Venerdì 13 marzo 2026
La spiritualità di Comboni è trasparente, essenziale, soda, incarnata, con i piedi per terra, affondati sul suolo africano e con occhi puntati alla croce, quasi a ricordare a sé stesso e ai suoi missionari e missionarie che l’attività missionaria della Chiesa è sempre quella della missione di Cristo Crocifisso e Risorto. Esaminando gli scritti di Comboni (circa 1300 lettere) possiamo dire che nella sua vita missionaria e spirituale ha visitato tre monti: il monte Moriah, il Tabor e il Golgota, cioè il monte della fede, della speranza e dell’amore. (15 marzo 1831 – 15 marzo 1881 – 15 marzo 2026)

1. IL MONTE MORIAH: è il monte dove Abramo si reca per sacrificare suo figlio. Dio disse ad Abramo: “Prendi tuo figlio, l’unico che hai e che tanto ami e me lo sacrifichi” (Gen. 22).

Questo è successo anche alla famiglia di Comboni… Di otto figli, rimane solo Daniele, il quale scrive ai genitori: “Ogni giorno penso al grande sacrificio che avete di me fatto al Signore! Io non finirò mai di ammirarvi, e sempre vi ringrazierò della grazia che m’avete fatto” (S. 175).

Moriah è il Monte del mistero e del silenzio di Dio. Nel mistero e nel silenzio dobbiamo fidarci di Dio, come Abramo, come Comboni. La risposta di Dio arriva sempre, dopo la nostra attesa fiduciosa e obbediente. Nella vita di Comboni ci sono altri momenti di prova, nei quali Dio chiede al Suo missionario fiducia totale. Sono i tre momenti di tentazione nella sua vocazione e missione:

Primo momento: Comboni scrive a Francesco Briccolo: “Io avrei mille vie per essere felice, e correre una gran carriera, benché indegno; ma l’affezione e la gratitudine per l’Istituto mi fa calpestare tutto.” (S. 1166).

Secondo momento: Nella lettera a P.  Sembianti si legge: “Vivo come gli altri missionari, e coi medesimi, come qualunque religioso; lavoro notte e giorno per aiutar la missione, e mentre tutti gli altri dormono tranquilli, io veglio al tavolo per amore di Gesù Cristo e dei poveri, mentre potrei vivere comodamente in Europa se avessi voluto accettare splendide posizioni diplomatiche in servizio della Chiesa” (S. 6812).

Terzo momento: Comboni scrive ancora a P. Sembianti: “Vedendomi così abbandonato e desolato, ebbi cento volte la più forte tentazione (ed anche eccitamenti da uomini pii, rispettabili, ma senza coraggio e fiducia in Dio) di abbandonar tutto, rassegnar l’opera alla Propaganda e mettermi come umile servo a disposizione della Santa Sede, o del Card. Prefetto, o di qualche Vescovo” (S. 6886).

Monte di Moriah.

2. IL MONTE TABOR: è il monte della speranza e del ringraziamento a Dio.

Ecco, allora, che Comboni è felice di fare la volontà di Dio (S. 3402). È felice di patire per Cristo in favore della missione (S. 3477, 5078) e di dare la vita per il suo popolo africano (S. 3159). È sereno nelle tante umiliazioni; e questa serenità viene da un cuore abitato da una pace interiore (S. 6964). È felice delle croci incontrate in missione, croci che porta volentieri per amore e per il bene degli altri (S. 7246). Ecco, allora, uno dei suoi sentimenti espressi negli ultimi tempi della sua vita: “Io, i miei Missionari, le mie cinque Suore Pie Madri della Nigrizia (che sono dei veri angeli), siamo i più felici della terra poiché siamo nelle mani di Dio e della Vergine Maria. Noi soffriamo per Gesù, abbiamo tutto affidato nelle braccia della divina Provvidenza. È dolce soffrire per Gesù, con Gesù e per la missione!” (S. 5082). E il giorno del suo ultimo compleanno, il 15 Ottobre 1881, il cuore missionario di Comboni canta il magnificat della sua vita ringraziando Dio. Scrive: “Oggi compio 50 anni. Mio Dio! si diventa vecchi a gran passi, senza far niente. È vero che mi trovo qui dinanzi un Vicariato il più laborioso e difficile del mondo, che cammina abbastanza bene, e che è portato ad un punto, mercé la grazia divina, che otto anni fa non avrei mai creduto di vedere in vista degli enormi ostacoli che avevo preveduti, ed al cui progresso vi ho fatto concorrere per volere di Dio e col suo aiuto anche il mio dito. Ma dopo tutto, è una grazia se io non vi posi ostacolo, e possa solo esclamare a tutta ragione coll’Apostolo: servus inutilis sum” (S. 6561).

Il Tabor è anche il monte della gioia e del ringraziamento di Daniele Comboni. Dopo Dio, il nostro fondatore ringrazia i genitori: “Vi ringrazio e vi ringrazierò sempre per avermi concesso, o amatissimi, di seguire la mia vocazione (S. 162). Sono lietissimo, di farvi sapere come io sono sano, che penso a voi, prego per voi, e benché lontano da voi, vivo sempre per voi” (S. 175).  I genitori hanno aiutato Comboni ad andare oltre. Le occasioni per rimanere in Italia e farsi diocesano c’erano. I genitori gli hanno concesso quella libertà missionaria.

Daniele Comboni, inoltre e soprattutto, non dimentica mai di ringraziare i suoi missionari e missionarie: “Tutti siamo di un solo pensiero, disposti ed ardenti di sacrificare la nostra vita per amore di Dio, della Chiesa, e dell’Africa (S. 2224, anno 1870). Come dice Sr. Gregolini, noi passiamo tre quarti dell’anno tra ostacoli e difficoltà; noi lavoriamo e soffriamo (S. 6855). Nessuna fatica ci scoraggia, nessuna difficoltà ci arresta, perfino la morte ci sarebbe cara ove potesse essere di qualche utilità per la missione (S. 1105)”. Tutto per la missione voluta da Dio

3. MONTE CALVARIO: è il monte che Comboni ha visitato spesso e con generosità ogni giorno.

Comboni visita il Calvario anche e soprattutto gli ultimi mesi della sua vita e scrive: “Sono tante le ingiustizie e le pillole amare che ho dovuto trangugiare dai santi matti, che è un miracolo che possa sopravvivere. Ma io ho altre idee diverse dalle loro: io lavoro unicamente per la gloria di Dio e per le povere anime” (S. 6682). Dai suoi scritti capiamo che Comboni è morto anche di “crepacuore” (S. 7001). Le sofferenze e le tribolazioni gli hanno “squarciato l’anima” (S. 7145). Ci sono tanti altri termini, come angoscia, amarezza, solitudine, agonia, morte ecc., che ritornano insistenti nelle lettere degli ultimi mesi, e che documentano il suo dolore.

Certamente Comboni sapeva che mettersi al servizio di Dio per la missione significava prendere la croce e seguire Cristo, sacrificarsi, amare e soffrire. Daniele Comboni, inoltre parla della croce portata con i compagni e compagne di missione: “Stimo i miei compagni e mi sento stimato. Tutti siamo di un solo pensiero, disposti ed ardenti di sacrificare la nostra vita per amore di Dio, della Chiesa, e dell’Africa” (S. 2224). E inoltre: “Ho una grande consolazione nel vedere tutti i miei missionari e tutte le Suore sempre allegri e contenti e disposti a sempre più patire e morire. Sono convinto che in fatto di abnegazione e spirito di sacrificio, nessuna missione ha missionari/e così solidi come la mia”. (S. 6751. Anno 1881). Nella vita di Comboni viene anche ricordato un episodio di gioia, di croce e fede: “Sul cadere del passato giugno 1979 l’E.mo Cardinal di Canossa, Vescovo di Verona, si recava nell’Istituto delle Pie Madri della Nigrizia, a S. Maria in Organo, e consegnava il Crocifisso a due Missionari ed a cinque novelle Suore ch’erano per partire pelle ardue e laboriose missioni dell’Africa Centrale. Non si può descrivere a parole la commozione ed il santo entusiasmo di quelle giovani elette, che formate alla scuola di Cristo e della croce, vedevano arrivare il tempo di partire e donare la loro vita alla missione” (S. 5737). Comboni, nei suoi scritti, parla molto della missione ardua; la missione facile, dolcificata non è comboniana.

Padre Teresino Serra,
Missionario comboniano