Sabato 7 febbraio 2026
Il continente africano è sempre più al centro di una competizione geopolitica tra potenze grandi (...). In questo scenario, i vescovi degli Stati Uniti e dell’Africa scelgono di intervenire con un linguaggio che unisce teologia e realismo politico, proponendo una visione alternativa della globalizzazione fondata sulla fraternità, sulla solidarietà e su un partenariato autentico tra Nord e Sud del mondo. [Padre Giulio Albanese, mccj]
In un momento storico segnato dal ritorno della politica di potenza, dal ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo e da una crescente frammentazione dell’ordine internazionale, la dichiarazione congiunta dei vescovi degli Stati Uniti e dell’Africa, «Brothers and Sisters in Hope: International Assistance and Mutual Solidarity between the Bishops and Faithful of the United States and Africa» (Fratelli e Sorelle nella Speranza: Assistenza Internazionale e Solidarietà Mutua tra i Vescovi e i Fedeli degli Stati Uniti e dell'Africa), appare un testo profetico, capace di parlare non solo al mondo cattolico, ma anche al dibattito globale su cooperazione, sicurezza e giustizia internazionale.
Pubblicato lo scorso 2 febbraio, il documento nasce in un contesto in cui Washington ha ridotto in modo significativo i programmi di assistenza estera e in cui il continente africano è sempre più al centro di una competizione geopolitica tra potenze grandi, dalla Cina alla Russia agli stessi Stati Uniti, e medie, dai Paesi europei ex coloniali a nuovi soggetti emergenti, dalla Turchia alle oligarchie del Golfo. In questo scenario, i vescovi scelgono di intervenire con un linguaggio che unisce teologia e realismo politico, proponendo una visione alternativa della globalizzazione fondata sulla fraternità, sulla solidarietà e su un partenariato autentico tra Nord e Sud del mondo. L’incipit del documento, che richiama il Giubileo del 2025 e il tema della speranza, non è un semplice esercizio retorico: la speranza è presentata come categoria storica e politica, capace di orientare scelte pubbliche e relazioni internazionali, mentre il concetto di sviluppo umano integrale viene posto come criterio centrale per valutare politiche economiche, commerciali e ambientali. I vescovi affermano con chiarezza che la cooperazione internazionale non è un optional né un gesto filantropico, bensì un imperativo morale e un investimento strategico per la pace e la sicurezza globale, mettendo in discussione la narrativa politica che vede gli aiuti allo sviluppo come spesa sacrificabile in tempi di crisi.
In questo senso, il testo assume una valenza geopolitica implicita, poiché suggerisce che il ritiro degli Stati Uniti dalla loro tradizionale posizione in tema di cooperazione internazionale potrebbe avere conseguenze non solo umanitarie, ma strategiche, lasciando spazio al conflitto tra attori globali insensibili a criteri di diritti umani e governance democratica. Il documento recupera i principi classici della dottrina sociale della Chiesa, in particolare solidarietà e sussidiarietà, ma li declina in chiave transnazionale: la solidarietà è intesa come condivisione concreta di risorse, competenze e doni spirituali tra popoli e Chiese, mentre la sussidiarietà è presentata come rafforzamento delle comunità locali e delle istituzioni africane, in modo da evitare dipendenze strutturali e forme di assistenzialismo cronico.
Non manca una critica, formulata con linguaggio sobrio ma chiaro, alle dinamiche di estrattivismo e sfruttamento che hanno caratterizzato molte relazioni tra Paesi industrializzati e Africa, con un invito esplicito a superare logiche neocoloniali e a costruire partenariati equi e reciprocamente vantaggiosi. Tra i temi affrontati, il ruolo della Chiesa come attore umanitario e di sviluppo è presentato come un fattore di stabilità, grazie a una rete capillare di istituzioni che operano spesso in contesti fragili dove lo Stato è assente o debole, conferendo alla dimensione religiosa una rilevanza anche politica nel campo della governance locale. La centralità della famiglia come nucleo fondamentale della società, definita come unione stabile tra uomo e donna, inserisce il documento nel più ampio dibattito globale su politiche sociali, diritti e modelli culturali, mostrando come la visione cattolica dello sviluppo rimanga legata a un’antropologia specifica, con implicazioni anche per i programmi di cooperazione internazionale.
Particolarmente interessante, dal punto di vista geopolitico, è l’enfasi sulla gioventù africana e sull’imprenditorialità: il continente è descritto come un laboratorio demografico ed economico, con una popolazione giovane e dinamica che potrebbe rappresentare una risorsa strategica per l’economia globale, ma anche una sfida in termini di occupazione, migrazioni e stabilità sociale. In questo passaggio, il documento sembra dialogare indirettamente con le preoccupazioni occidentali su migrazioni e sicurezza, suggerendo che investire nello sviluppo locale è una delle chiavi per gestire in modo sostenibile i flussi migratori e ridurre le cause strutturali della mobilità forzata.
Il capitolo sulla giustizia climatica colloca la crisi ambientale nel quadro delle disuguaglianze globali, sottolineando come i Paesi africani, pur avendo contribuito in misura minima alle emissioni storiche, subiscano in modo sproporzionato gli effetti del cambiamento climatico, dalla desertificazione all’insicurezza alimentare, dalla perdita di biodiversità ai conflitti per le risorse. Qui il documento assume un tono implicitamente critico verso le politiche globali, invitando a integrare la tutela dell’ambiente nelle relazioni internazionali e nelle politiche pubbliche, trasformando l’ecologia in una questione morale e strategica. Ancora più esplicito è il riferimento ai minerali critici, risorse essenziali per la transizione digitale ed energetica globale, come litio, cobalto e terre rare: i vescovi denunciano violazioni dei diritti umani, lavoro minorile, conflitti armati e instabilità legati all’estrazione di queste risorse, mettendo in luce una delle grandi contraddizioni della transizione tecnologica e verde, spesso costruita su catene di approvvigionamento opache e su forme di sfruttamento locale.
In questo passaggio, il documento si inserisce nel dibattito geopolitico sulla sicurezza delle catene di fornitura e sulla competizione tra potenze per il controllo delle risorse strategiche, proponendo un approccio etico che richiama responsabilità sociale delle imprese, commercio equo e governance globale delle risorse. La sezione dedicata alla costruzione della pace evidenzia il ruolo dei vescovi africani come attori di mediazione e testimoni profetici in contesti di conflitto, terrorismo e instabilità politica, e invita la Chiesa e i fedeli statunitensi a sostenere pratiche di investimento responsabile, diplomazia umanitaria e rispetto della libertà religiosa, suggerendo una convergenza tra etica religiosa e soft power occidentale. Un elemento particolarmente innovativo è il riconoscimento della diaspora africana negli Stati Uniti come soggetto attivo di scambio culturale e spirituale, capace di arricchire la Chiesa americana e di rovesciare la narrativa unidirezionale della missione dal Nord al Sud: qui emerge una visione policentrica del cattolicesimo globale, in cui l’Africa non è solo destinataria di aiuti, ma anche fonte di teologia, spiritualità e leadership ecclesiale.
Nel complesso, la dichiarazione si colloca in una zona di confine tra magistero sociale e intervento pubblico, configurandosi come una forma di public theology che dialoga con il linguaggio della politica internazionale senza rinunciare alla propria identità religiosa. Pur mantenendo un tono rispettoso e pastorale, il testo contiene implicazioni geopolitiche rilevanti: difende il multilateralismo e la cooperazione in un’epoca di ritorno al bilateralismo competitivo, critica implicitamente il disimpegno occidentale dall’aiuto allo sviluppo, richiama l’attenzione sulle nuove guerre per le risorse e sulla dimensione etica della transizione tecnologica e climatica, e propone una visione della globalizzazione alternativa a quella puramente mercantile. In un mondo sempre più multipolare, in cui l’Africa è terreno di competizione tra potenze globali e attori regionali, i vescovi propongono una narrativa diversa, in cui la relazione tra Stati Uniti e Africa non è ridotta a sicurezza, migrazione o risorse, ma reinterpretata come fraternità e corresponsabilità morale.
La citazione finale di Giovanni Paolo II sulla solidarietà come fondamento di una cultura della pace sintetizza l’ambizione del documento: non offrire una piattaforma politica, ma una cornice etica capace di orientare scelte politiche, economiche e sociali in un’epoca di incertezza globale. In questo senso, Brothers and Sisters in Hope si configura come un testo profetico non perché predice il futuro, ma perché osa proporre una visione controcorrente delle relazioni internazionali, in cui la speranza non è un sentimento privato, ma una categoria pubblica, e la fraternità non è uno slogan, ma un criterio operativo per ripensare la politica globale del XXI secolo.
Padre Giulio Albanese - L'Ossservatore Romano