Davanti al mistero di Cristo è perfino banale dire che, essendo la verità, è la risposta alle nostre domande. Egli infatti non si limita a rispondere, ma domanda. Non alla maniera del professore antipatico, smanioso d’interrogare gli studenti, ma come chi apre il cuore, rivelando quanto vi freme, come un’esposizione del Santissimo.

Ma tu, Gesù, chi dici che io sia?
Tu sei il Cristo... Tu sei Pietro!

Matteo 16,13-20

Il vangelo di oggi ci offre la “confessione di fede” di Pietro nei pressi della città di Cesarea di Filippo, a nordest di Israele, in una regione semi pagana. Gesù si era “ritirato” in quella zona, fuori dai confini abituali della sua predicazione, per poter essere in intimità con i suoi. Stava per verificarsi un cambiamento drastico nella sua missione e Gesù voleva preparare i suoi discepoli.

In questo contesto di ritiro (Luca dice, addirittura, che ciò capitò quando “Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare” 9,18), il Signore, che aveva percepito attorno a sé il sentore di crisi, fa un... “sondaggio”: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo? Risposero: Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti”. Quindi, le folle intravedevano in Gesù un profeta, un grande profeta, ma l'interpretavano secondo le categorie del passato. Lo stesso sondaggio fatto oggi darebbe dei risultati non molto dissimili: un uomo straordinario, un illuminato, un rivoluzionario, un innovatore, un idealista... Categorie sempre insufficienti.

Gesù prosegue: “Ma voi, chi dite che io sia?. Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Pietro qui non è il portaparola dei dodici, ma fa la sua personale professione di fede che Gesù riconosce ispirata dal Padre. E a questo punto Gesù rivela a Pietro la sua vocazione, la sua identità: “E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa... A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Notiamo la simmetria: “Tu sei il Cristo” e “Tu sei Pietro”. Non si tratta tuttavia di uno scambio di cortesie, ma la rivelazione di una reciproca identità.

Abbiamo qui una vera e propria investitura, simboleggiata da tre metafore: il cambio di nome, la consegna delle chiavi e la potestà di legare e di sciogliere. Gesù conferisce a Pietro tre delle sue prerogative messianiche: di essere Pietra (vedi Daniele 2,31-35; Matteo 21,42; 1Corinzi 10,4), di possedere le chiavi del Regno e il potere di legare e di sciogliere (Apocalisse 3,7: “Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”). Gesù, il Signore della Chiesa, in questo testo conferisce a Pietro l'autorità “vicaria”.

1. Chi sono io per te?

Questa domanda è rivolta oggi a noi. Cristo non si aspetta la risposta imparata al catechismo. Sarebbe una risposta con la muffa! Non si aspetta una risposta abitudinaria. Sarebbe una risposta senza passione! Non si aspetta una risposta elaborata dalla mente. Sarebbe una risposta fredda, senza cuore! La risposta, Gesù l'attende dalla nostra intimità. Voi sapere come trovarla? Intèrrogati quanto sei disposto a rischiare per lui. La misura? Il martirio! Oggi la testimonianza del cristiano è il martirio. Non solo in Pakistan o India o Cina o Nigeria... ma anche qui in Europa, con il continuo stillicidio della derisione o dell'indifferenza. Alle quattro note della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica, potremmo aggiungere una quinta: perseguitata!

Non basta però dare una risposta una volta per sempre. La vita è cambiamento. In tutti i rapporti subentrano dei momenti di crisi, in cui ci sembra di non riconoscere più l'altro. È un momento critico che può diventare un'occasione di rottura definitiva o, invece, un'opportunità per crescere nella conoscenza reciproca. Questo può accadere anche nel nostro rapporto con Cristo. Oggi tanti cristiani l'abbandonano proprio per questo. La relazione con Gesù diventa abitudinaria, senza slancio, senza passione, e pian piano subentra l'indifferenza, la lontananza e l'estraneità. Presumiamo di conoscerlo e che non abbia più niente da dirci. Il suo vangelo è come un libro “già letto”. E allora o ce ne andiamo, stanchi e delusi, o il nostro rapporto con lui languisce in una lenta e triste agonia. Come evitare questo pericolo? Mi vengono due proposte.

2. Gli occhi fissi... sulla lepre!

Non distogliere lo sguardo da Gesù! “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento?” (Ebrei 12,1-2). Lo dice in un modo simpatico, ma eloquente, un racconto degli antichi Padri del deserto:
Un giovane monaco andò un giorno a trovare un vecchio monaco, carico di anni e di esperienza e gli disse: “Padre mio, spiegami come mai tanti vengono alla vita monastica e tanto pochi perseverano, tanti tornano indietro”. Il monaco rispose: “Vedi, succede come quando un cane ha visto la lepre. Si mette a correre dietro la lepre e abbaia forte. Altri cani sentono il cane che abbaia correndo dietro alla lepre e anch'essi si mettono a correre: sono in tanti che corrono insieme, abbaiando, però uno solo ha visto la lepre, uno solo la segue con gli occhi. E a un certo punto, uno dopo l'altro, tutti quelli che non hanno veramente visto la lepre e corrono solo perché uno l'ha vista, si stancano, si sfiancano. Colui che invece ha fissato gli occhi sulla meta in maniera personale, arriva fino in fondo e acchiappa la lepre”. E diceva: “Vedi, ai monaci accade così. Soltanto quelli che hanno fissato gli occhi veramente sulla persona di Gesù Cristo, nostro Signore crocefisso, arrivano fino in fondo”.

3. Specchiarsi nello sguardo di Cristo!

Gesù ci ha chiesto tante volte: “Chi sono io per te?” Hai mai pensato di rivolgergli anche tu la stessa domanda: “Ma tu, Gesù, chi dici che io sia?” Solo la sua risposta può illuminare il “mistero” della nostra persona, altrimenti rimaniamo una incognita per noi stessi. Solo lui può rivelarci il nostro vero nome (Apocalisse 2,17), la nostra identità. Solo questo incontro a quattr'occhi può dare profondità e solidità al rapporto.

Quando ci avviciniamo al mistero di Dio, scopriamo il nostro volto; quando ci accostiamo alla Verità di Dio riceviamo in contraccambio la verità su noi stessi. Confessare l'identità di Cristo ci restituisce la nostra profonda identità... Se volete scoprire chi siete veramente, specchiatevi nello sguardo di Dio” (Paolo Curtaz).

Per la riflessione personale

1) In un momento di “ritiro” interroghiamo e lasciamoci interrogare dal Signore: Chi sono? Chi sei? senza formalismi o schemi preconfezionati!

2) Confrontiamoci con l'identità di Pietro che ci rivela, in qualche maniera, la vocazione del cristiano: essere PIETRA per la fede di altri, malgrado la fragilità della nostra; impiegare la CHIAVE del Regno che è la croce di Gesù per sciogliere i vincoli delle schiavitù e legare le persone con i vincoli della fraternità!

P. Manuel João Pereira, comboniano
Castel d'Azzano (Verona), agosto 2023

La missione di Pietro
Radunare i credenti in Cristo

Matteo 16,13-20

Is 22,19-23; Salmo 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

La liturgia della Parola di questa domenica ci presenta la tappa di Cesarea di Filippo, punto di svolta del cammino di fede dei discepoli. Pietro esprime la sua fede nella forma più alta ed esplicita: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. “Figlio di Dio” era un titolo regale. Ogni re lo riceveva il giorno della sua investitura, quando il profeta pronunciava su di lui la formula rituale: “Sei mio figlio, io oggi ti ho generato”, eco alla promessa di Dio fatta a Davide: “Sarò per lui un padre, ed egli sarà per me un figlio” (2Sam 7,14). Il riconoscimento della messianicità trascendente di Gesù non dipende quindi dalla ricerca umana, ma è il frutto di una iniziativa gratuita di Dio.

 Pietro è detto “beato” da Gesù perché ha accolto un suggerimento, una rivelazione dall’alto. Subito dopo, Gesù annuncia a Pietro il servizio nuovo che svolgerà: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La pietra di fondazione della Chiesa è infatti la fede nel Cristo. Simone diventa Pietro: nella tradizione biblica, il cambiamento di nome corrisponde ad una missione particolare da compiere, con una svolta decisiva nella vita dell’individuo.

La terza parola di Gesù a Pietro è una promessa per il futuro: “A te darò le chiavi del regno dei cieli. Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. La “chiavi” simboleggiano la facoltà di rendere a tutti accessibile il Regno di Dio. Questa funzione infatti, nella Chiesa, sembra sia da rapportarsi al perdono dei peccati. Il “primato di Pietro”, cioè il suo ruolo unico e autorevole nella Chiesa, risulta quindi in rapporto costante al Regno dei cieli.

L’attualizzazione del brano evangelico di questa domenica consisterebbe in qualche modo nel rovesciare il sondaggio d’opinione fatto inizialmente da Gesù, chiedendo: “La gente che chi dice siano i cristiani?”. “Praticante” sembra essere oggi la qualifica più rilevante. È un termine un po’ restrittivo, perché indica spesso l’andare a messa, il fare qualche elemosina o preghiera… il perdono delle offese, l’amore ai nemici. Il titolo di cristiano sono gli altri che ce lo devono attribuire, vedendoci vivere i precetti evangelici. Il cristiano autentico viene riconosciuto infatti dalle sue scelte ed azioni, attraverso i valori che vive e i contro-valori che rifiuta. Conformando la propria vita alla persona e al messaggio di Gesù noi riconosciamo e testimoniamo che Gesù è “il Messia, il Figlio del dio vivente” venuto nel mondo per la nostra salvezza. A Lui l’onore e la gloria nei secoli.
Don Joseph Ndoum

Pietro - pietra
che rende solida l’Unità e la Missione

Is 22,19-23; Sl 137; Rom 11,33-36; Mt 16,13-20

Riflessioni
Gesù fa un sondaggio d’opinione sulla sua Persona, ma va oltre i risultati del sondaggio (Vangelo). Chi è Gesù? Qual è la sua identità vera? Che ne pensa la gente? Ma voi, chi dite che io sia? Sono domande che ci rimbalzano dal passato e sono sempre attuali. L’affermazione centrale di questa domenica è la risposta di Simon Pietro, a nome anche degli altri, sull’identità di Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16). L’opinione della gente (v. 14) colloca Gesù al livello dei grandi profeti d’Israele (Elia, Geremia, Giovanni il Battista); il che è già una buona approssimazione, ma ancora a livello spettacolare. La gente coglie la grandezza di Gesù (miracoli, dottrina…), ma non arriva a conoscere pienamente la sua identità.

Per arrivarci, occorrono criteri interpretativi nuovi. Ci vuole un supplemento di fede. La risposta di Pietro, infatti, è frutto di una luce superiore, che viene dal Padre (v. 17); per questo va oltre l’intendere umano (da carne e sangue). Ma nonostante questa luce nuova, Pietro comprende solo parzialmente l’identità e la missione di Gesù: ne dà prova il testo del Vangelo di Matteo che segue riguardo alla croce. (Vedi Vangelo di domenica prossima). Questo dimostra la fatica del credere; è difficile per tutti. Cristiani non si nasce, ma si diventa. Credere in Gesù vuol dire “seguirlo”, cioè mettersi in cammino e ogni giorno cercare di assumere i suoi ‘sentimenti’ di totale fiducia nel Padre, “imitare” il suo stesso stile di vita attraverso gesti di bontà, misericordia, accoglienza, condivisione…

In uno scambio di confidenze reciproche, Pietro riconosce l’identità di Gesù (Tu sei il Cristo…), e Gesù rivela l’identità di Pietro (Tu sei Pietro…) e lo rende partecipe del Suo progetto per una nuova comunità: la sua Chiesa, che durerà nei secoli (v. 18). Nonostante le difficoltà e le resistenze storiche, opposte a questo testo di Matteo, il piano di Gesù riguardo alla sua Chiesa sussiste nel tempo. Secondo la tradizionale interpretazione cattolica, le tre metafore della pietra (v. 18), delle chiavi (v. 19) e il binomio legare-sciogliere (v. 19) si completano nel conferimento post-pasquale a Pietro del servizio di pascere, nell’amore, il popolo della nuova alleanza (cfr. Gv 21,15s). La fede di Pietro - e dei successori - è prioritaria e fondamentale: solo così nasce, si fonda, cresce la Chiesa. “Nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro” il Signore ha “posto il fondamento della nostra fede”, perché anche noi diventiamo pietre vive per l’edificazione della Chiesa (Orazione colletta).

Non qualunque modo di esercitare l’autorità è accetto a Dio e fa bene al popolo, come lo conferma la rimozione di Sebna, funzionario intrigante del palazzo (I lettura, v. 19), perché il Signore vuole “un padre per gli abitanti di Gerusalemme” (v. 21). Secondo Gesù, che è “il Signore e il Maestro” (Gv 13,14), che “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita” (Mt 20,28), l’autorità (le chiavi) è data a Pietro e alla Chiesa per un servizio al popolo di Dio in una diaconia senza fine. Quanto più ampia è l’autorità tanto più intenso deve essere l’amore e generoso il servizio. Perché nel mondo tutti abbiano vita e la famiglia umana viva unita! È questo l’obiettivo della missione che Papa Francesco ripropone ogni volta che parla della Chiesa. (*)

Il Concilio ci dà la dimensione teologica e missionaria del progetto di Gesù: “La Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura” (AG 2). Perché “essa esiste per evangelizzare” (Paolo VI, in EN 14). È significativo il fatto che Gesù parli del suo progetto di Chiesa trovandosi in un territorio pagano (v. 13: regione di Cesarèa di Filippo), in un contesto geografico ed etnico simile a quello della donna cananea (vedi il Vangelo di domenica scorsa). Questi due fatti (la cananea e Pietro), narrati da Matteo, mettono in luce due valori importanti per capire l’identità di Gesù: la fede e la missione. Due valori necessari! Anzitutto, Gesù elogia la fede di ambedue, anche se diversa nel modo di esprimersi. Inoltre, i due fatti rivelano il carattere universale della missione di Cristo e della Chiesa. Una missione di salvezza aperta a tutti i popoli, vicini e lontani!

Un sondaggio d’opinione circa l’identità di Gesù, fatto ai nostri giorni, ci darebbe risultati approssimativi e riduttivi. È un fatto che una elevata proporzione di fedeli battezzati si sono allontanati dalla Chiesa, dal Vangelo e da Cristo, anche se non si può mai misurare il livello della fede di una persona. Per essi è necessaria una nuova evangelizzazione, con i contenuti e i metodi della missione ad gentes, cioè la prima evangelizzazione (cfr. RMi 33). Per molti occorre ripartire dai fondamenti della fede cristiana e far uso di ogni buon metodo pedagogico.

Il Vangelo odierno ed altre ricorrenze di questo periodo estivo ripropongono tre elementi tipici dell’identikit del cattolico. Tali valori sono: Eucaristia-Madonna-Papa, tutti e tre insieme. I molti anni di vita missionaria in vari continenti mi hanno portato a questa ferma convinzione. Sono valori che sostengono e rafforzano la fede del cristiano, illuminano il senso di appartenenza alla Chiesa, chiariscono la sua identità, lo aiutano ad essere sale e luce in seno al confuso universo religioso del nostro tempo. In particolare, di fronte a non cristiani, o protestanti, ortodossi, evangelici e altri gruppi. Non si tratta di fare polemiche o confronti odiosi. Per il cattolico, questi sono tre amori irrinunciabili, da condividere e da proporre ad altri con umiltà e rispetto; sono valori che riempiono di gioia la vita e la missione dei cristiani in qualunque parte del mondo.

Nel professare la nostra fede, diciamo: Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica; potremmo anche aggiungere una quinta nota: perseguitata, perché questa è una realtà costante nella storia, fino ai nostri giorni in varie parti del mondo. “Essere uomini-donne di Chiesa vuol dire essere donne-uomini di comunione”, ci ricorda Papa Francesco. Appartenere alla Chiesa è un valore grande, un dono prezioso del Signore, che postula il nostro ringraziamento costante e l’impegno a custodirlo e condividerlo con umiltà e rispetto. Preghiamo che il Signore ci conceda, come a santa Teresa di Ávila, la gioia di vivere e di “morire, come figli-figlie della Chiesa”.

Parola del Papa

(*) “Devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova». Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale”.
Papa Francesco
Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013), 32

P. Romeo Ballan, MCCJ

Le domande di Gesù

Matteo 16, 13-20

Davanti al mistero di Cristo è perfino banale dire che, essendo la verità, è la risposta alle nostre domande. Egli infatti non si limita a rispondere, ma domanda. Non alla maniera del professore antipatico, smanioso d’interrogare gli studenti, ma come chi apre il cuore, rivelando quanto vi freme, come un’esposizione del Santissimo. A differenza dei problemi che, prima o poi, trovano sempre una soluzione, le domande esigono di dissolversi in esse, poiché non lasciano più come prima. Sono pericolosissime: chi le pone passa alle dipendenze di chi risponderà e chi le ascolta ne rimane disturbato. Nel Vangelo odierno, il Signore pone una delle più rischiose domande: «Chi sono per voi?», «Chi sono per te?». Probabilmente avremmo molta paura ad esprimerci così, perfino con la persona più amata. Non sappiamo come risponderà.

Gesù afferma di essere «la via, la verità e la vita» e al contempo chiede: «Chi sono per te?», «Forse volete andarvene anche voi?», «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», «Pietro, mi ami tu?», «Mi vuoi bene?». Cancellare dalla verità che è Gesù le sue domande, quelle che legano il Figlio di Dio ad ogni nato da donna, significa trasformarlo in un ricettario di puntigliose risposte a questioni che magari più nessuno pone. Avessimo il coraggio di rivolgere le medesime domande di Cristo, di sentirne il peso, l’inquietudine, il rischio, il dolore! Ci sentiremmo fratelli e sorelle di tutti; non ci vergogneremmo di nessuno, come lui non si vergogna di noi.

La nostra anima è uno scaffale di risposte, o trema ancora alla voce di qualche domanda? Quale? Un metodo efficace per ammutolire le domande è moltiplicare i problemi. Così si resta dinamici, agitati, eppure lontani dalla vita.
Giovanni Cesare Pagazzi