Lunedì 6 luglio 2015
In attesa della pubblicazione del quaderno, che è in fase di composizione, pubblichiamo qui una sintesi del simposio di Limone 2015 svoltosi dal 7 all’11 aprile scorso presso la casa di san Daniele Comboni a Limone sul Garda. Questa sintesi può aiutare soprattutto il nostro impegno quotidiano nella missione in Europa ed è materiale utile per i capitolari comboniani europei, che prenderanno parte al XVIII Capitolo Generale che si terrà a Roma nel mese settembre. La sintesi è stata fatta da P. Benito de Marchi, al quale va il nostro sincero ringraziamento.

 

“Essere buona notizia oggi in Europa”

Consolidare-Approfondire-Immaginare


Segni e promesse di un cammino nuovo
nella condivisione tra i partecipanti al simposio

 




Una sintesi
interpretativa

Lungo un cammino di circa dieci anni, i Simposi di Limone hanno tentato di sviluppare un nuovo modo di essere missione oggi, specificamente in Europa, ma non solo. E’ stato un cammino di riflessione, nella quale di volta in volta specifici “inputs” da parte di persone competenti su vari aspetti della missione hanno provocato ed arricchito la condivisione tra i partecipanti ai simposi stessi.

In quest’ultimo simposio, nell’intento di consolidare e promuovere quanto finora raggiunto circa un nuovo stile di missione, si è cercato un approccio diverso che privilegiasse il racconto stesso dei partecipanti circa loro esperienza missionaria.

Questo cambio metodologico ha un duplice significato. Innanzitutto, dare priorità al racconto dei partecipanti è in qualche modo dare una risposta alla difficoltà che i simposi hanno finora sofferto di raggiungere e coinvolgere le comunità della famiglia comboniana; attraverso il racconto dei partecipanti, il discorso di riflessione sulla missione riparte dalla base della famiglia comboniana. Ma più ancora, partire dalle esperienze concrete inserisce la riflessione teorica sulla missione all’interno stesso del vissuto, come un processo maieutico e critico-interpretativo di esso, capace di approfondirlo, inverarlo e re-inventarlo di continuo.

Gli “inputs” non diventano, per questo, meno necessari; acquistano piuttosto il significato sussidiario di provocare, sollecitare ed accompagnare il processo in questione. E ciò è quanto avvenuto nei giorni del simposio 2015. Sì che ad essere “consolidato, approfondito ed immaginato” - come il simposio proponeva - non è stato solo la riflessione dei simposi precedenti, ma anche e soprattutto le esperienze missionarie della famiglia comboniana in Europa oggi, che ci sono apparse come “semi” di una nuova presenza missionaria comboniana in Europa e “segni e promesse” di un nuovo cammino della missione in generale.

 


Consolidare


Tre sono stati i racconti principali di un vissuto missionario comboniano innovativo nell’Europa di oggi: l’esperienza delle suore comboniane a Berlino, l’esperienza della comunità comboniana a Napoli nel rione della Sanità e l’esperienza spagnola-portoghese del cammino di Santiago.

Ma questi racconti maggiori hanno fatto da catalizzatore per altri racconti minori, alla scoperta di altre interessanti esperienze ed iniziative che punteggiano la presenza comboniana in Europa, anche se esse non riescono ancora a qualificarla nel suo insieme.

Così per quanto riguarda l’Italia, c’è il lavoro dei padri e fratelli comboniani con gli immigrati a Castel Volturno; a Palermo c’è un primo sperimento di una comunità mista della famiglia comboniana, impegnata per lo più con immigrati (una suora comboniana lavora a favore delle donne vittime della tratta); a Padova due suore comboniane lavorano e vivono insieme ad alcune donne immigrate e i loro bambini in una struttura della Caritas. In Germania, la comunità dei padri e fratelli di Norimberga dà ospitalità occasionalmente a rifugiati; la vecchia casa di Graz è stata messa a disposizione di 24 immigrati africani, con un fratello comboniano che si prende cura della casa stessa; ad Ellwangen si sta negoziando il passaggio della casa di Josefstal ad una associazione che lavora con i drogati. Nella London Province, due confratelli lavorano a tempo pieno con i rifugiati.

Questo inventario di iniziative ed esperienze missionarie ha evidenziato come ci sia già in atto nella famiglia comboniana una ricchezza di semi e segni di un diverso modo di animazione missionaria in Europa. Raccontarla ha avuto un grande valore affermativo. C’è stata una presa di coscienza collettiva, a livello di famiglia comboniana, che qualcosa di nuovo sta avvenendo in Europa: un evento dello Spirito, un inizio - plurimo e variegato - di una missione di impronta e carattere diversi che si rivolge alla stessa Europa.



Approfondire


La susseguente condivisione tra i partecipanti al simposio sulle esperienze raccontate, nutrita dalle sollecitazioni offerte al riguardo dalle relazioni di Stella Morra, Aluisi Tosolini e Franco Gesualdi, ha  rappresentato un momento di approfondimento di questa nuova realtà missionaria. Ne è risultata la puntualizzazione di aspetti e questioni importanti.

L’apprezzamento per la leggerezza strutturale dell’esperienza di Berlino porta a chiederci se essa, più che significare la fine della mediazione istituzionale nella testimonianza della Buona Notizia, non rappresenti piuttosto l’urgenza di forme istituzionali diverse che diano ‘corpo’ - viabilità, visibilità e vivibilità – all’evento del Vangelo, passando per così dire dalla “poetica del regno” alla sua “logica canonica” (Stella Morra).  Nel qual caso, sarebbe imperativo ripensare, non solo in teoria ma nel concreto della vita, il rapporto tra l’iniziativa carismatica e l’istituzione: la testimonianza personale della novità evangelica non basta, ma ha bisogno di essere parte ed espressione di una buona pratica di Chiesa come “una mediazione culturale plausibile” (Stella Morra).

L’esperienza comboniana nel rione della Sanità a Napoli, col il suo forte coinvolgimento sociale e politico, si presenta come un esempio di un nuovo modo istituzionale di vivere il carisma: una riconfigurazione dello stile di vita della comunità missionaria come comunità inserita là dove passa la vita della gente, in una partecipazione solidale, con piedi e mani nel fango della realtà concreta, secondo una logica di reciproca ospitalità, ricevuta e data.

Nella mobilità globale di oggi, la gente, spinta dalle più diverse motivazioni, passa su cammini come quello di Santiago di Compostella. Ci si domanda se la famiglia comboniana debba essere là presente per parlare alla gente che passa di una missione fatta altrove, secondo il modello tradizionale di animazione missionaria, o piuttosto per condividere con loro un pezzo di strada e eventualmente vivere insieme un momento di grazia evangelizzante. L’esperienza del cammino di Santiago può diventare un’icona di una missione come un essere per strada, facendosi da pellegrini di Dio e del suo Regno compagni di viaggio con tutti gli altri, per lasciarsi incontrare da Dio e ricevere in modo nuovo il vangelo della Buona Notizia. La missione verrebbe esistenzialmente ridefinita come un processo di mutua evangelizzazione, in una circolarità di scambio tra gli interlocutori, con ciascuno che offre e riceve dall’altro allo stesso tempo. Una circolarità, peraltro, mai ‘conclusa’, perché ‘interrotta’ dall’annuncio di Qualcuno - il Signore; ma dal momento che egli è annunciato come il vero soggetto del dialogo di salvezza, l’annuncio è allora fatto per colui stesso che annuncia e con lui per gli altri.

La riflessione ha poi posto in evidenza come queste ed altre esperienze missionarie della famiglia comboniana nei vari contesti europei convergano tutte su un punto: su una rivisitazione e diversa riappropriazione dell’uscita/andare fuori come dimensione costitutiva della missione, oltre le coordinate geografiche. È andare alla gente e al mondo altro da noi, non importa quale sia il luogo geografico o storico: un “andare fuori” di tipo innanzitutto antropologico e culturale.

In particolare, è un’uscita verso quell’altro che è spinto ai margini sia delle società europee sia del villaggio globale. Ciò domanda una lettura sociale e politica approfondita della realtà, per saper individuare di volta in volta e nelle disparate situazioni quali siano questi margini e quale servizio profetico vi sia richiesto. Si tratta di una missione che non solo si muove verso le ‘periferie’ esistenziali, ma che poi riparte dai “margini” stessi, i quali così da destinatari che ricevono diventano protagonisti che offrono. Perché il “di fuori” della nostra città non è il “di fuori di Dio”; là pure, nelle periferie e nella marginalità, lo Spirito di Dio è attivamente presente, là egli ci convoca e da di là fa sorgere il mondo nuovo: “gli ultimi saranno i primi”. Tant’è che nella condivisione c’è stato chi ha messo in discussione il linguaggio stesso di “noi andiamo ai poveri, agli emarginati, agli impoveriti, agli esclusi …”, per la sua inerente ambiguità paternalistica e in qualche modo stigmatizzante. Prima ancora che a portare la compassione di Dio, il discepolo di Gesù va verso le periferie per incontrarvi e sperimentare egli stesso la com-passione di Dio e partecipare ad un cammino nuovo di redenzione e liberazione verso una pienezza di vita.

La relazione di Franco Gesualdi e la discussione che ne è derivata sono state particolarmente illuminanti per capire cosa possa significare un cammino di liberazione verso la vita, in un contesto storico quale quello attuale imprigionato com’è in un sistema totalmente mercantile e talmente mercificato, “dove il lavoro stesso ormai è diventato una merce e quando il lavoro si fa scarso noi puntiamo alla schiavitù piuttosto che alla libertà!”. Conoscere i meccanismi di marginalizzazione in atto oggi in Europa e nel mondo in generale è fondamentale per individuare cammini di liberazione, relativi servizi profetici e una nuova ministerialità comboniana che, partendo dalle vittime e in loro compagnia, lavori per la trasformazione della cultura e del vivere sociale, e non semplicemente per tamponare emergenze.

Oltre alle periferie esistenziali, un altro luogo specifico è emerso che una Chiesa in uscita deve oggi saper abitare: il mondo della comunicazione digitale, il cosiddetto mondo “virtuale”, che è poi tanto poco virtuale nel senso classico del termine. Esso è il mondo abitato e vissuto dalla gente di oggi, in particolare dalle nuove generazioni, dai “nativi digitali”. La sfida che esso pone alla missione va  ben al di là di un utilizzo di mezzi per la comunicazione del Vangelo. La nuova tecnologia informatica rappresenta un nuovo mondo culturale con cui entrare il dialogo e confrontarsi. Si parla della “rivoluzione informatica” come di una “mutazione antropologica”, di un ‘neodarwinismo dell'informazione’, il cui ultimo risultato sarebbe la produzione della coscienza stessa dell’uomo; la percezione della realtà e i significati, le emozioni e gli affetti, i comportamenti e la vita stessa, specificamente la vita sociale ne sarebbero coinvolti. Il nuovo modo di vivere da  gente “sempre connessa” viene offerto come risposta al desiderio e alla ricerca di una nuova condizione di umanità, ad un anelito verso  una pienezza di vita e  uno spazio di libertà nel quale la vita possa espandersi. La promessa del Regno di Dio è chiamata a misurarsi in modo critico e creativo con la promessa del mondo virtuale, perché quanto è pensato e perseguito per l’ottimizzazione della vita serva appunto la vita e non si rivolti contro di essa.

Alcune delle esperienze raccontate sono sembrate, per usare un’espressione di Stella Mora, “cose che spaccano prima che la realtà la simbolica di ciò che noi immaginiamo come identità cristiana, forma cristiana, riconoscibilità cristiana, linguaggio cristiano e così via”. Il che evidenzia come la nuova pratica missionaria rappresenti una svolta a tutto campo. Essa mette in crisi non solo il quadro tradizionale di riferimento teologico della missione, ma la stessa identità cristiano-missionaria. La messa in atto di una nuova immaginazione e pratica missionaria comporta una diversa visione del cristianesimo stesso e un nuovo modo di essere Chiesa; esige cioè che si ricomponga un nuovo insieme della fede cristiana. Aspetti di radicalità innovativa delle esperienze raccontate ci hanno fatto pensare quanto poco il modo con cui cerchiamo di essere presenti nei processi di trasformazione sia ancora toccato dalla trasformazione stessa: “la trasformazione ci pone, come i padri della chiesa di fronte al mondo greco, a scrutare che cosa Dio ci sta dicendo attraverso il mondo” (Stella Morra), e a riguardo del senso stesso del vangelo. Essere “Chiesa in uscita” non è semplicemente un altro modo di invocare l'ennesima operazione di comunicazione, ma è più profondamente un riconnetterci con il flusso della vita, là dove la vita scorre, per lasciarci evangelizzare e riscoprire fresco e nuovo il vangelo del Signore.

Aver identificato il luogo di visibilità e vivibilità della fede con la dottrina - aver cioè fatto della dottrina il criterio di “dentro o fuori” ed aver ridotto la propria identità cristiana al luogo della dottrina - rende una “Chiesa in uscita” difficile se non impraticabile: se noi sappiamo le cose giuste, l’incontro con gli altri nell’ascolto e nel dialogo diventa strumentale, in funzione di attirarli là dove noi siamo. L’insistenza all’interno dei nostri stessi Istituti sull’identità ne tradisce una difficoltà, proprio a fronte dei processi di trasformazione. “Fa paura la lentezza dell'identità, non la velocità del cambiamento!” (Stella Morra): avendone fatto il luogo di bandiera di appartenenza ad una chiesa o ad un istituto, la resistenza dell’identità rallenta un’immersione profetico-costruttiva nei processi di trasformazione. Facendo riferimento ad una precisa indicazione che viene da Papa Francesco, la riflessione del simposio ha suggerito di fare della misericordia, cuore stesso del vangelo di Gesù e della sua rivelazione del volto di Dio, il vero luogo della visibilità della fede e il principio organizzativo dell’identità cristiana e missionaria, a livello personale e comunitario, storico e culturale.

Infine, considerando che ancora oggi, come sembra dalle stesse esperienze comboniane in Europa, l’evangelizzazione lavora per lo più su situazioni di emergenza, senza riuscire ad incidere su quelle categorie strutturali che possono provocare un cambiamento, ci si è chiesti se forse alla fine l'evangelizzazione non sia proprio lavorare sull'emergenza per la trasformazione. In altre parole, l’evangelizzazione come cammino di salvezza non si può ridurre ad un “intervento di emergenza”, ma è comunque sempre “un lavorare in chiave strutturale sull’emergenza”, in quanto la salvezza è sempre un’emergenza: Dio ci sorprende sempre negli eventi contingenti della storia, ma per cambiarla dal profondo. Di qui la ragione teologica profonda di uscire e mettersi là dove passa la gente e il flusso della vita, per cogliervi il soffio dello Spirito che fa nuove tutte le cose e sintonizzarsi con la sua azione.

 

Immaginare

La riflessione che si è sviluppata sul racconto delle esperienze missionarie comboniane in Europa non solo ha aiutato a collocarle in un quadro più ampio sia storico-sociale che teologico, ma è anche  servita a rilanciarne la spinta innovativa esplorando possibili linee d’azione per il futuro della missione comboniana in Europa.

Varie sono state le indicazioni al riguardo, spesso peraltro a livello di semplici suggerimenti. Le linee d’azione che hanno ottenuto un maggiore consenso sono state in ordine più o meno di preferenza:

  • Creare una circolarità tra spiritualità, Parola di Dio e vita
  • Vivere e camminare con i poveri
  • Semplicità di stile di vita e di struttura
  • Attenzione alla dimensione economica e finanziaria
  • Vita fraterna inclusiva e pensare collettivo
  • Promuovere una struttura di “governance” partecipativa
  • Promuovere il dialogo e uscire dall'isolamento
  • Abitare il digitale e lavorare in rete.

Alcune di queste linee d’azione sono vicendevolmente inclusive, come “vivere e camminare con i poveri” e “attenzione alla dimensione economica e finanziaria”, o “semplicità di stile di vita e di struttura” e  “vivere e camminare con i poveri”, o ancora “vita fraterna inclusiva e pensare collettivo” e “promuovere una struttura di ‘governance’ partecipativa”.

In un secondo momento, nel lavoro in gruppi si è cercato di declinare le linee d’azione in alcune attività concrete. Per questioni di tempo si è optato per concentrare questo lavoro sulle tre seguenti linee:

1. “Creare una circolarità tra spiritualità, Parola di Dio e vita”

Questa prima linea d’azione riprende un filone fondamentale della riflessione del simposio: l’importanza di “sapersi mettere alla scuola della realtà e del suo magistero” (Carmelo Dotolo). Creazione e storia sono il grande libro di Dio. Lo Spirito di Dio parla attraverso gli avvenimenti della vita personale e sociale. La Scrittura è la testimonianza di Dio Creatore e Salvatore che fa nuove tutte le cose. Essa ci introduce e guida nel decifrare nel groviglio del vissuto i percorsi sempre sorprendenti (“l’emergenza”) dello Spirito, ad ascoltarne la Parola e a seguirne il cammino verso la pienezza di vita per tutti e per l’intero creato. D’altro lato, la Scrittura stessa cresce quando essa viene letta dall’interno della realtà, dischiudendo significati inediti. Questo duplice ascolto contemplativo è costitutivo dello spirito della missione.

Perché questa linea d’azione innervi il vissuto della missione, i gruppi hanno suggerito:

  • La pratica della “lectio divina” nella vita delle comunità comboniane
  • Una pratica di condivisione biblica con riferimento alla realtà del contesto locale
  • Celebrazioni comunitarie vissute con più calma e tempo in modo da consentire una condivisione sulla realtà che ci circonda
  • Una liturgia meno strutturata con maggiori margini di flessibilità, che consenta la scelta di letture bibliche legate alla realtà e permetta alla realtà di entrare di più e in modo più integrato nelle celebrazioni e nella preghiera comunitaria
  • Una lettura continuativa della Scrittura
  • Una formazione teologica che educhi a leggere la realtà nei suoi significati e orienti ad incarnare la fede.

2. “Attenzione alla dimensione economica e finanziaria”

Questa seconda linea di azione mette insieme vari temi ricorrenti nella condivisione del simposio: la dominanza del mercato e della finanza nella vita del villaggio globale; il denaro colma la simbolica del tempo presente; l’importanza di conoscere i meccanismi socio-economici che emarginano ed impoveriscono la gente; la scelta di una comunanza di vita con i poveri e conseguentemente di uno stile di vita semplice. La confluenza di queste varie tematiche fa capire il perché di certe proposte operative da parte dei gruppi, le quali a prima vista potrebbero sembrare non direttamente attinenti all’attenzione alla dimensione economica e finanziaria.

Queste sono proposte per la pratica missionaria e la vita delle comunità missionarie:

  • Formare ad una lettura critica dei processi economici e finanziari capace di generare una risposta evangelica - Dare più spazio a laici competenti che ci aiutino a prendere coscienza dei meccanismi che regolano oggi la vita economica e finanziaria e a discernere possibili  cammini profetici nell’uso delle nostre risorse
  • Una animazione missionaria che abbia come obiettivo far conoscere le cause della povertà e non solo raccogliere fondi per i poveri - Creare informazione e cultura circa le problematiche della povertà e dell’immigrazione - Guardare al povero non solo come uno al quale dobbiamo dare qualcosa, ma dal quale possiamo ricevere tanto in umanità
  • Uso responsabile ed evangelico del denaro - Non fare investimenti di speculazione - Investire in banche etiche - Trasparenza e rendicontazione responsabile dei bilanci
  • Pratica del Fondo Comune Totale e solidarietà tra le comunità
  • Implementare nei bilanci di comunità una percentuale di fondi per gente in difficoltà
  • Creare una mentalità di apertura ed accoglienza nelle nostre comunità
  • Usare i nostri spazi per l’ospitalità - In particolare, riconvertire quelle strutture che non rispondono più alla nostra presenza missionaria ad altri scopi quali alloggio per famiglie senza casa, accoglienza di rifugiati ed immigrati, o per eventuali progetti di micro-credito.

3. “Promuovere una struttura di ‘governance’ partecipativa”

Questa terza linea d’azione è diretta a creare una vita fraterna e comunità inclusive.

In questo momento storico in cui c’è estrema urgenza di forme istituzionali diverse dove una nuova umanità dalle differenze riconciliate nella mutua ospitalità prende corpo, i nostri istituti e le nostre comunità possono essere luoghi di sperimentazione di queste nuove forme, ed essere Missione/Buona Notizia appunto in quanto forma strutturata di vita fraterna.

I gruppi nella loro condivisione hanno immaginato il percorso da fare per rispondere a una simile sfida e cogliere la chance missionaria che essa rappresenta, nella maniera seguente:

  • Rimodellare il “corpaccione” dei nostri istituti attraverso un processo di decentralizzazione che privilegi le singole comunità. Si parla di “famiglia comboniana”: è nelle comunità sul territorio e a contatto con al gente che tale “essere famiglia” va sperimentata e vissuta, per poi estendersi a cerchi sempre più larghi in una comunione di comunità-famiglie
  • Strutture più flessibili per uno stile di vita più semplice: piccole comunità in appartamenti in contesti popolari o utilizzazione di presbiteri lasciati vuoti che ci potrebbero consentire di vivere un rapporto costante con la gente. Le strutture esistenti invece di aiutarci spesso ci allontanano dalla gente, creando barriere, e comunicano la sensazione di vivere in una situazione di sterilità
  • Coinvolgere sempre più confratelli e consorelle nei processi decisionali a tutti i livelli e nelle varie iniziative. Anche là dove la decisione già prevede la partecipazione di tutti, spesso l’impressione è che la base non sia considerata come dovrebbe
  • Rivedere il criterio di selettività dei partecipanti alle assemblee là dove esse sono troppo numerose: ci sia la possibilità per ognuno di poter scegliere di partecipare - si dia nuova vita alle assemblee partendo da una partecipazione comunitaria e zonale
  • Rimettere al centro della vita comunitaria il “consiglio di famiglia”, e anche tra comunità vicine dove possibile
  • Ogni comunità produca la propria “carta della comunità”.

P. Benito de Marchi