Ricordando Padre Piergiorgio Prandina: “Umorista, con la battuta sempre pronta”

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Sabato 6 aprile 2024
P. Piergiorgio è nato il 3 settembre 1940 a Torrebelvicino (diocesi di Vicenza). Ha fatto il noviziato a Gozzano, i voti temporanei il 9.9.1962 e i perpetui il 9.9.1965. Dopo gli studi a Verona è stato ordinato sacerdote il 26.6.1966. Dopo tre anni di specializzazione a Roma in scienze dell’educazione (mi pare!), è stato destinato all’Uganda, dove lavorò dal 1969 al 1975, quando è stato espulso da Idi Amin, insieme ad altri comboniani. Fu allora destinato come formatore allo scolasticato di Roma e, due anni dopo, nominato Segretario Generale della Formazione, rimpiazzando P. Fernando Colombo, compito che svolse con grande competenza dal 1977 al 1985. [
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Ho molto stimato P. Prandina, da quando è stato mio formatore a Roma negli anni 1975-1977. La sua vivacità e concretezza, la sua schiettezza e spontaneità, la sua perspicacia e spirito critico, la sua sociabilità e umorismo con la battuta sempre pronta, ci spronavano, a noi studenti. Ho vissuto con lui diversi anni poi nella comunità della Curia a Roma e la stima e l’amicizia reciproche si sono consolidate. Il suo carattere talvolta lo rendeva un po’ scontroso, dovuto allo spirito critico e spesso un po’ ironico e pessimista, e l’ha portato ad isolarsi ultimamente, mi sembra.

La sua intelligenza, la capacità organizzativa e la sua meticolosità, da una parte, e la sua salute malferma, dall’altra, fecero sì che il suo servizio missionario fosse orientato verso compiti amministrativi, sia a livello di provincia italiana (1993-2005) che a livello di amministrazione generale (2006-2023). Fino a qualche tempo fa (2023), prima dei problemi cardiaci, occupò l’incarico di Archivista Generale dell’istituto con grande professionalità e dedizione. Di ogni lavoro che gli era affidato si poteva essere sicuri che l’avrebbe svolto celermente e alla perfezione.

Oltre questo lavoro interno, a cui si donava senza risparmio di tempo e di energie, svolgeva un servizio pastorale nella nostra cappella della Curia. Era lui che presiedeva l’Eucaristia dell’undici, molto frequentata. Si preparava accuratamente l’omelia, molto apprezzata perché oltre ad essere brillante nell’esposizione e animata da qualche racconto, non durava mai più di 9/10 minuti. Dopo la celebrazione rimaneva a prendere il caffè e a chiacchierare un po’ con i fedeli più legati a noi. A turno, inoltre, celebrava l’Eucaristia settimanale prevista per la gente esterna, alle 18.30, con una certa creatività. Durante tutto questo tempo ha accompagnato uno dei gruppi biblici creati dai coniugi Tradico tanti anni fa. I suoi interventi erano molto apprezzati per la sua vivacità e concretezza.

L’esperienza missionaria, anche se relativamente breve, l’ha sempre accompagnato ed ispirato. La morte prematura del suo fratello P. Cornelio l’ha scosso profondamente. Da quel momento si coinvolse anche con la missione in Mozambico dove aveva lavorato P. Cornelio. Collaborò in diversi progetti tramite i coniugi Tradico e coinvolgendo la sua famiglia. I legami familiari sono stati sempre molto forti. La sorella Zaira e il cognato Roberto scendevano spesso a Roma. Quando recentemente P. Piergiorgio fu trasferito alla nostra comunità di Castel d’Azzano hanno continuato a visitarlo regolamente ogni settimana.

La destinazione a Castel d’Azzano è stata molto sofferta. Lasciare Roma e l’incarico che aveva svolto suonavano per lui come l’approccio della fine. Si sperava che qui da noi avrebbe potuto recuperare e riprendere un certo ritmo normale di vita, ma i dolori e disagi della malattia, la stanchezza fisica e il senso di inutilità gli hanno tolto ogni motivazione per reagire. Un arresto cardiaco ha stroncato la sua esistenza di 83 anni, all’improvviso. Era l’alba di Pasqua, il 31 marzo 2024.

Abbiamo celebrato il suo funerale mercoledì scorso 3 marzo (vedi sotto l’omelia di P. Renzo Piazza). La salma è stata portata al suo paese, per la sepoltura dopo la cerimonia funebre nella chiesa di Torrebelvicino. Mentre ringraziamo Dio per la sua vita spesa per la missione, piangiamo con nostalgia la sua partenza.

P. Manuel João Pereira Correia, MCCJ
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Funerale di Padre Piergiorgio Prandina
3 aprile 2024

P. Piergiorgio Prandina, 3 settembre 1940 - 31 marzo 2024.

Nel 1965, un gruppo di scolastici di Verona, in occasione del carnevale, visitò il seminario minore dei comboniani di Trento per rappresentare una commedia. Piergiorgio rappresentava il maggiordomo della famiglia Ravello ed era l’attore principale, che ci tenne tutti allegri per la serata. Fu in quell’occasione che lo incontrai per la prima volta e capii che gli piaceva fare un po’ di teatro… Più tardi venni a sapere che era il quinto di 10 figli e che 3 di loro erano diventati sacerdoti…

Lo ritrovai qualche anno più tardi, al funerale del papà di cui ricordo il momento dell’offertorio, quando tra i doni che vennero portati all’altare vi era il messalino di papà Bortolo e la sua corona del rosario. Piergiorgio fece l’elogio della fede e della preghiera del papà: regolare, continua, fiduciosa. L’esempio del papà aveva contagiato il figlio sul cammino del sacerdozio e la preghiera era diventata abitudine consolidata nella sua vita di missionario. 

Un terzo ricordo è legato al funerale del fratello, padre Cornelio. P. Piergiorgio testimoniò che aveva accompagnato il fratello ammalato con tanta preghiera: aveva cercato di coinvolgere il più gente possibile a chiedere la grazia della guarigione, aveva moltiplicato i rosari, le Messe, aveva invocato con insistenza Daniele Comboni: tutto inutile. La Grazia non era arrivata. Ne parlò come un’esperienza di un piccolo fallimento. 

Nel 66 era partito per la missione in Uganda e nel 75 era a casa per le sospirate vacanze. Una domenica di settembre fui invitato a cena con i familiari e gli amici per salutarlo prima della ripartenza fissata per il giorno successivo. Invece il giorno successivo arrivò la notizia che il presidente Amin lo aveva espulso dall’Uganda assieme ad altri confratelli comboniani. Si trovò totalmente spiazzato: una vita da ricostruire. La sua missione africana subiva uno stop imprevisto e P. Piergiorgio fu chiamato a Roma per essere formatore di giovani missionari. 

Nell’88 si riaprì la porta dell’Africa, per un servizio come formatore dei Fratelli Comboniani a Nairobi, in Kenya. Purtroppo la salute non lo accompagnò: vi rimase per pochi mesi e poi rientrò. Un altro duro colpo e un avvenire da ricostruire.

Nel 90 ritornò ancora in Uganda e vi rimane per due anni. Rientrò in Italia, e dopo alcuni anni come Segretario Provinciale a Bologna, fu dirottato a Roma in Curia, incaricato dell’archivio della Congregazione per circa 17 anni.

Da lì la malattia lo ha condotto a Castel d’Azzano, “con nessuna prospettiva di luce, ma tutto tenebre” e con una diagnosi severa: malattia invalidante, senza prospettiva di guarigione. Qui ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita.

Proviamo ora ad immaginare Gesù in persona che il primo giorno della settimana incontra P. Piergiorgio sulla strada di Emmaus.

P. Piergiorgio, perché piangi? Perché è triste il tuo cuore?

Perché sono molti i fallimenti della mia vita. Primo fra tutti, quello della preghiera. Non sono stato esaudito né quando ho chiesto la guarigione per mio fratello, la cui missione si è spenta sul fiore dell’età, lui che aveva fatto della lotta la ragione della sua vita … e nemmeno quando io ho detto, come Mosè: “Sono stanco di soffrire, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!…”. Dio non mi ha ascoltato, non mi ha esaudito. E ha avuto poco effetto anche la preghiera dei confratelli e dei paesani che pregavano per me…

Piergiorgio, la tua preghiera non è caduta nel vuoto, la missione di tuo fratello non si è spenta. Tu l’hai fatta rifiorire, l’hai fatta continuare coinvolgendo ed entusiasmando tanti a dare una mano all’Africa e al Mozambico. Hai moltiplicato le iniziative e i progetti. Il suo ricordo è ancora vivo.  Il buon profumo della sua vita si è sparso al di là delle frontiere… Non hai seminato invano! 

E perché volevi mettere dei limiti alla tua vita che appartiene solo a Dio? Guardati attorno: c’è forse un villaggio in cui non ci sia la sofferenza? Guarda quanta gente è venuta a visitarti, quanta gente hai fatto sorridere con il tuo buon umore e le tue battute, compreso il personale di servizio… Quanti confratelli sono venuti a pregare con te e a donarti la loro benedizione. L’ultima parte della tua vita è stata benedetta! 

P. Piergiorgio, perché è ancora triste il tuo cuore?

Perché la mia prima esperienza missionaria in Uganda, il primo amore della mia giovinezza, si è conclusa amaramente, dopo pochi anni, con un’espulsione, senza che io ne sapessi il perché… Non è questo un altro fallimento?

Ma Piergiorgio, non hai visto quali grandi opportunità si sono aperte per te e per gli altri grazie a questo apparente insuccesso? Dio non ti ha abbandonato. Non ricordi di quanti giovani missionari sei stato formatore a Roma, comunicando loro la gioia della missione? Non ricordi che per tanti anni sei stato Segretario Generale della formazione e hai dato stabilità e consistenza ad un settore vitale del tuo Istituto? “Il tuo piede non si è gonfiato e il tuo vestito non ti si è logorato addosso durante questi anni…” Ricordalo e portalo nel cuore! E’ un bel dono da presentare a Dio, ora che i tuoi occhi lo vedranno!

Ma P. Piergiorgio, perché ora rimane ancora triste il tuo cuore?

Ho dovuto lasciare Roma dove ero conosciuto, amato e stimato per terminare i miei giorni a Castel d’Azzano, dov’ero sconosciuto, inchiodato su un letto senza poter muovermi, nemmeno in carrozzina… Una vera croce… Ricordo  che quando studiavo il latino, Cicerone diceva: “Vantarsi della croce, è assurdità per ogni orecchio, contraddizione in termini. La stessa parola “croce” stia lontana dal pensiero, dagli occhi e dagli orecchi di un uomo libero”. 

Piergiorgio, non sei forse anche tu “lento di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse per entrare nella sua gloria?”  Hai dimenticato che l’unica cosa necessaria nella vita del discepolo di Gesù è la croce? Hai dimenticato quanto diceva il tuo santo fondatore:   “La croce mi è talmente amica, e mi è sempre sì vicina, che l’ho eletta da qualche tempo per mia Sposa indivisibile ed eterna”?

P. Piergiorgio: hai dimenticato forse la grazia che il Signore ti ha fatto chiamandoti a sé il mattino di Pasqua, perché non soltanto la tua vita, ma anche la tua morte potesse parlare di Lui e proclamare che la vita dell’uomo non si conclude sul Calvario, ma nell’incontro con il Risorto, che ci chiama ad essere con lui per sempre? E’ un grande privilegio, quello che ti ha concesso, come al tuo venerabile confratello P. Bernardo Sartori! 

Questa era una finzione letteraria, ma ora Gesù risorto sarà realmente presente quando prenderemo il pane e recitata la benedizione lo spezzeremo per darne a tutti. Faremo questo in memoria di lui morto e risorto per noi. 

Grazie, Signore, per il dono che hai fatto alla chiesa missionaria del nostro fratello Piergiorgio. Fa’ fiorire quanto ha seminato tra le lacrime. Donagli di contemplare per sempre il volto del tuo Figlio che ha amato, servito e annunciato. E viva con Lui per sempre!

Signore, donaci ogni giorno il senso dell’umorismo! 

Le parole di questa invocazione possono risultare blasfeme. In realtà appartengono alla preghiera del buonumore, scritta da Tommaso Moro.  

In occasione di una delle ultime visite a zio Piergiorgio, gli ho regalato il testo di questa preghiera. Percepivo che il distacco era ormai vicino e io desideravo ringraziarlo poiché quelle parole, a mio avviso, compendiano il suo testamento morale e spirituale che ci avrebbe lasciato in eredità.  

Molti confondono l’umorismo con la comicità. In realtà l’umorismo è una grande virtù, che lo zio ha saputo in vita coltivare.

La verve umoristica di zio Piergiorgio era nota a tante persone. Talvolta risultava condita da battute salaci, ma risultava sempre foriera di saggezza. 

L’umorismo è, innanzitutto, la capacità di fornire una visione oggettiva della realtà, negli aspetti negativi e positivi. Tanto per dirla alla Pirandello, è un impasto di pianto e di riso. Lo zio sapeva cogliere le sofferenze e le gioie dell’umanità! 

L’umorismo è pure autoironia, e lo zio non si sottraeva a tale pratica. Riusciva ad accettare con serenità i suoi difetti. A chi ironizzava sul suo fisico eccessivamente asciutto, rispondeva che era adatto per passare attraverso la porta stretta che conduce al Paradiso! 

L’umorismo è anche foriero della grande virtù della semplicità. Le persone semplici non amano i fronzoli, e colgono l’essenza delle cose. La semplicità trova casa nelle persone intelligenti. A motivo della sua intelligenza zio Piergiorgio ha rivestito incarichi molto importanti nella Congregazione comboniana. 

La semplicità è la capacità di veicolare i messaggi in modo sobrio ed efficace. Con l’evangelico linguaggio delle parabole, zio Piergiorgio ci ha ammaestrati. Un giorno, per sottolineare l’ottimismo di mio papà, raccontò l’aneddoto dell’omino con l’ombrello giallo. E fu più illuminante di ogni altra disquisizione antropologica e teologica! 

La semplicità di zio Piergiorgio si manifestava anche nella sua capacità di entrare in relazione con le persone. Virtù fondamentale nella vita missionaria. Assieme a zio Cornelio, zio Piergiorgio ci ha portato la missione dentro le nostre case. O, come diceva il Vescovo Tonino Bello, “ci ha imparentati con il mondo”. 

Grazie, zio, per tutto ciò che hai fatto per noi. Mi piace immaginarti ora, alle Porte del Paradiso, intento a raccontare una barzelletta a San Pietro. Al quale chiederai poi di entrare nel Regno dei Cieli, in virtù della tua opera, ma anche a motivo del tuo evangelico umorismo!
Il nipote Giovanni Lotto