La quinta domenica di Quaresima è una preparazione immediata alla Pasqua. Domenica prossima celebreremo la Domenica delle Palme e sarà proclamato il racconto della Passione e Morte di Gesù. Il vangelo di oggi, preso da San Giovanni, ha lo scopo di introdurci nel mistero che si avvicina, affinché possiamo viverlo, non da spettatori, ma da discepoli. È Gesù stesso che ci svela il senso di quanto sta per accadere.

“Vogliamo vedere Gesù!”

Letture: Geremia 31,31-34; Salmo 50; Ebrei 5,7-9
Giovanni 12,20-33: “È venuta l’ora!… È venuta l’ora!”

La quinta domenica di Quaresima è una preparazione immediata alla Pasqua. Domenica prossima celebreremo la Domenica delle Palme e sarà proclamato il racconto della Passione e Morte di Gesù. Il vangelo di oggi, preso da San Giovanni, ha lo scopo di introdurci nel mistero che si avvicina, affinché possiamo viverlo, non da spettatori, ma da discepoli. È Gesù stesso che ci svela il senso di quanto sta per accadere.

Vogliamo vedere Gesù!

Siamo all’ultima Pasqua del Signore e subito dopo il suo ingresso “trionfale” a Gerusalemme. La città era piena di pellegrini, venuti da tutte le parti. Il brano del vangelo parla di un gruppo di proseliti di lingua greca che, sentendo parlare di Gesù, vorrebbero vederlo, anzi conoscerlo (è questo il senso del verbo greco). Non sapendo l’aramaico, parlano con Filippo il quale ne parla anche con Andrea. I due sono gli unici del gruppo dei Dodici che portano un nome greco e sicuramente un po’ di greco lo sapevano.

“Vogliamo vedere Gesù” è la loro richiesta e la loro e nostra “preghiera”! Ogni uomo e donna porta nelle profondità recondite del proprio cuore questa preghiera: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Salmo 27,8). Il fedele israelita viveva con sofferenza l’impossibilità di dare un volto e un nome al suo Dio. La grande tentazione era proprio il volere raffigurare Dio e il grande peccato sarà la fabbricazione del vitello d’oro: “Ecco il tuo Dio, o Israele!” (Esodo 32,4).

La salvezza passa dallo sguardo!

Il vangelo di Giovanni è ritenuto il più “spirituale”, eppure è il più “sensitivo”. Giovanni, infatti, dà un enorme rilievo ai sensi, dal più “carnale”, il tatto (20,17), ai più “sensuali” come il palato (2,9) e l’olfatto (12,3) e ai più “nobili”, l’ascolto e la visione. I cinque “sensi” sono le cinque vie che ci collegano con il mondo visibile, ma anche con quello invisibile. Guai a chi volesse vivere una fede “disincarnata”! Giovanni dà una particolare enfasi all’ascolto e alla parola, ma è la “visione” il senso da lui privilegiato. La sua raffigurazione come “aquila” non si deve solo ai suoi “alti voli”, ma anche al suo sguardo penetrante!

Tutto il vangelo di Giovanni si snoda tra l’invito ad andare da Gesù per vedere: “Venite e vedete!” (1,39) e l’esperienza gioiosa dei discepoli: “Abbiamo visto il Signore!” (20,25), per concludersi con l’ultima beatitudine: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (20,29). Se nella prima Alleanza il senso dell’ascolto era quello privilegiato nel rapporto con Dio, nella seconda Alleanza è quello della visione. Tutto il vangelo di Giovanni è permeato dal senso della visione. Troviamo circa 150 vocaboli collegati a questo senso. Impressionante! Dal “vedere” e dal “non vedere” passa sia la drammaticità tragica e tenebrosa della storia umana, come pure la scia di luce, di gioia e di vita che l’attraversa! La salvezza passa dallo sguardo! La storia inizia con lo sguardo compiaciuto di Dio verso la sua creazione, ripetuto sette volte: “E Dio vide che era cosa buona” (Genesi 1) e si conclude con lo sguardo contemplativo ed estasiato dell’uomo davanti alla nuova creazione: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova… E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Apocalisse 21,1-2). Allora sì, avverrà quanto dice il Qoèlet: “Non si sazierà l’occhio di guardare né l’orecchio sarà mai sazio di udire” (1,8).

La purificazione dei sensi

Per vedere Dio ci vuole però la purificazione dei sensi che la trasgressione dei nostri progenitori Adamo ed Eva ha contaminato. Questa purificazione avviene dall’interno verso l’esterno. Di questa ci parla Geremia nella prima lettura, quando annuncia la “alleanza nuova”: “Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore… Tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”. A questa promessa di Dio risponde il salmista con la preghiera: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” (Salmo 50). La Legge messa nel cuore è quella dell’amore, è Gesù stesso. Il Cristo nel cuore diventa Cristo nei sensi. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti [lo stesso “sentire”] di Cristo Gesù”, dirà San Paolo ai Filippesi (2,5).

La conversione dello sguardo

Ci prepariamo alla Passione del Signore e il nostro sguardo sarà messo alla prova davanti alla croce. Con quali occhi guarderemo il Crocifisso? Tutti “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (19,37). Alcuni però per deriderlo ed insultarlo. Altri si copriranno la faccia per non vedere quel volto martoriato (Isaia 53). Pochi saranno capaci di cogliere la bellezza dell’amore e lo splendore della gloria di Dio nella croce.

Filippo ed Andrea siamo tu ed io!

Gli uomini e le donne di oggi cercano Gesù, in svariati modi, anche nei loro smarrimenti seguendo la via dei sensi. E si rivolgono a noi per vederlo e conoscerlo. Ma ci risulta difficile capire le loro domande perché non parliamo la loro “lingua”. Solo vivendo immersi in questa umanità, nella sua cultura e nella sua storia, nelle sue speranze e nelle sue paure, potremo interpretare la loro ricerca. La lingua che loro percepiscono non è quella delle prediche, né del catechismo, ma quella dei sensi e della testimonianza. Solo se noi stessi abbiamo udito, toccato e visto il Signore, saremo capaci di raccontarlo:

“Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1 Giovanni 1,1-3).

È venuta l’ora!… È venuta l’ora!

La risposta di Gesù alla richiesta dei greci è assai sconcertante: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto… E quando sarò innalzato da terra [sulla croce], attirerò tutti a me”. Gesù nella domanda dei greci vede già le primizie della straordinaria fecondità del “Chicco di grano”. Gesù è vissuto in vista di questa “ora”, ma sperimenta comunque, anche lui come noi, il turbamento e l’angoscia davanti alla prospettiva della sua morte imminente: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!”. I sinottici raccontano quest’ora del Getsemani con toni ben più drammatici.

La legge del “chicco di grano” riguarda la vita di ogni essere vivente, ma ci risulta difficile accettarla. Vorremmo rimanere un fiore sbocciato nella pienezza della sua bellezza in una eterna primavera. Giunti al frutto maturo d’estate ci attacchiamo all’albero della vita, in un disperato sforzo per resistere all’autunno e non cadere per terra… Invece lo scopo della vita è diventare un frutto d’autunno! “Sentir nascere in sé l’anima succosa del frutto: la stessa dolcezza, la stessa trasparenza dorata, la stessa sete di cadere. Distaccarsi, non per orgoglio o per stanchezza, ma per eccesso di peso e di linfa. Distaccarsi come un frutto d’autunno… Imparate il «disinteresse» del frutto maturo, la fragilità della pienezza. Una stilla di pietà, un brivido d’amore fanno traboccare la coppa ebbra dell’autunno; il minimo urto getta a terra il frutto gonfio di aromi e di sole” (Gustave Thibon, filosofo francese).

Per la riflessione settimanale:
Durante quest’ultima settimana di Quaresima chiediamo la grazia della purificazione dei sensi, specie quello della vista, ripetendo magari la preghiera, il grido di Bartimeo, il cieco di Gerico, con la sua stessa fiducia e determinazione: “Rabbunì, che io veda di nuovo!” (Marco 10,46-52). Solo così potremo seguirlo anche noi lungo la strada verso Gerusalemme!

P. Manuel João Pereira Correia, mccj
Verona, marzo 2024

Il tuo volto, Signore, io cerco

In Sicilia, il monaco Epifanio un giorno scoprì in sé un dono del Signore: sapeva dipingere bellissime icone. Voleva dipingerne una che fosse il suo capolavoro: voleva ritrarre il volto di Cristo. Ma dove trovare un modello adatto che esprimesse insieme sofferenza e gioia, morte e risurrezione, div Epifanio non si dette più pace: si mise in viaggio; percorse l'Europa scrutando ogni volto. Nulla. Il volto adatto per rappresentare Cristo non c'era.

Una sera si addormentò ripetendo le parole del salmo: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”. Fece un sogno: un angelo lo riportava dalle persone incontrate e gli indicava un particolare che rendeva quel volto simile a quello di Cristo: la gioia di una giovane sposa, l'innocenza di un bambino, la forza di un contadino, la sofferenza di un malato, la paura di un condannato, la bontà di una madre, lo sgomento di un orfano, la severità di un giudice, l'allegria di un giullare, la misericordia di un confessore, il volto bendato di un lebbroso. Epifanio tornò al suo convento e si mise al lavoro.

Dopo un anno, l'icona di Cristo era pronta e la presentò all'Abate e ai confratelli, che rimasero attoniti e piombarono in ginocchio. Il volto di Cristo era meraviglioso, commovente, scrutava nell'intimo e interrogava. Invano chiesero a Epifanio chi gli era servito da modello. Non cercare il Cristo nel volto di un solo uomo, ma cerca in ogni uomo un frammento del volto di Cristo.
Bruno Ferrero

“Vogliamo vedere Gesù...”

Ger 31,31-34; Salmo 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-23

Tutto il nostro itinerario quaresimale è una continua invocazione e/o costante ricerca di "Vedere" Gesù, il suo "rivelarsi". È la croce il luogo di questa rivelazione il Crocifisso è l'oggetto da guardare, da comprendere e da contemplare.

Fin dall’inizio Gesù è pronto a donarsi (per amore); ed al momento della richiesta dei Greci, Egli tende verso il momento del dono della sua vita per la salvezza del mondo. Proprio qui sta tutta la forza d'attrazione (“attirerò tutti a me”) e tutta la fecondità della sua opera di salvezza.

Il “Vogliamo vedere Gesù...” può anche essere ritenuto l'esigenza, la richiesta più urgente del mondo di oggi nei confronti dei cristiani. Infatti, l'uomo odierno, del postmoderno, troppo afferrato da un ritmo frenetico, corre troppo, e nella sua corsa affannosa ha finito per lasciarsi alle spalle parecchie cose importanti: Dio, la preghiera, l'attenzione verso gli altri, gli ideali gratuiti... Tocca, dunque, ai cristiani soddisfare a questa pretesa legittima (“voler vedere Gesù...”).

I cristiani dovrebbero essere in grado di coinvolgere anche gli altri in questa avventura affascinante. La vita cristiana appare, quindi, un EPIFANIA, cioè una manifestazione di Dio. Non si tratta di "insegnare Dio" con dei discorsi intelligenti sul suo conto. Non si insegna Dio, Lo si racconta con entusiasmo e stupore. Non si dimostra Dio, non si discute su di Lui, Lo si manifesta. Bisogna far venire la voglia di Dio agli altri.

Caro fratello, prova a immaginare che qualcuno, aggi, ti abbordi e butti la stessa richiesta dei Greci (“voglio vedere Gesù”). Pensaci un po’, ma soprattutto chiediti se ti è mai successo di aver fatto venire la voglia di Dio in qualcuno/a.
Don Joseph Ndoum

La sfida di essere guide
per chi vuole “vedere Gesù”

Geremia 31,31-34; Sl 50; Ebrei 5,7-9; Gv 12,20-33

Riflessioni
Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21). Nell’imminenza di quella Pasqua così speciale per Gesù, l’arrivo di alcuni pellegrini greci a Gerusalemme (Vangelo) ha l’effetto di un’esplosione luminosa sul mistero che si avvicina. Quei pellegrini erano di lingua e cultura ellenica, convertiti o simpatizzanti per il giudaismo. Erano le primizie dei popoli pagani, chiamati anch’essi a mettersi in cammino verso Gerusalemme, per imparare le vie del Signore, come aveva predetto il profeta (Is 2,3).

Quei pellegrini manifestano un desiderio che ha un vasto significato missionario: “Vogliamo vedere Gesù” (v. 21). La domanda va ben oltre la curiosità di conoscere la star di turno. Essi vengono da lontano, appartengono a un altro popolo, il viaggio è stato certamente faticoso, si sono messi in viaggio per motivi spirituali... Vogliono vedere Gesù: non per un saluto fugace, ma per conoscerne l’identità profonda, coglierne il messaggio di vita. Nella scena ci sono anche altri dettagli vocazionali e missionari: per arrivare fino a Gesù, occorrono spesso delle guide, accompagnatori. Quei pellegrini cercano intermediari della loro cultura, Filippo e Andrea, apostoli con nomi greci.

Gesù coglie la densità e l’importanza di quel momento: è la sua ora, l’ora di essere glorificato (v. 23), l’ora dell’offerta della sua vita, l’ora di essere elevato da terra per attirare tutti a sé (v. 32), perché tutti i popoli arrivino alla vita in pienezza. Quale vita? La vita vera, che consiste nel conoscere - cioè amare, accogliere, contemplare - l’unico vero Dio e colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo (cfr. Gv 17,3). Non basta però avere un’idea vaga o una qualunque teoria su Gesù; è necessaria la comprensione amorosa del mistero del chicco di grano, che muore per dar molto frutto (v. 24). Qui c’è un dato biografico: il chicco che muore per dar vita è Gesù stesso. Egli sta parlando di sé e mostra l’unico cammino che porta alla vita: un cammino che passa attraverso la morte. Il verbo “innalzare” indica la tragica esposizione dell’Uomo-Dio sulla croce, nella massima profondità e altitudine del suo amore. Amore che vince la morte, proclama la vita, attira tutti.  Eleva verso la statura di Dio-amore, rende capaci di amare.

Il momento culminante del chicco che muore è descritto con passione nella lettera agli Ebrei (II lettura): accettando la morte con amore, Gesù diventa causa efficace ed esemplare di salvezza “per tutti coloro che gli obbediscono” (v. 9). In tal modo, nel sacrificio pasquale di Cristo e nell’effusione dello Spirito Santo, è superata l’antica alleanza basata sulle pietre della Legge; si realizza l’alleanza nuova (I lettura) radicata nel cuore e nella vita delle persone (v. 33) che si lasciano condurre dallo Spirito.

Quei pellegrini greci che chiedono di vedere Gesù assumono per noi un valore emblematico: rappresentano le persone e i popoli che aspirano ad un cambio di vita, che cercano Dio con cuore sincero… Alcune volte tale desiderio è esplicito, molte altre è un desiderio muto, intuitivo, indescrivibile, spesso confuso e contraddittorio, ma è sempre un desiderio o un gemito che nasce dal profondo della vita. Sono veri SOS dello spirito umano… Più che le parole, spesso parlano i gesti, le situazioni, le sofferenze, le ferite, le tragedie, i silenzi, la vicinanza, la condivisione...

Chi darà risposta a tante attese? Occorre gente disponibile. La risposta è affidata a uomini e donne di ogni tempo, che siamo noi cristiani. Non sarà sufficiente una risposta teorica o la ripetizione di qualche formula; la risposta missionaria deve partire dalla conoscenza amorosa, dalla conversione e adesione al Signore Gesù. Come gli Apostoli, che, dopo l’incontro con il Risorto, affermano: “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25). I cristiani, i missionari, devono aver visto il Signore, averne una conoscenza intima; devono poter affermare, come gli apostoli dopo la risurrezione: “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25). In queste due frasi di Giovanni: “Vogliamo vedere Gesù” e “Abbiamo visto il Signore” è racchiuso tutto l’arco della Missione. “L’apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un esperto di Gesù” (Benedetto XVI). Anche l’apostolo deve diventare un chicco di grano che muore per dare vita; solo così può annunciare il Vangelo con credibilità ed efficacia, “convinto, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo” (Evangelii Gaudium, n. 266). (*)

La comunicazione missionaria dell’esperienza cristiana prende forme diverse, secondo i tempi, le persone, la creatività personale, le tecnologie… Guardando il calendario dei santi ed evangelizzatori di ogni settimana (vedi sotto), troviamo modelli e stili diversi di annunciare il Vangelo.  Oggi si usano anche tecniche nuove. In molti ambienti e nazioni, soprattutto fra i giovani, la Missione corre anche via sms, facebook, twitter e altri messaggi elettronici. Arrivano a molte persone, anche non cristiane, versetti di Vangelo, pensieri spirituali, notizie riguardanti la Chiesa... Quando il fuoco della missione arde nel cuore, si cercano strade nuove per dare una risposta a quanti vogliono vedere Gesù.

Parola del Papa

(*)Non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo,
non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni,
non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola,
non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare.
Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione.
Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa. È per questo che evangelizziamo”.
Papa Francesco
Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (2013) n. 266

P. Romeo Ballan, MCCJ

Giovanni 12, 20-33

Per diventare nostro fratello,
anche lui ha tremato di paura

«Adesso la mia anima è turbata». Così il Signore definisce il proprio stato, dopo aver raccontato del seme che porta frutto solo morendo. Il destino mortale e fertile del chicco parla di lui, dell’ormai imminente uccisione e della definitiva vittoria. Nel Vangelo di Giovanni, in altre due occasioni si parla del «turbamento» di Gesù; in entrambe vibra la sua emozione all’avvicinarsi della morte.

La prima è davanti alla tomba di Lazzaro: dopo aver pianto, è «ancora profondamente turbato». La morte di chi ci è caro è anche un po’ la nostra morte. Con lui se ne va parte della nostra vita. Una fetta della nostra esistenza non è più disponibile come prima, giacché le esperienze vissute con quella persona sono tramontate con lei. Il Signore entra nel dolore per la propria morte passando attraverso la porta della perdita di un amico carissimo. E ciò lo turba profondamente.

Il Figlio di Dio è turbato anche dopo l’annuncio del tradimento di Giuda e la sua fuga dal cenacolo, nella notte. La morte entra in Gesù da ogni parte: il complotto studiato alla perfezione per eliminarlo e il morso velenoso, vorace e feroce del tradimento. Nel calice amaro che il Padre non gli allontana e che egli beve fino in fondo c’è anche il turbamento. Ma che cos’è?

L’originale verbo greco indica una paura così profonda e totalizzante da scuotere non solo l’anima ma anche il corpo: si trema dalla paura. Il corpo del Figlio di Dio ha tremato di paura. No! Non ci meritiamo un Dio così! Ci saremmo accontentati di molto, molto meno. Non possiamo averlo inventato noi un Dio così; è fuori dalla nostra portata. Per diventare nostro fratello, anche lui ha tremato di paura, come noi tremiamo al solo pensiero della perdita di chi e quanto è vitale. Rivolgiamoci a lui con fiducia. Ci capisce. Egli stesso ha provato, fino a tremare, quanto costa perdere.
[Giovanni Cesare Pagazzi – L’Osservatore Romano]