Le sfide della vita religiosa nell’evangelizzazione in Africa

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Roma, domenica 4 marzo 2012
Da buon figlio di San Daniele Comboni, primo vescovo dell’Africa Centrale, famoso per la sua frase: “Africa o Morte!”, Padre Enrique Sánchez, Superiore Generale dei Missionari Comboniani, riferisce con chiarezza in un’intervista a ZENIT le sfide dell’attuale missione ed i piani della sua famiglia religiosa, che ha cominciato ad avere una presenza significativa in Cina.

Intervista a Padre Enrique Sánchez, superiore generale dei Missionari Comboniani

Come può aiutare la nuova evangelizzazione in Europa, l’esperienza che avete avuto in Africa?
Padre Sanchez: Credo che la nuova evangelizzazione riguardi tutta la Chiesa, in tutti i continenti. Tutto ciò che viene fatto in Africa o fuori da essa, entra nel contesto di annunciare oggi il Vangelo a tutta l’umanità. Non vorrei fare una distinzione tra l’Africa e altri paesi, per non cadere nella trappola di pensare che la nuova evangelizzazione si rivolga solo ad una parte dell’umanità o una parte della Chiesa. Essa è una proposta per tutta l’umanità in ogni continente.
L’Africa ha molto da offrire in questo momento, in quanto l’atteggiamento del popolo africano nell’accogliere il messaggio evangelico è stato rispettoso. Queste persone sono molto sensibili ai valori spirituali, religiosi, alla comunione, alla fraternità, tutti valori essenziali del Vangelo. E penso che l’esperienza che abbiamo fatto per molti anni in Africa, può aiutare a risvegliare in altri contesti di umanità questa sensibilità che abbiamo potuto toccare con mano, ovvero l’apertura, la disponibilità, la sensibilità a tutto ciò che riguarda Dio.

Perché l’Europa cattolica ha perso la capacità di avvicinarsi a Dio con semplicità?

Padre Sanchez: Credo che si tratti solo un momento della storia d’Europa, non che questa sensibilità si sia persa. Vedendo cosa succede in Europa, infatti, ci rendiamo conto che c’è un desiderio, un bisogno, una ricerca di Dio. È una ricerca, però, che non si accontenta con il “noto”, con il “già visto”, con il “solito”, ma si preoccupa delle novità che riguardano Dio che, a mio parere, oggi, deve essere reinventato con nuovi linguaggi, nuovi simboli, esperienze e proposte.

Rispondendo alla sua domanda sul perché l’Europa ha perso un po’ di questa sensibilità, penso che ciò abbia molto a che vedere con l’ambiente consumistico, edonistico, con questo porsi ad un livello molto superficiale della vita in cui si ritiene che la felicità consista nell’avere, nel potere, nel piacere.

Ci rendiamo conto che questa non è la risposta: l’Europa ha molto dal punto di vista culturale ed economico, ma lascia un vuoto che solo Dio può colmare.

Come si sta preparando la vita religiosa per queste nuove strategie che ha menzionato?

Padre Sanchez: Ad un livello generale, soprattutto attraverso assemblee generali che si fanno qui a Roma per un certo tempo. Abbiamo riflettuto molto sulla vita religiosa in Europa e ci siamo chiesti come ci vedono i nostri contemporanei. Quest’aspetto, lo abbiamo approfondito, con grande soddisfazione, l’anno scorso, quando abbiamo ricevuto infatti l’incoraggiamento e la conferma che la vita religiosa ha molto da dire, da mostrare e da insegnare alla società contemporanea europea.

Alla fine dell’anno scorso, poi, abbiamo iniziato una riflessione sul prossimo sinodo e ci siamo interrogati sul ruolo che dovremmo giocarci in questo invito fatto dal Santo Padre a rilanciare una nuova proposta di evangelizzazione nella Chiesa, che è un tema che ci tocca molto da vicino…

Sarà necessario quindi cambiare alcune cose?

Padre Sanchez: Sì, la prima cosa che abbiamo sentito molto forte è stata una chiamata all’autenticità, alla radicalità, a vivere la nostra appartenenza a Dio come qualcosa di bello, che riempie gli esseri umani. Riassumerei questo dicendo che la vita religiosa è una chiamata ad essere più testimoni che lavoratori, maggiormente presenti in mezzo alla società di oggi. Un’altra cosa che sento e che si sta muovendo è che tutto questo porta a chiedersi se la vita religiosa deve “agire” all’interno di se stessa, nel senso di ricercare nuove forme, nuovi stili e modi di essere religiosi oggi. Penso che sia un mondo in cui c’è molto da scoprire, da inventare…

Come Superiore Generale dei Missionari Comboniani, cosa sta chiedendo ai suoi religiosi?

Padre Sanchez: Vedo che c’è una grande sensibilità tra i comboniani per tutto quello che riguarda una presenza più radicata e vicina alla gente. Fare missione con mezzi più essenziali e strutture meno pesanti, viverla come un cammino che si percorre insieme. Questo ha a che fare con il nostro carisma, perché nella coscienza missionaria di Comboni era chiara questa causa comune: salvare l’Africa con l’Africa, fare il cammino con l’altro dandogli il tempo di diventare protagonista della sua propria evangelizzazione, della sua promozione e del suo sviluppo.
Per questo ora sento che c’è una forte sensibilità nel nostro istituto, perché vedo che ci sono fratelli con una grande volontà di andare a vivere esperienze in posti molto vicini alla realtà delle persone, che non siano necessariamente in periferia o nella miseria; luoghi dove non possiamo fare molto, ma dove la nostra presenza è significativa.
Ad esempio, nel mondo islamico viviamo una realtà in cui lavoriamo sapendo che non ci saranno premi né riconoscimenti, e continuiamo a lavorare perché crediamo che il Vangelo è anche in grado di trasformare dal di dentro queste realtà.

A livello delle province europee della sua congregazione, invece, che “disponibilità” c’è nelle comunità?

Padre Sanchez: C’è molta preoccupazione, molta eccitazione: nelle province e si chiedono qual è il nostro ruolo e che tipo di presenza manteniamo in Europa oggi come Comboniani. C’è purtroppo il problema di non essere in tanti, a parte un consistente gruppo di anziani entusiasti alla missione. Non abbiamo, insomma, una grande quantità di persone da utilizzare per un progetto europeo di evangelizzazione, vedo però nei gruppi che sono in Europa molta sensibilità verso le nuove realtà, come, ad esempio, la nostra presenza tra i migranti, persone provenienti da luoghi dove siamo stati o siamo ancora missionari.

Vi è anche un grande impegno ad essere presenti tra i gruppi che lavorano per i diritti umani, per la giustizia, la pace, l’ecologia e via dicendo, perché riguardano direttamente il nostro annuncio del Vangelo: sono gli ambiti in cui la mentalità europea permette un incontro con il Vangelo, con la Chiesa e il Cristianesimo.

Credo sia necessario - e ci stiamo lavorando - offrire come missionari una proposta di esperienza spirituale: non solo, quindi, farci promotori di nuove sensibilità, ma di esperienze di Dio. Alla fine è questo ciò che conta e che può cambiare la realtà.

Un altro obiettivo che sta animando la congregazione è quello di capire come dovremmo essere uomini di Dio presenti in questa realtà che cerca Dio: non nelle forme conosciute della liturgia fatta, ma per il fatto che, come missionari, possiamo entrare un po’ più in profondità e toccare lì il cuore dell’Europa del nostro tempo per aprirla alla bellezza del Vangelo, alla felicità vera che viene dalla presenza di Gesù. Ed è da lì che può sorgere ancora una volta il cristianesimo che desideriamo attraverso la nuova evangelizzazione.

Qual è la situazione delle vocazioni tra i Comboniani?

Padre Sanchez: Siamo poco più di 1.600, presenti in quattro continenti. La maggior parte lavora in Africa, dove la tradizione e il carisma dell'istituto sono una presenza significativa lì. Come vocazioni, al momento abbiamo circa 120 studenti di teologia e alcuni fratelli religiosi. Un gran numero proviene dallAfrica, altri dall'America Latina; un gruppo molto piccolo, poi, è composto da cittadini europei e alcuni asiatici, ma pochi perché siamo solo nelle Filippine e a Macao e Taiwan. Questa presenza in Asia è molto importante per noi, specialmente per il significato che ha per la missione, perché lì - come nel mondo arabo musulmano - ci rendiamo conto che la missione deve essere fatta con grande umiltà, ascolto, scomparendo per imparare e scoprire la presenza di Dio nei posti dove veniamo inviati.

Cosa possiamo imparare quindi dai popoli asiatici?

Padre Sanchez: Possiamo imparare molto circa il rispetto agli altri, la sensibilità verso il sacro, lo spirituale, per tutto ciò che riguarda Dio. Possiamo imparare il senso di responsabilità, di impegno, di lavoro serio, e soprattutto la voglia di ricercare di un qualcosa che è oltre da noi stessi.

Tornando in Africa, la grande passione di Comboni, come valuta il lavoro che i Missionari Comboniani hanno svolto lì negli ultimi cento anni?

Padre Sanchez: I grandi frutti sono evidenti. Oggi, in Africa c'è una chiesa locale che è molto forte, vigorosa, ricca sotto molti aspetti. È una comunità viva che sa divertirsi e celebrare il Vangelo, che gode nellessere Chiesa e famiglia di Dio.

Ci sono molte famiglie religiose nate in Africa; cè un clero locale consistente e conferenze episcopali. In sostanza, l'Africa negli ultimi 150 anni ha visto un incredibile cambiamento e oggi è uno dei continenti, come ha detto il Santo Padre, che sta emergendo come continente di grande speranza.

La società, in molti paesi, sta facendo un cammino molto significativo di responsabilità e crescita, riappropriandosi della propria storia, con una vitalità che significa molto per la Chiesa.

Il limite che vedo è che l'Africa è considerata ancora come un continente che non ha grandi diritti o che non viene proprio riconosciuto. Ci sono molti pregiudizi contro la popolazione e un grande disprezzo della coscienza universale contro questo mondo. Ci sono anche tutti i vizi che troviamo nel mondo occidentale: la corruzione, la mancanza di opportunità per i giovani, lassenza di istituzioni, una grande insicurezza in molti servizi, ecc. Non vorrei sottolineare solo questo però: per l'esperienza che ho avuto in Africa, sono convinto che è un continente che ha molto da dare, da cui dobbiamo imparare ancora molto e che ci sorprenderà nel giro di pochi anni.

In termini di cristianesimo, qual è la maggior difficoltà quando si presenta Gesù Cristo alla cultura africana?

Padre Sanchez: C'è un lavoro che deve essere effettuato attraverso l'inculturazione del Vangelo, che entra nelle culture e da lì si pronuncia. Non vedo grossi ostacoli, perché penso che ci sia una grande apertura da parte dei popoli africani ad accogliere il Vangelo. Cè comunque bisogno di andare avanti come è accaduto in altri continenti, questo è normale, ma il Vangelo deve entrare nel cuore umano e noi dobbiamo renderci conto che la diversità in cui è chiamato il Vangelo a entrare è ciò che rende ricca la nostra umanità.

È per caso in corso il processo di canonizzazione di qualche comboniano?

Padre Sanchez: Abbiamo diversi fratelli e sacerdoti che hanno dato la loro vita. Ci sono i martiri che danno la loro vita ogni giorno in modo nascosto, molto intenso. Passando attraverso le province incontro tanti di questi fratelli: uomini di preghiera che hanno una grande passione per la Parola di Dio, appassionati per la gente, disponibili, utili, interamente dedicati alla missione, che però non fanno rumore, non fanno notizia. Ci sono poi quelli che sono morti violentemente, uccisi ad esempio in Brasile o in Mozambico, di cui si sta studiando la possibilità di aprire le cause.

È in corso, comunque, il processo di un sacerdote medico, Padre Giuseppe Ambrosoli, servo di Dio, morto in Uganda, dove ha lavorato in un ospedale che egli stesso ha fondato e a cui dedicato la sua intera vita, lasciando un eccezionale esempio di passione e dedizione missionaria. Ci sono poi l'arcivescovo Antonio Maria Roveggio, Padre Bernard Sartori e un altro fratello di cui si sta parlando tanto: un italiano di nome Giosuè dei Cas, un esempio di vera devozione, morto per lebbra in Sudan. Sono figure che ci stimolano e ci ricordano quale deve essere il nostro impegno e la nostra vocazione missionaria nel mondo di oggi.

Cosa diresti ai missionari nel mondo che leggeranno questa intervista?

Padre Sanchez: Dobbiamo essere grati per questo bel dono che abbiamo ricevuto dalla vocazione missionaria. Credo che oggi valga la pena più che mai vivere la missione, perché essa risponde a tutto ciò che il nostro cuore cerca e anela: incontrare il Signore ed essere felici in questo mondo. Invito coloro che si affacciano alla missione a capire che essa non è qualcosa di particolare, ma ciò che dobbiamo vivere come battezzati, noi come cristiani non possiamo rifiutare questa responsabilità! Abbiamo qualcosa di molto bello tra le mani: il Vangelo, il Signore, l'esperienza di Dio che dobbiamo annunciare allumanità perché ne ha fortemente bisogno.

Non possiamo non chiederle, da messicano, quali sono le sue aspettative per il viaggio del Papa in Messico e a Cuba?

Padre Sanchez: In Messico, stanno aspettando il Papa come sempre con grande affetto. Forse in questo momento ciò che attendono maggiormente è sentire da lui una parola che tocchi il cuore dei messicani, in particolare quelli che causano tanta violenza, dolore e morte. Il Papa è la persona giusta per toccare i cuori e per ricordarci di essere sostenitori della giustizia, della pace, del rispetto per la vita e per i diritti degli altri. Benedetto XVI lo farà bene perché è un uomo coraggioso, un uomo di Dio che non ha paura di dire la verità, in modo che possa essere riconosciuto da coloro che cercano di nasconderla e ignorarla.

A Cuba il viaggio un modo per confermare tutto il cammino che la Chiesa cubana ha fatto in questi anni di apertura, riconoscimento del valore come messaggero di giustizia, fratellanza e rispetto per gli altri. Avranno molto da dire per incoraggiare i nostri fratelli cubani che con amore sono sempre stati in grado di esprimersi con grande gioia ed entusiasmo.
di José Antonio Varela Vidal
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Salvatore Cernuzio]