rigenerazione iniziata, non morrà, soprattutto se potrà contare su uomini e donne "santi e capaci" (S 6655), rivestiti dell’Amore Trinitario, pieni di zelo e di coraggio apostolico, fedeli nelle prove e nelle difficoltà, abbracciando la Croce, come segno di predilezione e come invito a prendere parte alle sofferenze del Servo, per la rigenerazione del genere umano.
La santità di Comboni è un richiamo per tutta l’Africa alla sua vocazione battesimale alla santità, richiamo rivolto particolarmente alle persone consacrate, invitate a rinnovare il loro impegno di fedeltà a Dio e ai più poveri e abbandonati della Nigrizia.
San Daniele Comboni, attraverso la sua testimonianza di vita, ci insegna che la Croce è il passaggio obbligato per ogni credente e soprattutto per la persona consacrata. La Croce, soleva ripetere Comboni, è la garanzia dell’autenticità di un opera che è voluta da Dio.
L’esempio di Comboni deve trascinare i consacrati di oggi a spogliarsi da ogni desiderio di potere e dalla ricerca di privilegi e di una vita borghese, a vincere la tentazione di cercare una sistemazione all’estero o di accumulare lauree o titoli onorifici, e a mettersi a vivere tra i poveri, condividendone le pene e le gioie quotidiane, insegnando, consigliando e consolando le masse africane che errano "come pecore senza pastore" (Mt 9, 36).
I consacrati di oggi, attirati dal Cuore squarciato di Cristo Buon Pastore, contemplano l’amore misericordioso di Dio e lo rendono visibile con la loro vita e con la loro testimonianza. Pieni di zelo e di dedizione, con San Daniele Comboni potranno affermare: "…nessuna pena mi scuote, nessuna fatica mi scoraggia, nessuna difficoltà mi arresta, perfino la morte mi sarebbe cara ove potesse essere di qualche utilità ai Neri" (S 1105), ed ancora "Il giorno e la notte, il sole e la pioggia, mi troveranno ugualmente e sempre pronto ai vostri spirituali bisogni: il ricco e il povero, il sano e l’infermo, il giovane e il vecchio, il padrone e il sevo, avranno sempre eguale accesso al mio cuore. Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno le mie. Io prendo a fare causa comune con ognuno di voi, e il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la vita per voi" (S 3158-3159).

7. Il ruolo della Chiesa

Fin dall’inizio Comboni si è prodigato perché la Chiesa in Africa nascesse autoctona. Nello spirito stesso del Piano, la creazione degli Istituti e delle Università sulle coste del Continente Africano, rivelano che l’Apostolo della Nigrizia non credeva ad un modello di Chiesa "esportato" dall’Europa; ma ad una Chiesa che nasceva e si sviluppava sul suolo africano e nel contesto culturale africano. "Salvare l’Africa con l’Africa" non era solo uno slogan, ma una concezione ecclesiologica feconda e profetica di una coscienza che si svilupperà solo nel secolo successivo. Più che portare la Chiesa in Africa, Comboni immaginava e lavorava per la nascita di una Chiesa Africana che prendesse posto nel tessuto della Chiesa universale e con la sua vita e la sua testimonianza facesse brillare l’originalità della sua esperienza e la bellezza del suo volto.
Alle Chiese dell’Africa incombe, dunque, il compito urgente e prioritario di incarnare il messaggio evangelico nelle culture del Continente, seguendo la logica del mistero della Redenzione che, iniziato nell’Incarnazione del Verbo, tende all’Ora di Gesù nel mistero pasquale. L’annientamento di Gesù, necessario per la gloriosa esaltazione, diventa il paradigma dell’incontro del Vangelo con le culture. Alla luce dell’Incarnazione e della Redenzione, le Chiese dell’Africa operano il discernimento dei valori culturali da accogliere e degli anti-valori da accantonare.
Alla Chiesa, Comboni chiedeva un ruolo fondamentale per la salvezza e lo sviluppo del Continente. Comboni parlava spesso di Vangelo e di civilizzazione. Oggi, insieme all’annuncio del Vangelo, parliamo piuttosto di impegno per la dignità della persona umana, del rispetto delle culture, della promozione di una cultura evangelica di Giustizia e Pace e di difesa dei Diritti fondamentali dell’umanità. Un ruolo che la Chiesa già compie in molte parti del Continente e che si rende più visibile nei momenti di guerre, di emergenza e di calamità, quando essa rimane l’unica istituzione a fare causa comune con la gente e a garantire i servizi fondamentali, quali la scuola e la sanità, come unica ancora di salvezza per le masse abbandonate e in balia della furia mortale e distruttrice di bande armate e fameliche.
Questo ruolo deve essere rafforzato con coraggio e deve condurre sempre di più tutte le Chiese dell’Africa ad una " solidarietà di pastorale organica" (EiA, 131-135).
Una Chiesa tuttavia che non si ripiega sui suoi problemi e piange sulle sue ferite e i suoi mali, ma, divenuta "nuova patria di Cristo" come affermava Paolo VI, e conscia della missione universale affidatagli dal Cristo Risorto, è consapevole del ruolo da assumere nella Chiesa universale e nel contesto della comunità mondiale (EiA, 114).

Card. FRANCIS ARINZE
Card. Francis Arinze