Continuiamo a celebrare il Natale del Signore. Le letture ci soffermano ancora su questo mistero che non riusciamo mai a comprendere del tutto. È un mistero che vogliamo però continuare a celebrare per lodare e benedire la sapienza dell’amore di Dio.
Il paradosso in cui tutto viene alla luce
Giovanni 1,1-18
L’inizio del Vangelo di Giovanni è più, molto più, di una poesia o di un prologo. È addirittura un evento straordinario. Giovanni è il discepolo amato di Cristo, quello che si appoggia a Cristo durante l’ultima cena e che, più avanti, si addormenterà a Efeso. Giovanni dai capelli infiniti, Giovanni che punta il dito verso il cielo nella rappresentazione di Leonardo, quello che tutti dimenticano di guardare al Louvre, accecati come sono dalla malinconia della Gioconda.
L’Antico Testamento inizia con le parole «In principio Dio creò il cielo e la terra». Il Vangelo di Giovanni, noto per l’assenza di parabole, va indietro a un tempo precedente la creazione, a prima che iniziasse il tempo stesso: «In principio era il Verbo». Giovanni cita, fa riferimenti incrociati. Proprio come ci sono riferimenti incrociati nell’Odissea e nell’Iliade. Ma Giovanni va ben oltre l’interazione letteraria. Di fatto, rivela come Dio ha creato il cielo e la terra. Come mi ha recentemente spiegato un frate e scrittore cappuccino, i cristiani, osservando l’uso della parola logos all’inizio dell’Antico Testamento e del Vangelo di Giovanni, hanno riflettuto sulla possibilità che i semi del logos siano presenti nella creazione. Così ho immaginato il logos che di fatto semina tante parole quanti sono gli atti della creazione.
Giovanni prosegue: «e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Quindi il Verbo era prima che fosse il mondo. Perché, come trapela dagli scritti di Giovanni, il Verbo non è stato creato; è sempre esistito. Nella tradizione ebraica, il Verbo di Dio è creazione. Nella tradizione greca, il Verbo è il principio, l’ordine, il rivestimento del mondo. Il Vangelo di Giovanni collega queste due tradizioni. In Giovanni, il Verbo sarà rivelato come una persona che ha vissuto, e continuerà a vivere in questo nostro mondo.
Il Verbo è presso Dio. L’avverbio “presso” indica un faccia a faccia, una relazione. Il Verbo è presso Dio come presso un uomo o una donna. In un certo senso è una relazione sensuale. Ed è una relazione complicata: essi, il Verbo e Dio, sono distinti uno dall’altro. E tuttavia c’è anche una divinità del Verbo. Il Verbo è in comunione con Dio; condivide la sua presenza. È niente meno che Dio; mai creato.
Ed ecco il paradosso in cui tutto viene alla luce. Il Verbo è anche una persona perché il Verbo si è fatto carne e questa carne è Gesù Cristo. Per mezzo del Verbo Dio parla ed è conosciuto da uomini e donne. Questo ci offre la chiave per comprendere Gesù nel senso per antonomasia cristiano. Giovanni, uno dei tre della cerchia più intima di Gesù, l’unico discepolo che è presente sotto la croce e il solo al quale viene chiesto di prendersi cura di Maria durante la sua vita, svela l’identità di Gesù come Verbo fattosi carne. E il mistero di Dio che si fa uomo e l’uomo Dio. Poiché lui è la rivelazione del Verbo, come Verbo stesso preesiste alla propria incarnazione e continua a esistere dopo la sua morte sulla croce. In un certo senso, non può che risorgere. Egli è e sarà sempre il Verbo, un Creatore onnipotente e onnisciente. Un Verbo come tanti semi dotati d’amore.
Lila Azam Zanganeh – L’Osservatore Romano
Giovanni 1,1-18
Continuiamo a celebrare il Natale del Signore. Le letture ci soffermano ancora su questo mistero che non riusciamo mai a comprendere del tutto. È un mistero che vogliamo però continuare a celebrare per lodare e benedire la sapienza dell’amore di Dio.
Il prologo è un testo di valore unico, in esso Giovanni risale fino alle origini; e queste origini risalgono all’eternità di Dio. Il Figlio riposa nel seno del Padre e il Padre gli dona la missione di creare l’Universo e di diventare servitore degli uomini. Con questo inizio, san Giovanni ci introduce nel mistero di Dio, con una profondità impareggiabile. Non per nulla il suo simbolo è quello dell’aquila, che vede lontano e ha il quadro dell’insieme.
Chi conosce Dio? La risposta è semplice: nessuno. Qualcuno potrebbe rassegnarsi e dire chiudiamo qui la questione. Ma la questione non si può chiudere perché, come dice sant’Agostino, il nostro cuore non trova quiete se non riposa in Dio. Non conoscere Dio è una tragedia. Abbiamo bisogno di Lui. Senza Dio siamo senza speranza, senza bontà, senza senso. Ed ecco che Dio ci viene incontro. Non si fa pregare. Ci viene incontro per servirci.
Il testo ci parla dell’incarnazione. Con essa Dio stesso entra nella nostra storia. Ci viene incontro per donarci senso, amore e speranza contro la morte. In definitiva per farci diventare figli di Dio E tutto questo è dono gratuito per noi, mentre a lui costerà sofferenza e morte. Perché nel venirci incontro rispetta la nostra libertà, anzi è lui il fondatore della nostra libertà. Infatti, un Dio che si lascia rifiutare è il fondamento della libertà dell’uomo. E così Giovanni può dire che la luce è apparsa nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.
È il dramma dell’umanità, ma anche la speranza di un Dio che ci vuole figli liberi, perché solo così saremo figli che amano. Questo dramma attraversa tutte le generazioni e ogni uomo deve decidersi per Dio. Il Figlio ha piantato la sua tenda tra noi, per sempre. E da questa tenda uscirà per noi ogni grazia e verità, in modo che la nostra vita sia nella luce di Dio e nella sua gioia.
Don Michele.