Sabato 17 gennaio 2026
Si è svolto a Chimoio l’incontro dei missionari italiani che lavorano in Mozambico. Una trentina i partecipanti su quasi 80 presenti nel Paese. È la prima volta che Missio riesce ad organizzare questo appuntamento: prima era stato il Covid a fermare l’iniziativa, l’anno scorso le tensioni sociali e politiche. Finalmente i missionari italiani hanno potuto trovarsi dal 13 al 15 gennaio per tre giorni di riflessioni, testimonianze e scambio di esperienze. A condurre i lavori è stato don Sergio Gamberoni, direttore del Cum (Centro Unitario Missionario), con l’equipe locale di missionari. [Avvenire]

Il Mozambico vive una situazione difficile: la guerra al nord, nella regione di Cabo Delgado, la situazione politica, che a 50 anni dall’indipendenza non ha mostrato il cambiamento sperato, la svendita alle multinazionali delle risorse, una povertà sconcertante che stride da un lato con le enormi ricchezze del Paese, dall’altro con le esigenze dei giovani (più del 50% della popolazione ha meno di 18 anni) che vogliono un futuro che oggi non vedono.

La Chiesa cattolica ha avuto un grande sviluppo negli ultimi anni e si vede dalla partecipazione della gente, dall’ampliamento del numero delle diocesi, dal laicato molto attivo nei ministeri, dalle vocazioni: i Seminari sono pieni, come le case di formazione dei religiosi e delle religiose. Ma accanto alla crescita della Chiesa sono cresciute, forse ancora di più, le Chiese cristiane pentecostali, che promuovono un’adesione facile, una teologia della prosperità che fa leva sugli enormi bisogni immediati della popolazione, soprattutto i giovani.

Terzo fattore, l’islamizzazione del Paese, silente ma molto visibile. L’islam non è certo una novità nel panorama mozambicano, arrivato lungo i secoli con i commercianti arabi, ed è sempre stato un islam “africano”, legato alle confraternite, moderato e accogliente, che si è adattato alla vita delle popolazioni africane. Il nuovo islam è invece radicale, non accetta compromessi, è in rotta di collisione con il mondo musulmano tradizionale e moderato, fa paura allo stesso consiglio islamico del Mozambico (Cislamo) che recentemente è intervenuto denunciando «infiltrazioni» non autorizzate.

Qualche missionario presente all’incontro ha paragonato il Mozambico a una pentola a pressione in piena ebollizione, che rischia di esplodere perché le istituzioni non promuovono ciò che la gente chiede: giustizia e futuro.

L’elezione a presidente del cattolico Daniel Chapo della Frelimo (partito al potere dall’indipendenza) un anno fa ha rotto gli schemi: non più il confronto Frelimo-Renamo (l’opposizione storica) ma Frelimo e Venâncio Mondlane, pastore protestante, l’uomo che ha saputo raccogliere il malcontento esplosivo della popolazione. Quasi 1.000 i morti sulle strade un anno fa: la gente protestava contro elezioni a loro dire truccate, l’esercito sparava. Per molti è solo un rinvio.

Nel frattempo al nord la regione di Cabo Delgado dal 2017 è in balia degli “insorgentes”, terroristi che seminano il panico, uccidono, svuotano villaggi. 700mila in fuga nelle regioni sottostanti, Nampula per prima. Tutti i missionari nelle loro parrocchie accolgono profughi che arrivano da quelle terre: ad Alua, Carapira, Namapa, storiche missioni comboniane, sono arrivati in 20 mila dal novembre scorso, altrettanti nei dintorni di Mirrote, dove ci sono i fidei donum di Como.

Appena possono gli uomini tornano indietro, per salvare il salvabile e per coltivare la terra, la “machamba”, altrimenti si muore di fare. La sequenza del saccheggio vede prima i terroristi, poi l’esercito, poi chi torna per primo, che si appropria di quanto lasciato incustodito nelle vicinanze. L’istinto alla sopravvivenza non produce solidarietà, tutt’altro. Si è generata un’economia della fuga: la gente svende anche quel poco che ha (materassi, pentolame, galline) e che non è trasportabile pur di racimolare i soldi necessari alla fuga, persino i pulmini che vengono organizzati per portare la gente lontano costano oggi tre volte la corsa normale.

I terroristi sono persone del luogo, è opinione comune, giovani disperati senza futuro, assoldati con poco da chi ha interesse a liberare le terre per raggiungere le materie prime. Fa impressione vedere a Nacala l’arrivo continuo di lunghissimi treni che trasportano il carbone delle miniere nella provincia di Tete al porto di Nacala. Si ferma tutto, ma non il carbone. La Strada nazionale Uno che collega il nord con il sud è sostanzialmente impraticabile nella stagione delle piogge, ma la ferrovia, 800 chilometri, è in perfette condizioni e trasporta lontano le ricchezze del Paese.

A qualche missionario, dopo molti anni di presenza, comincia a mancare la speranza.

Paolo Annechini – Avvenire