(Articolo pubblicato sull'Osservatore Romano - prima parte)

Ogni canonizzazione impegna l’autorità della Chiesa e la responsabilità del credente, perciò non può essere ridotta a una mera formalità giuridica. Lasciamo ai teologi dirimere la non facile questione del grado di certezza teologica, per soffermarci invece sul valore esemplare di una vita a cui la morte non solo non toglie visibilità, ma la accresce divenendo essa il punto di partenza di una più profonda comunione di valori e di propositi.
Il Concilio presenta una tipologia del santo largamente conosciuta e condivisa: "A maggior bene nostro e della chiesa, cerchiamo ‘nella vita dei santi l’esempio, nella loro comunione la solidarietà, nella loro intercessione l’aiuto’" (LG 51). La Chiesa riconosce quindi in loro un esempio, una capacità di intercessione e una compagnia utile nel viaggio verso l’eterno. E non è poco! Bisognerebbe tuttavia procedere oltre e ricuperare del messaggio dei santi soprattutto quegli atteggiamenti che garantiscono significato ed efficacia anche per il futuro. Lo stesso Pontefice Giovanni Paolo II, pur con altre parole, additava tale cammino come altamente significativo. Nella Tertio Millennio Adveniente, del 10 novembre 1994, indicava la "memoria" dei santi e dei martiri quale "patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti" arrivando a sostenere che " l’ecumenismo dei santi, dei martiri, è forse il più convincente. La comunio sanctorum parla con voce più alta delle divisioni" (LG 37). La santità cioè apre scenari che portano sempre al di là di ciò che si conosce perché porta sempre con sé l’imperativo della trasformazione e della continua conversione. Non è essa infatti uno stimolo costante a cercare una comunione sempre più perfetta con Dio, con se stessi, con gli altri e con il creato? "Perfezione della carità", la definisce il Concilio (cf. LG 39).

In effetti, la santità, quale dinamismo spirituale capace di azioni nuove nel presente con capacità germinativa nel futuro, ha costituito da sempre una delle caratteristiche dell’esistenza missionaria del Comboni. La sua vita si è costantemente mossa su un duplice binario percorso alla luce della dimensione speranza: il senso di una missione esaltante ("portare Cristo redentore anche dell’Africa") e l’alto prezzo da pagare per realizzarla ("la necessaria strada della croce") in vista della nascita di qualcosa di nuovo e di solido ("la Chiesa africana e una società trasformata", o secondo le sue stesse parole "portare fede e civiltà"). Ardore al limite dell’esaltazione e croci al limite dell’annichilamento, illuminati dal di dentro dalla certezza di costruire futuro, questa è stata tutta la sua vita. "La mia opera arriverà al suo compimento" (S 5329) (La sigla S sta per DANIELE COMBONI, Gli Scritti, Direzione Generale MCCJ, Roma, 1991). "Noi riusciremo a divenire non spregevoli pietre del fondamento del grande edificio della Chiesa africana" (S 6172), soleva ripetere.

Non sempre questo orizzonte lungo, che ha contrassegnato la sua santità missionaria, è stata colta dai suoi collaboratori più stretti. Così destano non poca impressione le affermazioni di Don Giovanni Losi, il missionario piacentino superiore a El-Obeid e Gebel Nuba, al momento della morte del Comboni. Nominato ad interim Superiore Generale del Vicariato Apostolico dell’Africa Centrale da Propaganda, in data 28 dicembre 1881 così rispondeva al Sembianti che gli chiedeva alcune informazioni sul defunto Vicario Apostolico: "Nel suo poscritto mi domanda materia per la storia del povero Mons. Comboni: per quanto mi lambicchi il cervello non trovo di che compiacerla, qui non mi trovai con lui che per breve tempo, vuoi perché si sa che per quanto sia stato un prodigio di Dio mandato per risuscitare e fornire questa missione, non fu poi eguale nel reggerla: quindi credo sia meglio per l’onore del defunto fermarsi alla prima parte" (ACR, A/27/15/5) (ACR, A /17 / 16 / 92) (La sigla ACR sta per: Archivio Comboniani Roma.). Impareggiabile iniziatore dunque della missione, secondo il Losi, ma non altrettanto degno di ricordo sul campo di missione. Giudizio piuttosto pesante e affrettato, se il 7 gennaio 1882 in una lettera a Propaganda si era sentito in dovere di rettificare: "Il personale della missione, benché dolente per la morte del capo e di altri compagni, non è però sconfortato: è troppo recente il luminoso esempio di fiducia che come in eredità Egli ci ha lasciato, avendo sotto i nostri occhi rialzata dal nulla questa missione e provvedutala di risorse ordinarie e sufficienti. Ora ognuno è persuaso che assai meno difficilmente si potrà conservare e far progredire un’opera già tanto avviata".

Maggiore capacità di discernimento sembra invece abbiano mostrato i più semplici collaboratori e conoscenti del Comboni: suore, gente comune, dipendenti della missione e anche molti musulmani, ossia coloro che avevano lavorato con lui in missione, gomito a gomito, o comunque che l’avevano attentamente osservato e frequentato negli anni passati in Sudan. Vorremmo, proprio con l’appoggio di questi testimoni oculari, mostrare come Comboni non solo abbia lasciato un’opera materialmente solida, ma soprattutto abbia lasciato un luminoso esempio di santità missionaria, ispirando comportamenti capaci di garantire all’opera profondità ed efficacia evangelizzatrice. I semplici avrebbero colto elementi che ancor’oggi si rivelano essenziali per fare missione. Ci avvaliamo perciò della testimonianza delle 38 persone che furono interrogate al processo canonico tenutosi a Khartoum nel 1929 (cf. PK, ff. 10-283) (La sigla PK indica La Copia Publica del Processo Informativo di Khartoum, interamente manoscritta. Non ripeteremo più questa sigla, ma ci limiteremo a indicare il numero del foglio, recto o verso (es. f. 241r) e il numero della domanda (es. ad 21): PK, f. 241r, ad 21), tralasciando quello svoltosi a Verona, nello stesso periodo.

Ne uscirà una santità caratterizzata che se, come giustamente afferma il Concilio, è multiforme esercizio dell’unica santità: "Nei diversi generi di vita e di occupazioni è sempre l’unica santità che viene vissuta da coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio" (LG 41), allo stesso tempo, esprime anche una sua peculiarità perché "conformemente ai propri doni e alle proprie funzioni, ognuno deve avanzare senza esitazioni sulla via della fede viva, che tiene desta la speranza e opera mediante la carità" (LG 41). Quindi anche per il Comboni non si tratta di una santità generica, ma peculiarmente missionaria. Una santità di vita, tanto per intenderci, che porta un messaggio carico di afflato spirituale per la capacità di muoversi in maniera nuova sul campo del lavoro missionario, capace quindi di farsi capire, di avvicinare, di trasformare le coscienze, di incidere sulle strutture e di generare speranza e gioia.

Santità missionaria e primato di Dio 

Sembrerebbe scontata la convinzione che alla base di ogni azione evangelizzatrice ci debba essere nell’evangelizzatore un’esperienza spirituale forte e chiara, immediatamente percepibile all’esterno. Eppure non poche volte la prassi smentisce questa verità fondamentale perché appunto l’evangelizzazione è spesso vissuta come trasmissione di contenuti, come insegnamento da impartire secondo una metodologia rigorosa, soggetta a verifiche e a discernimenti, piuttosto che prima di tutto come grazia incondizionata del Dio che si dona. Di fronte a tali scorciatoie o strade parallele, il Comboni è colto invece come un immediato segno di Dio sul territorio e fra le persone con cui opera. In lui le persone colgono l’impatto del kerygma, ossia quella forza spirituale, a carattere fortemente esperienziale e personale, che abita il testimone e gli fa trovare vie semplici, immediate, efficaci e sempre nuove per arrivare al cuore delle persone.

L’opinione comune della gente, credenti e non, era che il Comboni fosse un uomo di Dio. Ciò che impressionava era la sua esperienza spirituale, l’unità della sua vita incentrata nel cercare unicamente il Regno di Dio. Una vita colta come un tutto unitario, dipendente totalmente da Dio, dalla sua volontà e dai suoi interessi. Quando Surial Daud, copto ortodosso, afferma che: "Il Comboni venne nel Sudan unicamente per Gesù Cristo, per propagare la religione" (f. 249r, ad 14), riflette un’impressione condivisa da tutti. Vedendo quest’uomo non ci si poteva equivocare sull’obbiettivo centrale del suo stare in missione. Uno stare che fluiva dal suo essere profondo: portare un’esperienza di Dio perché questa costituiva la sua identità. Perciò il generale consenso sulla sua persona non era semplice benevolenza umana, ma era assenso ai valori cristiani che rappresentava. Così Ubrail Ibrahim, copto ortodosso, depone: "Il Comboni era stimato dovunque, e tutti lo amavano come l’uomo di Dio (f. 241r, ad 21)". "L’idea che finora hanno del Comboni coloro che lo conobbero è che egli era un santo (f. 241r, ad 27)". "…quando si diceva Comboni si intendeva un uomo perfetto, pieno di tutte le virtù (f. 240v, ad 18)".

Vivere nell’intimità divina per essere trasformato 

Quella del Comboni, non era certamente un’esperienza generica di Dio, ma presentava tracce di profondo e ricercato contatto personale con il divino. Emilia Ersilla, ragazza della tribù Banda (Bahr el Ghazal) fatta schiava e da lui liberata, ha questo ricordo del contatto con il Comboni: "Il Servo di Dio mi fece l’impressione di un padre e di un uomo che diceva molte preghiere" (f. 75r, ad 3). La sua preghiera esprimeva inconfondibilmente la sua persona. Tutti i testimoni hanno colto una familiarità e una comunione con il divino che aveva tutto il carattere di una comunione con la trascendenza a cui aveva accesso come "amico" e che, a sua volta, lo rendeva strumento credibile e ricercato dell’esperienza di Dio. Tutti indistintamente notano la presenza significativa e corposa della preghiera nella vita del Comboni. Più che di un fattore cogente, si trattava di una necessità dell’anima, che i semplici appunto sapevano cogliere o nel suo nascondimento o nel silenzio delle ore notturne o nei momenti, volutamente solenni, delle sue celebrazioni liturgiche. Nulla di affettato o di affrettato, ma la convinzione che quell’aprirsi a Dio segnava il ritmo e la profondità della sua donazione alla missione. Giuseppe Khatib fu servo del Comboni per circa 8 anni e lo accompagnò nei lunghi viaggi tra Khartoum, El-Obeid e Delen. La sua deposizione nasce dunque da una lunga osservazione. "Io ho visto il Servo di Dio moltissime volte passeggiare in giardino leggendo l’Ufficio e in tal tempo non voleva che andassimo a disturbarlo. Nei viaggi che feci con lui, quando ci fermavamo per dormire egli pigliava fuori il suo Ufficio e pregava" (f. 35r/v, ad 13). Suor Caterina Chincarini, che professò il 5 ottobre 1878 nella giovane Congregazione fondata dallo stesso Comboni aggiunge: "Per le molteplici sue occupazioni il Servo di Dio dormiva poco e allo scarso riposo rubava il tempo per intrattenersi con Dio, specialmente per la recita di qualche preghiera, che non avesse potuto fare di giorno. E fu visto spesso a notte inoltrata girare in cortile pregando con la corona in mano" (f. 15r, ad 45). Sembrano affermazioni scontate, ma chi per esperienza conosce le situazioni climatiche e la spossatezza dei lunghi e faticosi viaggi del tempo deve concludere che il desiderio dell’incontro con il divino aveva ormai prevalso sulle impellenti esigenze del corpo. E infatti tutti riferiscono di questa sua intensa vita di preghiera.

Faceva impressione quel suo scandire la giornata al ritmo della preghiera, sia si trattasse del giorno e della notte. La preghiera scandiva i luoghi e dava senso ai luoghi che erano percepiti come momenti da rispettare. Quasi un contemplarli di nascosto per carpirne il segreto e comprovare una costanza di atteggiamento e una coerenza e autenticità di vita. Lo spiavano, come si fa per un prediletto di Dio. Antonietta e Daria, due delle prime cristiane del Sudan che avevano conosciuto il Comboni prima che ancora fosse Provicario, confidavano a una loro amica, tale Rosa Bey: "Viveva di fede. Fu visto in preghiera anche di notte già avanzata. Qualche volta andavano quei della missione a spiarlo e lo trovavano sempre in preghiera" (f. 214v, ad 3-4-5).

Le persone coglievano questa comunione con Dio, come il suo essere attratto in uno spazio riservato, dove Dio si apre ai grandi oranti e concede loro un potere morale sulle persone assolutamente fuori dal comune. La sua preghiera insomma, pur avendo una sua visibilità, era molto differente dall’ostentazione. Tant’è vero che le stesse persone notavano una consequenzialità tra il molto pregare e il suo potere di intercessore con risultati evidenti di guarigioni, di interventi preternaturali che lo ne facevano agli occhi di tutti un uomo di Dio, molto amante e ascoltato da Dio. Osman Aly, musulmano è sicuro, di una cosa: "Certo il Comboni amava molto Dio e per Iddio spendeva tutta la sua vita" (f. 269r, ad 10). Comboni in vita era già un tramite del divino (cf. le innumerevoli cure: ff. 267r/v; 265v-266r). Mohammed Saleh Ibrahim, musulmano: "So che la benedizione del Servo di Dio era molto apprezzata e ricercata come assai potente presso Dio" (f. 253v, ad 22).

Icona umana del volto misericordioso di Dio

L'esperienza di Dio, che il Comboni trasmetteva con la sua vita e il suo agire, era comunione con una sorgente di bontà che lo trasfigurava. Fanno impressione gli aggettivi utilizzati nei suoi confronti: buono, buono in assoluto o sommamente buono. Detto dai mussulmani era la caratteristica per connotarlo il più vicino alla assoluta trascendenza di Dio. Detto dai cristiani non poteva non richiamare la domanda di Gesù al giovane ricco: "Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono". Certo non designava un’identificazione, impossibile con Dio, ma indicava certamente una incarnazione, una icona della presenza salvante di Dio. I testimoni uniscono inconsciamente umiltà-santità-bontà dando a noi la possibilità di capire la giustezza di tale associazione. Solo la vera santità, segno della trascendenza ricevuta, fattasi vicina nella piccolezza, è spendibile come amore o più semplicemente come bontà. Surial Daud, copto ortodosso senza alcuna remora o paura di esagerare afferma che il Comboni era: "uomo buono, santo, puro, molto attaccato alla religione, amato da tutti e umile"(f. 250 r, ad 29). "I cristiani dicevano che lui era un santo, i musulmani dicevano che è un uomo Saleh – buono in sommo grado" (f. 229 v, ad 5).

Una presenza del divino salvifica e rassicurante che trasmetteva gioia e sicurezza. La missione con lui, materialmente presente, era piena, era effettivamente una realtà presente come benedizione. Amava ed era riamato da tutti. "Tutti erano contenti di lui e ne parlavano bene" (f. 268v, ad 5). Mohammed Saleh Ibrahim, musulmano: "Egli portava la pace ovunque andava" (f. 253r, ad 15). Era così vero questa sua illuminante e rassicurante presenza, che il saperlo in missione generava gioia e il saperlo in procinto di partire provocava tristezza.

L’attrattiva che esercitava sulle persone, quella bontà che lo facevano apparire uomo di tutti, non era colta come una semplice grandezza umana, ma l’irradiazione di una forza interiore che gli veniva da una grande unione e dimestichezza con Dio e lo connotava in maniera inconfondibile. I tratti della santità che i testimoni colgono in lui sono concretizzazioni della sua vicinanza a Dio e perciò stesso le caratteristiche del vero missionario. "Ascoltava con calma le ragioni di ciascuno, ma non cedeva davanti all’ingiustizia" (f. 39v, ad 28). "Era un uomo molto forte che non si arrabbiava mai" (f. 85v, ad 16). "Era molto buono,la gente non lo temeva, ma tutti ne avevano gran rispetto" (f. 85v, ad 22). "Sempre contento. Quando per qualche ragione doveva mostrarsi severo, dopo ritornava subito dolce, e non conservava mai rancore" (f. 190r, ad 23). "Trattava tutti con grande affabilità e diceva francamente la verità, per questo tutti lo amavano" (f. 210v, ad 22-23). "Era assai umile, trattava bene anche il più povero, per lui erano tutti suoi figliuoli" (f. 197r, ad 28). " In lui non c’era assolutamente superbia, era anzi umile e affabile con tutti" (f. 90r, ad 28). "Lo si pigliava come giudice di pace" (f. 244v, ad 15). "Mai sentito che ci fossero dicerie a suo riguardo: era un uomo dal cuore puro" (f. 39v, ad 26). Mohammed Joseph el Ezzi, musulmano, conclude con certa foga: "Padre, io ti parlo e Dio mi ascolta, e non ti dico il falso: era un uomo puro" (f. 262, ad 18). "Se qualcuno afferma il contrario è certamente un bugiardo" (f. 229v, ad 4). 

Una bella sintesi di ciò che il Comboni era, e ciò che ogni missionario dovrebbe essere, è offerta dal musulmano, mercante di schiavi, Said Mohammed Taha: "Fino ai nostri giorni, del Comboni si dice che era un uomo santo, umile, sincero e buono" (f. 245v, ad 28). In Comboni insomma i testimoni avevano colto una profonda integrazione e armonia tra qualità umane e virtù soprannaturali.

Rimettere i valori al posto giusto

Come non notare che il Comboni diviene qui non solo l’icona credibile di Dio, il vicino, il compagno compassionevole, ma l’icona del vero missionario che fa scoprire in sé il volto umano di Dio, ossia il Cristo? Redemptoris Missio ricorda che nel missionario si intravede il volto di Cristo quando in lui si coglie l’uomo che si distacca da tutto ciò che possiede per farsi fratello di coloro ai quali è mandato (RM 88) e "si ispira alla carità stessa di Cristo, fatta di attenzione, tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità, interessamento ai problemi della gente" (RM 89).

Questo riconosciuto primato, attribuito all’incontro con Dio, assume oggi un particolare significato nel fare missione perché le molteplici attività, pur necessarie, erodono inesorabilmente il tempo a disposizione dell’evangelizzatore. La mancanza di pause significative dedicate alla riflessione, alla preghiera e al riposo fisico e psichico, determinano la diminuzione di profondità ed efficacia della stessa azione evangelizzatrice.

Il primato quindi che il Comboni riconosce allo stare con Dio si addice molto bene a quanto gli stessi insegnamenti conciliari e del pontefice Giovanni Paolo II non si stancano di richiamare. Nel cap. VIII della Redemptoris Missio si afferma che cardine dell’attività evangelizzatrice è una vita nello spirito, per cui ogni attività missionaria è impensabile senza una spiritualità missionaria. Questa si vive e si costruisce sulla testimonianza a tal punto che il missionario lo si definisce come " un testimone dell’esperienza di Dio" (91). "Il missionario deve essere un contemplativo in azione. Egli trova risposta ai problemi nella luce della parola di Dio e nella preghiera personale e comunitaria. […] Il missionario, se non è un contemplativo, non può annunziare il Cristo in modo credibile. Egli è un testimone dell’esperienza di Dio..." (91). Nell’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Africa, nel capitoletto Testimonianza e santità, si ribadisce lo stesso concetto e si conclude che l’annuncio fatto come testimonianza (cf. 86) raggiunge il cuore e l’anelito più profondo delle persone a ricevere e vivere un’esperienza spirituale: "apre il cuore delle persone all’anelito della santità" (87).

Santità missionaria: dono liberante di sé e che fa liberi 

Dare una risposta alla sete di esperienza di Dio che c’è nelle persone, significa raggiungere il loro cuore. Ora, chi tocca il cuore e risponde alle aspettative autentiche delle persone, può sperare che ciò che offre costituisca un arricchimento totale della persona e crei convinzioni interiori e non una velata forma di dipendenza o di condizionamenti generanti passività. Rosa Bey lascia una testimonianza commovente: "Io stessa fui testimone della fede viva che rimaneva nei cristiani convertiti e istruiti da mons. Comboni. Durante la Mahdia in Omdurman i cristiani si radunavano di nascosto in casa di P. Ohrwalder per pregare in comune e per sentire la parola di Dio e ricevere la benedizione. Alla vigilia della battaglia di Kereri, io mi trovava in casa della signora Grigolini, quando venne un soldato nubano di nome Carlo, uno dei convertiti del Comboni, e che per forza era soldato dei Dervisci. Questi e noi tutti pregammo insieme, e prima di partire ci disse: ‘Pregate la Madonna per me, io mi sono offerto al Sacro Cuore di Gesù e di Maria’. Il giorno dopo veniva ucciso nella battaglia" (f. 217v, ad 29).

Uno dei pericoli più grossi, a cui il missionario attualmente va incontro, è l’essere identificato o il ricoprire inavvertitamente il ruolo di grande manager di soldi che gli piovono addosso, nel confronto dei quali la gente sente nascere la bramosia degli aventi diritto a possedere ciò che in effetti è stato loro offerto. Il missionario insomma, quasi un gestore potente di soldi che sono dati ai poveri, ma che i poveri non possono gestire e che comunque sentono che a loro appartengono. Il passo successivo poi è breve: gestire da soli e costruire opere che i poveri non potranno gestire e che alla prima occasione o saranno distrutti, o deteriorati, o rubati. Il missionario insomma come colui che offre brillanti prestazioni e doni esteriori, usato, strumentalizzato e che non arriva allo scopo, cioè a incidere sull’interiorità.

Per il Comboni, non c’è un solo testimone che abbia avvertito la presenza del denaro come potenza nelle sue mani a fin di bene. Tutti hanno percepito che i molti soldi che riceveva erano per i poveri e a loro appartenevano. Osman Aly, musulmano di Dongola: "Il suo denaro il Servo di Dio lo mpiegava in prò dei poveri e degli schiavi" (f. 269v, ad 19) "Non credo che il Comboni abbia mai fatto ingiustizia ad alcuno. Egli non amava il denaro ed era molto generoso" (f. 269v, ad 16). Caradmalla Maddalena, cattolica: " Il Servo di Dio riceveva molta roba e denaro dal suo paese, e tutto era per noi" (f. 258r, ad 19). Ubrail Ibrahim, copto ortodosso: "La sua roba, il suo denaro era tutto dei poveri" (f. 240v, ad 19). 

Lo vedevano non solo comperare schiavi per riscattarli, ma vedevano che il suo rapportarsi con loro era differente: amava, mostrava rispetto e imparzialità di trattamento, istruiva nell’anima e nello spirito, dava un mestiere, lasciava liberi di scegliere se rimanere in missione o andarsene, continuava ad aiutare, visitava.

Notano tutti l’autocontrollo e l’affabilità del suo comportamento: l’esigenza abbinata alla comprensione e al controllo delle proprie emozioni; il necessario correggere e l’altrettanto necessario riaccogliere con un sorriso, con una buona parola, con un rinnovato gesto di fiducia. La materialità del gesto: fosse la durezza del castigo e la consegna al braccio secolare, era sopravanzata dal significato amorevole e pedagogico di colui che non abbandona, non disprezza, ma costantemente dà fiducia.

Era insomma la qualità del rapporto che dava un tono particolare a tutta la sua attività di beneficenza. Attività che in alcune sue forme può oggi farci arricciare il naso, come la distribuzione delle elemosine alla fine della Messa o alla porta della missione. Così se alcune forme erano datate, lo spirito però non era quello di creare la dipendenza dal benefattore, ma di instaurare un legame come conviene a un padre. Tutto dipendeva dal rapporto. Rapporto che in Africa non si basa su belle parole, ma su atteggiamenti concreti verificabili giorno dopo giorno. Osman Aly, musulmano depone: "Alla domenica era il giorno speciale nel quale faceva più elemosine: fuori dalla chiesa era tutto affollato di poveri; e il Comboni li assisteva e aiutava tutti. Andava nelle case di quelli che erano ammalati a trovarli, e con parole dolci li consolava e li aiutava con elemosine" (f. 269r, ad 11). Mohammed Joseph el Ezzi, musulmano: "Andava anche nelle case a portare lui stesso l’elemosina a quelli che non potevano o si vergognavano di venire alla chiesa con gli altri. Questa era la ragione che faceva che il Comboni fosse amato da tutti" (f. 261v, ad 11). "Attirava tutti con il suo modo di fare" (f. 261r, ad 3-4).

Insomma in nessuna deposizione si parla di lui come di un grande potente, nel senso che avesse molti soldi, perché tutti vedevano dove erano destinati e come erano impiegati. Generosità, non taccagneria; liberalità e larghezza nel dare agli altri, morigeratezza e non facilitazioni per lui, come bevute, inviti a feste, ostentate amicizie e grandi mangiate, ma in tutto rigorosa coerenza con le finalità dei benefattori. Innumerevoli e concordanti le testimonianze su questo punto: fumava sì, ma era assolutamente controllato: "Faceva visite o al Console o a altri personaggi distinti, ma non si sentì mai che mangiasse troppo o bevesse alcolici, anzi li rifiutava" depone Rosa Bey figlia di un medico siriano (f, 216r, ad 17). Gli fa eco un musulmano: "Non beveva liquori e non c’erano dicerie sul suo conto" (f. 269v, ad 17-18) e Katib, il suo servo aggiunge. "Si adattava a qualunque cibo" (f. 39r, ad 24). La sua forza era la sua grande bontà, la sua grande fede e la sua luce interiore. Limona Lucia, ex schiava: "Noi non lo amavamo solo perché ci dava dei doni, ma soprattutto lo amavamo perché era buono" (f. 102v, ad 30) "Il Servo di Dio era affabile con tutti, e per questo tutti gli correvano intorno" (f. 102v, da 28). "Quando arrivò la notizia della sua morte…fummo tutti addolorati, perché la sua bontà era impressa nei nostri cuori" (f. 102v, ad 32-33).

Avevano capito perfettamente perché stava in missione: non assistenzialismo, ma carità soprannaturale. Credeva nel pieno ricupero dell’elemento africano e nelle sue intrinseche qualità e capacità.

continua...

P. Arnaldo Baritussio