Venerdì 11 gennaio 2019
P. Gian Paolo Pezzi, missionario comboniano italiano, dopo essere stato responsabile della Comboni Press, del sito www.comboni.org e della Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) della sua congregazione a Roma, si trova ora negli Stati Uniti, dove collabora con VIVAT International, un’ONG accreditata con status consultivo presso le Nazioni Unite, nel servizio di GPIC contro l’accaparramento delle terre. Nella foto: P. Gian Paolo Pezzi nella Parrocchia di Saint Lucy a Newark, negli Stati Uniti.

COSA GUADAGNANO I PAESI DALL’IMMIGRAZIONE?

Land grabbing e diaspore a confronto

di Barbara M. Romano

P. Gian Paolo Pezzi a New York.

Arriviamo a Newark, nello Stato del New Jersey, dal quartiere Jamaica di New York dopo circa un’ora di viaggio con scalo a Pennsylvania Station; passano da qui i molti pendolari che ogni giorno lavorano nella Grande Mela.

L’obiettivo è incontrare P. Gian Paolo Pezzi, missionario comboniano italiano interessato al tema del land grabbing o accaparramento di terre, interesse maturato con l'esperienza missionaria in paesi di conflitto, gli studi e gli impegni accademici e il contatto come giornalista in realtà intrise di violenza e violazione dei diritti umani. Già responsabile della Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato[1] (GPIC) presso la sua congregazione di Roma, P. Gian Paolo ha studiato a fondo il fenomeno prima e soprattutto dopo essere stato inviato negli Stati Uniti, nel 2008, per collaborare con VIVAT International, ONG accreditata con status consultivo presso le Nazioni Unite. Da allora risiede a Newark, nella parrocchia di Saint Lucy, insieme al parroco Paul Donohue, comboniano nord-americano di origini irlandesi e a una variegata cosmogonia di ospiti, parrocchiani, collaboratori. Dopo un ottimo pranzo ci mettiamo subito al lavoro e la prima domanda, piuttosto prevedibile, riguarda il suo impegno negli USA.

P. Gian Paolo, parlaci di VIVAT International.

Si tratta di un’organizzazione non governativa, parte della Società Civile; rappresenta circa 25.000 missionari, fra suore, sacerdoti e fratelli, oltre che laici e ONG, provenienti da 14 enti e congregazioni religiose in 120 paesi del mondo. Ne fanno parte anche i Missionari Comboniani del Cuore di Gesù (MCCJ) e le Sorelle Missionarie Comboniane (CMS). Grazie allo speciale statuto consultivo che riveste presso l’ONU, VIVAT International svolge un importante ruolo di sensibilizzazione a favore dei diritti umani e dell’ambiente. Deriva il proprio nome dal verbo latino “vivere” e il suo motto è “insieme per la vita, la dignità e i diritti”. Potendo contare su un forum strategico come la platea delle Nazioni Unite, VIVAT è in grado di cooperare con numerose realtà internazionali che condividono gli stessi obiettivi e questo le assicura visibilità, consentendole di diffondere nel pianeta il proprio lavoro di advocacy e contrasto al land grabbing.

Sembrerebbe una ONG ideata su misura per GPIC.

Infatti lo è. L’obiettivo di VIVAT International è promuovere, proteggere e rispettare il Creato in ogni sua forma: umana, animale e vegetale. E lo fa, battendosi per l’uguaglianza dei diritti e la dignità di tutti gli individui, popoli e culture nel rispetto delle diverse classi sociali, religioni e credo di appartenenza; coopera per la giustizia, la riconciliazione, la pace e la tutela dell’ambiente, aiutando concretamente chi è in condizioni di indigenza. La sostenibilità ecologica e la protezione della biodiversità sono una parte centrale del lavoro di VIVAT, impegnata da sempre a preservare la ricchezza del pianeta a beneficio delle generazioni future.

In cosa consiste il tuo impegno negli USA?

P. Gian Paolo Pezzi alla Stazione di Newark Broad Street.

Come missionari comboniani, da sempre ci impegniamo per la Giustizia e la Pace e da tempo collaboriamo con VIVAT International, ma anche con “Africa Fede e Giustizia Network” (AFJN - Africa Faith & Justice Network) – un consorzio di 48 congregazioni religiose missionarie presente al Congresso Americano di Washington D.C. – e con “Africa Europa Fede e Giustizia Network” (AEFJN - Africa Europe Faith & Justice Network) al Parlamento di Bruxelles. Insieme a VIVAT il nostro compito, condiviso con altre realtà internazionali, è promuovere all’ONU una sensibilizzazione sui temi delle migrazioni, dell’industria estrattiva, del traffico di persone, per poi diffonderla nelle terre di missione; in questo ambito il mio impegno è contro l’accaparramento di terre.

In questo lavoro, uso strumenti assai moderni. Anzitutto il blog www.jpic-jp.org, focalizzato sul tema del land grabbing. Il blog tenta di indagare le cause e insieme gli effetti più vistosi del fenomeno: povertà, fame, violenza, degrado ambientale e riscaldamento globale, guerre imminenti per l’acqua, odierni conflitti nel nome del petrolio, lotte per la terra e il cibo. Il blog contiene una Bibliografia sull’Accaparramento di Terre. Poi la Newsletter mensile su temi di attualità in quattro lingue. Infine la Formazione alla GPIC, centrata sul tema dell’accaparramento di terre.

Un enorme lavoro! Ma cosa significa “Formazione alla GPIC”?

Divulgare le conseguenze dell’accaparramento di terre e i contesti socio-politici ed economici che le provocano, in particolare nel cosiddetto “terzo e quarto mondo”, significa educare platee di ascoltatori e giovani generazioni a nuovi stili di vita e sensibilizzare le coscienze verso un potenziale cambiamento, fosse anche solo partecipando a campagne di advocacy per la difesa dei diritti umani e per la protezione dell’ambiente, obiettivi primari di GPIC. Con queste finalità sono inviato nel mondo per conto di VIVAT International, con il contributo della NAP - North American Province, per tenere corsi di formazione sul tema delle terre presso università, ONG e affini; i corsi durano in media 80 ore ognuno per un totale di 10 giorni. Naturalmente sono io stesso un soggetto in formazione; per esempio, sono appena tornato dal Messico, dove si è tenuto l’8° Forum Sociale Mondiale delle Migrazioni (2-4 novembre) e il 1° workshop su migranti e tratta, promosso da VIVAT International a Tepoztlán, Morelos (12-16 novembre). Per quell’insieme di convergenze della vita, un incontro con docenti dell’Università Statale del Messico ha propiziato un invito per cui ho tenuto una conferenza sul tema dell’accaparramento di terre e migrazioni all’IBERO, l’Università gestita dai gesuiti in Mexico City.

I missionari comboniani a Tepoztlán, Morelos, Messico, per Vivat International.

Una parola sulla biblioteca online.

È un archivio virtuale in progresso con ormai più di 6.100 titoli fra articoli, libri, film etc. Due le tematiche chiave dei volumi: chi provoca il problema, chi lo subisce. Invitato a un convegno sul land grabbing a Washington, spiegai cosa faccio e mi fu chiesto come poter accedere alle informazioni. Ho dato dunque l’indirizzo del blog. Questo è un chiaro segnale che sul tema, nonostante la presenza di numerosi documenti, non c’è circolazione di informazione – di proposito, direi – e che il lavoro di advocacy è decisamente indispensabile.

Cosa fa l’ONU concretamente per contrastare gli effetti del land grabbing?

Tocchiamo un tasto controverso. L’Agenda 2015–2030 delle Nazioni Unite è dedicata al tema dello sviluppo sostenibile e conta ben 17 obiettivi. Ma a nulla sono valsi gli sforzi di VIVAT International, e di altre istanze della società civile, per far rientrare fra gli obiettivi il tema del land grabbing – o meglio, il diritto fondiario delle terre agricole –, perché davvero alti gli interessi in gioco da parte di troppi governi nel mondo. Basti pensare ad esempio che gli Stati Uniti, da soli, investono più del 24% del budget complessivo delle Nazioni Unite e il 28% di quello dei Caschi Blu. Con percentuali simili non è difficile immaginare la volontà degli investitori di “influire” sulla burocrazia, vera macchina del potere delle Nazioni Unite. Questa è infatti pagata dagli Stati membri che tendono a manipolare l’agenda a proprio uso e consumo. Nessuna sorpresa dunque che il tema delle terre non sia stato accolto.

Puoi spiegare in concreto cosa intendi per “interessi” dei governi?

L’accaparramento di terre è la privatizzazione dell’uso di grandi estensioni di terreno da parte di aziende locali o multinazionali, governi stranieri o persone fisiche attraverso l’acquisto o l’affitto di tali terreni in paesi sviluppati o in via di sviluppo. In pratica, un modo per appropriarsi di enormi zone terriere a costi irrisori o quasi sempre attraverso contratti in leasing con durata fino a 99 anni. Queste operazioni finanziarie sono condotte con la complicità dei governanti di tali paesi, ma in totale contrasto con i diritti della popolazione locale che si vede privata dei propri terreni e costretta a emigrare. Questi investimenti agricoli potrebbero creare posti di lavoro, sviluppare infrastrutture e produrre beni e servizi; invece aumentano quasi sempre la povertà, danneggiano l’ambiente e violano i diritti umani a danno delle popolazioni locali. Definito non a caso una “nuova forma di colonialismo” dall’avvocato e scrittore ugandese Bwesigye bwa Mwesigire, il land grabbing è una realtà in piena crescita che negli ultimi 10 anni, secondo il sito Land Matrix, ha totalizzato acquisizioni per 49.193.878 ettari in tutto il pianeta con massime concentrazioni nell’Africa sub-sahariana. Da un rapporto di FOCSIV - Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario, in collaborazione con Coldiretti, dal 2000 a oggi sarebbero stati espropriati addirittura oltre 88 milioni di ettari, 18 volte la superficie del Portogallo.

Sono insomma veri e propri furti legalizzati che costringono le comunità locali a emigrare, spesso dopo sanguinose, inutili battaglie per far valere i propri diritti.

Proprio così, anche se qualcosa si sta muovendo. Agrisol Energy aveva previsto di accaparrarsi 325.000 ettari (800.000 acri) in Tanzania. L'operazione implicava lo spostamento forzato di 162.000 rifugiati che avevano fatto prosperare la terra. Nel Giugno 2011 l'Istituto Oakland denunciò l’operazione, subito criticata dai Mass Media e da altri documenti di ricerca. L'Università di Stato dello Iowa faceva parte degli investitori. La protesta degli studenti obbligò l’Università a disinvestire.

Mappa globale acquisizioni internazionali di terre (www.landmatrix.org).

Lo stesso è successo con la EMVest, una impresa agricola con aziende agricole in Mozambico, Africa del Sud, Swaziland, Zambia e Zimbabwe che fu accusata di AT e di causare danni alle comunità locali a causa della sua agricoltura di esportazione commerciale. Per reazione la Vanderbilt University ritirò i suoi investimenti dalla EMVest (tra i suoi investitori c’è anche l'Università di Harvard). Questo è il primo disinvestimento storico di Vanderbilt: l'Università aveva rifiutato di disinvestire i suoi fondi in Sudafrica durante l'apartheid. Anche qui fu una risposta alla pressione degli studenti.  In vari paesi sono le comunità indigeni e rurali a lottare contro i propri governi per impedire che le terre siano loro strappate e svendute.

È sempre più evidente il rapporto tra perdita della terra e migrazioni, ma anche il silenzio assordante di quanti, non solo in Europa, lo ignorano volutamente, facendo passare ben altri messaggi.

Conclusione del corso a Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, gennaio 2018.

Quando ci si interroga sulle possibili cause delle migrazioni dal Sud del mondo, si pensa a guerre, disastri ambientali e cambiamenti climatici legati al surriscaldamento del pianeta; questi e altri fenomeni estremi hanno un unico comun denominatore: la terra. La terra promessa della Bibbia va intesa come paradigma di vita cui ogni persona aspira per poter avere un luogo sicuro in cui mettere radici e crescere i propri figli. Da legittima aspirazione si trasforma troppo spesso in dramma a causa delle guerre che si combattono e dei soprusi che si commettono per ottenere le terra. I “migranti economici” spesso non sono altro che piccoli agricoltori costretti alla fuga a causa di speculazioni fondiarie da parte di multinazionali e colossi della finanza senza scrupoli. Esistono governi che per poter mettere terre sul mercato si sbarazzano di coloro che per generazioni le hanno abitate e coltivate.

Se le nuove occupazioni di terre sono “legali” o sedicenti tali, come si tutelano i precedenti occupanti?

Difficile rispondere a questa domanda. A tutt’oggi in molte parti del mondo vi è conflitto tra diritto tradizionale (consuetudine) e diritto positivo o scritto o internazionale rispetto alla gestione di proprietà terriere. In altre parole, un terreno appartiene ai contadini che lo hanno coltivato e tramandato di generazione in generazione, maturando così un diritto di proprietà in forza della consuetudine, o all’investitore straniero che, certificazioni alla mano con tanto di timbri governativi, se ne è impadronito a costi irrisori – ovvero, lo ha accaparrato –  espropriandolo ai precedenti occupanti, costretti a cercare sostentamento altrove, se non a darsi addirittura al banditismo per difendere la loro causa? Un dibattito che quasi sempre pende a favore degli investitori stranieri, grazie alle forti misure protezionistiche offerte dai governi; ma che per le comunità indigene si traduce in depauperamento e violenza perché le norme internazionali sono deficitarie in materia di diritti umani (per quanto riguarda ad esempio gli indennizzi per danni e pregiudizi). Nel mondo esistono più di 2.700 (Land Matrix cita 1591) trattati di investimenti bilaterali che concedono agli investitori misure superprotezionistiche contro l’espropriazione e standard di compensazione che includono l’arbitraggio internazionale al momento di chiarire i dissensi. In sintesi, esiste una protezione molto maggiore per gli investitori che per i poveri contadini e le comunità locali.

Nel panorama della legalità internazionale, ci sono possibilità per far avanzare i diritti umani?

Una seduta dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York (VOA News).

Un cammino sono le cosiddette soft laws, o leggi morbide, ovvero gli accordi, convenzioni, codici etici etc. che, seppur privi di valore vincolante, possono col tempo trasformarsi in leggi. Nel contesto della legalità internazionale l’espressione soft law copre ad esempio la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e molte delle risoluzioni e dichiarazioni dell’Assemblea Generale dell’ONU. La terminologia delle leggi morbide continua a essere controversa, perché alcuni giuristi internazionali non accettano la loro esistenza e altri ritengono che esista una certa confusione sulla loro posizione nel sistema legale.

Attualmente l’unica convenzione obbligatoria è quella sui diritti umani, tanto è vero che ogni 4 anni a Ginevra gli Stati membri devono presentare una relazione formale sulla realtà dei diritti umani nei propri paesi; e la Società Civile – attraverso le ONG che la rappresentano – ha facoltà di presentare rapporti alternativi, detti shadow reports, per denunciare gli inadempimenti del loro governo.

La Chiesa ha preso posizione su questo tema?

Fra i contributi rilevanti della Chiesa cattolica c'è la II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, tenutasi nell’ottobre 2009 in Vaticano. Fra le proposte per il Papa Benedetto XVI, che lo stesso pontefice ricorda nella propria Esortazione apostolica post-sinodale Africae Munus, le ultime quattro sono dedicate al tema del land grabbing (“Propositio” 26 – 29). In particolare la n° 28 dice: Le multinazionali continuano ad invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali. Schiacciano le compagnie locali, acquistano migliaia d’ettari espropriando le popolazioni delle loro terre con la complicità dei dirigenti africani. Inoltre recano danno all’ambiente e deturpano il creato che ispira la nostra pace e il nostro benessere, e con cui le popolazioni vivono in armonia. Un monito forte e chiaro che purtroppo le grandi multinazionali non tengono in alcun conto. La Chiesa dovrebbe spingere i governi dei singoli paesi a riconoscere formalmente il diritto tradizionale come valido e in questo senso riveste un delicatissimo ruolo di arbitrato internazionale. Ancora una volta se ne fa portavoce GPIC, trasformando in attività evangelica la cosiddetta advocacy, che altro non è se non la tutela dei diritti delle fasce più deboli della popolazione.

Le operazioni di advocacy e contrasto al land grabbing provocano una riflessione sul tema?

Anche in questo campo qualcosa si sta muovendo. Negli USA va sviluppandosi l’idea che la terra debba tornare a essere un bene pubblico. Questo non esclude l'uso privato delle terre se salvaguarda le finalità sociali e con un retorno in tasse alla comunità. In diversi paesi dell’Africa, ma non solo, le terre "in uso" per diritto tradizionale come ereditate dagli avi, senza necessità di certificati scritti, che risultano addirittura offensivi per la cultura delle comunità. Questo diritto tradizionale riguarda soprattutto terre a vocazione agricola, della chiamata agricultura familiare. Purtroppo non ha molta presa nei tribunali internazionali. Sempre più ci si interroga: se la gente non ha spazio per coltivare, quale sarà il suo destino e quali direzioni prenderanno in futuro la sovranità e la sicurezza alimentare? Attorno a queste tematiche  sta manifestandosi nel mondo una mouvance, uma specie di marea nella presa di coscienza che da vita a veri e propri movimenti, di natura antropologica, ecologica ma anche economica sulla necessità di maggiore trasparenza nelle grandi speculazioni fondiarie. Strumenti di monitoraggio, come il citato Land Matrix, osservatorio-database pubblico indipendente sulle acquisizioni fondiarie, l'Oackland Institute, Earth Rights Institute, Grain e il suo sito Farmlandgrab, per citarne solo alcuni. E' vero che, come ammette lo stesso sito www.landmatrix.org, recuperare i dati sulle acquisizioni per analizzare espropriazioni, vendite e acquisti di terra in tutto il mondo è difficile perché in questo "traffico di terre" non c'è trasparenza, le fonti di informazione sono spesso contraddittorie e la documentazione disponibile è scarsa e difficilmente reperibile. Gli investitori stranieri e nazionali fanno il possibile per eludere le loro responsabilità nei processi decisionali. Niente di cui sorprendersi, dopotutto, ma le ingiustizie si fanno sempre più evidenti.

Ci sono programmi di valorizzazione delle terre?

Nell’ambito del diritto fondiario con fini sociali, un esempio ci viene dal Canada con la creazione del fidecommesso fondiario agricolo (FFA) che nel Quebec è regolata dal Codice Civile. La terra, in FFA, non è  proprietà di individui che l'hanno in uso, come comodato gratuito o a basso costo, a tre condizioni: l'uso è per la produzione di alimenti; la scelta delle coltivazioni deve essere conforme alla qualità della terra; la produzione alimentare deve essere destinata esclusivamente al mercato locale (il cosiddetto “km zero”). Sono in un certo senso misure protezionistiche, ma nel contesto attuale possono assurgere a modello di buone pratiche.

Conclusione del seminario sul Land Grabbing all’Università di Monrovia, Liberia Institute of Policy Studies & Research, 14 e 15 febbraio 2018.

Viene ora da chiedersi in che modo “portare alla base” queste realtà? Come sfruttarle per ridurre l’esodo dal Sud del mondo.

La conoscenza del fenomeno non è sufficiente, da sola, a mobilitare l’opinione pubblica, far cambiare rotta agli investitori nella loro ansia di accaparramento fondiario, evitando a milioni di persone di dover abbandonare le proprie terre per cercare fortuna altrove. I mercati internazionali non si fanno certo intimidire, se gli interessi in gioco sono forti. Il contrasto al land grabbing, se perseguito sistematicamente con campagne di advocacy, mobilitazioni pacifiche e soprattutto con la formazione delle giovani generazioni, porterà ad una revisione delle norme internazionali a salvaguardia dei più elementari diritti umani: tutela dei piccoli agricoltori e delle comunità rurali e indigene, sicurezza alimentare come primo passo per sradicare la povertà nel mondo, diritto a NON emigrare avendo una vita degna dove si è nati e si vive, per citarne alcuni. È quindi essenziale condividere e diffondere le informazioni sul tema, glistrumenti che le Nazioni Unite e la Dottrina sociale della Chiesa mette a disposizione. L'ignoranza è sempre stata il vero oppio dei poveri che l'economia dei potenti tende a trasformare in "scarto" della società produttiva. Un compito non semplice, ma inevitabile per chi crede nel Vangelo. Con VIVAT InternationaI facciamo questo in corsi e seminari che ho già offerto in diversi paesi d'Africa e America latina. Ma chi sono i "perfetti attori" di questa missione di giustizia sociale? I laici! Essi, pur animati dalla fede e dal Vangelo possono dichiararsi apartitici, apolitici, aconfessionali: condizioni ideali per testimoniare liberamente nella società, la Dottrina sociale della Chiesa, a cui si ispira la nostra vocazione di Comboniani.
Intervista di Barbara M. Romano

 

[1] GPIC è una spiritualità che erompe dal Vangelo e diffonde la compassione di Dio, rifiutando le guerre e il disordine economico e l'ingiustizia sociale. E' una dimensione della missione che integra l'impegno per lo sviluppo e anima i progetti. GPIC trasforma in attività evangelica l'advocacy (“tutelare i diritti delle fasce deboli di popolazione" o "volontariato dei diritti”) per costruire un mondo nuovo, libero da ingiustizie e dall'oppressione del potere per dar spazio al Regno (www.jpic-jp.org).

Con la delegazione musulmana al corso in Monrovia.

Chi è P. Gian Paolo Pezzi?

Gian Paolo Pezzi, italiano di nascita, è stato missionario in Burundi; giornalista free lance, redattore a Nigrizia (Italia) e direttore di Radio Antena Libre in Esmeraldas (Ecuador) dove in seguito fu anche Pro-Rettore dell'Università Cattolica. In Colombia ha diretto la rivista Iglesia Sin Fronteras e nel frattempo si è laureato in Antropologia Culturale all’Università Salesiana di Quito. Rientrato in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo, è stato parroco a Kisangani e poi nella foresta a Maboma (Wamba) fra i pigmei. Dopo essere stato responsabile della Comboni Press, del sito www.comboni.org e della Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) della sua congregazione a Roma, si trova ora a Newark negli Stati Uniti, dove collabora con VIVAT International, un’ONG accreditata con status consultivo presso le Nazioni Unite, nel servizio di GPIC contro l’accaparramento delle terre. (www.jpic-jp.org)

LETTURE DI APPROFONDIMENTO

- The earth belongs to everyone. Articles and essays by Alanna Hartzock, The Institute for Economic Democracy - Press & Earth Rights Institute.

- Fred Pearce, The land grabbers. The new fight over who owns the earth, Beacon Press, Boston.