Mercoledì 16 novembre 2022
Fratel José Eduardo Macedo de Freitas è un missionario comboniano portoghese che lavora come infermiere nell’ospedale di Kalongo, in Uganda. Oggi ci racconta come è nata la sua vocazione missionaria e cosa ha fatto nel campo dell’assistenza sanitaria in Africa. Nello stesso ospedale dove Fr. Eduardo lavora oggi ha lavorato anche padre Giuseppe Ambrosoli, missionario comboniano italiano, che sarà beatificato il prossimo 20 novembre a Kalongo.

Costruire la fraternità

Fr. José Eduardo Macedo de Freitas con un'infermiera nella farmacia dell'ospedale di Matany, nella regione di Karamoja, in Uganda.

Sono nato a Santo Estêvão de Briteiros, un paese del comune di Guimarães (Portogallo). I Missionari Comboniani erano soliti visitare di frequente la mia famiglia ancor prima che io nascessi. Fin da ragazzo, iniziai a partecipare a diverse attività nella casa dei Missionari Comboniani di Vila Nova de Famalicão.

Durante gli anni della formazione e del discernimento vocazionale, ho capito che Dio mi chiamava a essere un Fratello missionario comboniano. Il contatto diretto e ravvicinato con la gente, la costruzione della fraternità, e la testimonianza evangelica attraverso il servizio professionale mi hanno fatto – e mi fanno tuttora – incarnare le parole di Gesù: «… perché i ciechi vedano, gli zoppi camminino... e il Vangelo sia predicato ai poveri» (cfr. Lc 7,22).

Ho emesso i miei primi voti religiosi nel 2004. Poi ho studiato infermieristica a Lisbona. Il corso mi offrì non solo formazione teorica e pratica, ma anche una visione di vicinanza e apertura alle persone, soprattutto le più vulnerabili. Questo spirito di vicinanza mi ha permesso di crescere nella mia identificazione come Fratello Comboniano e infermiere.

Per me la missione è un incontro, una ricerca di punti di contatto, una comunione di emozioni ed esperienze. Siamo esseri costituiti da una miriade di relazioni che, se elaborate e integrate, ci rendono più umani e più sani. San Daniele Comboni voleva che i suoi seguaci fossero “santi e capaci”.

Sento che la mia vocazione missionaria e la mia professione costituiscono un’unità. Le due dimensioni lasciano spazio a quella profondità di incontro propria del cuore. Victor Frankl (psichiatra e filosofo austriaco, uno fra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia) diceva che la persona umana è un’unità, nonostante la molteplicità delle sue dimensioni. Nei diversi spazi d’incontro, io realizzo con le mie “mani” l’opzione di vita che abbraccio con il cuore.

Fratello tra fratelli

Quando, nel 2013, fui assegnato all’Uganda, nella regione di Karamoja, capii presto cosa significasse per me questo “spirito di vicinanza”. Durante l’organizzazione della farmacia dell’ospedale di Matany, dal 2013 al 2019, mi sono reso conto di quanto l’essere vicino e disponibile agli altri mi abbia messo alla prova. Lì ho scoperto, in me e negli altri, i bisogni di libertà e di contatto con la nostra profonda umanità e la nostra propria storia, ciò che davvero ci muove, e le ferite che portiamo dentro di noi.

La sfida che l’“altro” rappresentava per me mi ha portato a chiedere una formazione all’accompagnamento per facilitare la crescita umana e spirituale. Durante questa formazione, mi sono reso conto che la crescita attraverso il dolore ci apre a realtà più profonde e, accettando tale dolore, riusciamo a scoprire una potenzialità e un’energia “capaci di spostare le montagne”. Non c’è resurrezione senza croce, né c’è gloria senza dolore.

In questo momento vi scrivo da Kalongo. Sono stato per un mese e mezzo tra gli Acholi, nel Nord dell’Uganda. Un paesaggio di verdi distese e di belle montagne. Mi sono sentito arricchito in questo viaggio, che è stato una grazia e un dono di Dio.

Essere un fratello è la ricchezza più grande che posso offrire. È una realtà che va oltre la preparazione professionale, anche se questa è una dimensione essenziale per realizzare la mia vocazione in santità e capacità.

Ricordo la testimonianza di un amico di Matany. Venne a trovarmi e mi disse che voleva parlarmi. Gli suggerii di rivolgersi al parroco, ma lui mi disse: «Voglio parlare con te. Tu sei diverso. Tu sei uno come noi. Fratello tra fratelli». Ecco la vicinanza che la vocazione di fratello offre ed esige: essere fratello dell’altro, è l’altro è mio fratello.

A Kalongo sono una “pietra in più” nell’edificio. Sono un fratello in un’immensa famiglia di fratelli, dove tutti contribuiscono con i propri doni all’instaurazione del Regno di Dio. Cerco di ascoltare e seguire il Maestro di Nazareth, sapendo che sono chiamato a «portare la nostra croce giorno dopo giorno» (cfr. Lc 9,23). Tutti siamo cosciente delle difficoltà che incontriamo nella nostra vita (individualismo, cambiamenti climatici, conflitti, guerre…), ma tutti abbiamo la capacità interiore di scegliere la saggezza che può derivare dall’affrontare e superare queste sfide. Quando riesco a vivere coscientemente nel presente, allora sono un dono per gli altri, e Gesù diventa presente in noi. Non è tanto “ciò che facciamo” a trasformare la vita degli altri, bensì “ciò che siamo” – e il “modo” in cui viviamo ed esprimiamo questo nostro vero essere.

Ricordo che, il primo giorno di tirocinio nel reparto di cure palliative, una signora, già avanti con gli anni, mi disse: «Sto per morire». Sia lei che io sapevano che era vero! Ma in questi giorni fui per lei una presenza amica, e lei per me fu un grande dono: mi insegnò ad avere speranza anche se dilaniata dal dolore. In un’altra occasione, una suora comboniana, guardandomi negli occhi, mi disse: «Fratello, ricorda che la tua vita e la tua vocazione sono molto più importanti del servizio che puoi offrire».

Non dimentico che ciascuno di noi è chiamato a essere “vita in abbondanza” per gli altri. Fu questa, del resto, la ragione per cui Gesù è venuto: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv. 10:10).

Molte sono state le persone che hanno testimoniato Gesù con la loro vita. Una di queste fu padre Giuseppe Ambrosoli, un missionario comboniano italiano. Sarà beatificato il 20 novembre, qui a Kalongo. Fu un sacerdote e un medico chirurgo che, nella sua umiltà e nel suo servizio reso ai malati, ha contribuito immensamente a far fiorire i valori del Regno di Dio in mezzo a questo. Fu – e continua ad essere – uno splendido esempio di come possiamo abbracciare la nostra umanità e trascenderla alla luce dello Spirito di Gesù.

Dalle terre africane, vi chiedo di pregare per me e per questo popolo fratello.

Fr. José Eduardo Macedo de Freitas,
Missionario comboniano, a Kalongo (Uganda)

Rivista Além-Mar